Sarà stato mio padre che faceva il tipografo e spesso portava a casa alcuni libri. O forse sarà stata mia sorella maggiore che faceva le elementari e aveva già i suoi libri personali e ha fatto nascere, nell’emulatrice che ero, la voglia di diventare anch’io un studentessa come lei. Sta di fatto che i libri mi hanno sempre attratto.
Nel periodo prescolare li sfogliavo e mia sorella mi spiegava le figure. Poi lei leggeva e io la ascoltavo. Alla fine sono stata in grado di cavarmela da sola e all’inizio della prima elementare per me la lettura non aveva più segreti.
In seguito il gusto di sfogliare i libri scolastici mi ha accompagnato per tutta la carriera di studentessa: il libro di lettura, il sussidiario, i testi delle medie e quelli di matematica e geometria alle superiori.
Ho ancora in mente l’illustrazione dell’apparato digerente del sussidiario; era un disegno su sfondo nero posizionato in alto sulla pagina sinistra della sezione Scienze.
Invece facevo scorrere velocemente i libri di matematica e geometria per andare in fretta a sbirciare gli esercizi. Anche se non capivo ancora nulla, mi piaceva leggere il testo di qualche problema.
Molti termini mi erano ancora sconosciuti, ma questo mi dava la misura di quanto avrei imparato durante l’anno.
Ho così scoperto che si potevano risolvere alcuni problemi matematici anche senza avere dati numerici!
A quei tempi avevo molta fiducia nei miei insegnanti, ma in seguito ho capito che qualche volta la mia fiducia era mal riposta.
All’inizio della seconda elementare, nel giro di poco tempo avevo già letto quasi tutti i racconti contenuti nel libro di lettura.
Ce n’era uno che mi piaceva particolarmente; era una storia di animali che parlavano tra loro. Lo lessi più volte, drammatizzando le voci e usando le pause, proprio come mi aveva insegnato mia sorella.
Una mattina la maestra ci disse che c’era un concorso di lettura e avrebbe scelto la vincitrice dopo aver fatto leggere a voce alta un brano preso a caso dal libro di lettura. Che bella combinazione! Ero molto emozionata, ma sono riuscita a leggere bene. La maestra era indecisa tra me e una mia compagna, ma alla fine l’ho spuntata io.
La copertina del mio libro
Fu così che, accompagnata dal mio orgogliosissimo padre, mi sono recata con il foglio di vincitrice al Centro Sociale dove si tenevano le premiazioni. Il premio era un libro: “La capanna dello zio Tom”, di cui sono riuscita a trovare l’immagine di copertina.
Negli anni successivi ho letto e riletto più volte quel libro e sono riuscita a conservarlo fino a pochi anni fa, quando ormai la rilegatura non aveva più retto, usurata dal tempo e dagli assalti di un coniglio. Quel libro è sempre stato per me un ricordo indelebile della mia seconda elementare.
In un uggioso ottobre 1960, dopo un viaggio in treno di quattordici ore, un bambino nato nel 1950 finalmente arrivò di mattina alla grande città conosciuta solo nei suoi sogni: Milano, la grande capitale dell’industria italiana. Quel bambino ero io. Venivo da Torre del Greco, vicino a Napoli, con la mia famiglia di emigranti.
Milano anni ’60. Immigrati alla Stazione Centrale
Come gli attuali migranti che arrivano da ogni angolo del pianeta, i miei genitori lasciavano un passato di miseria in cerca di un futuro migliore. Avevano tre figli; oltre a me dovevano dare da mangiare anche a due sorelle minori.
Il mio futuro immediato era già scritto: dovevo assolvere in fretta l’obbligo scolastico, che a quel tempo era costituito da otto anni di studio, per poi cercare un lavoro che mi permettesse di aiutare la famiglia. Ero fresco di licenza di scuola elementare, quindi mi mancavano ancora tre anni di studio.
Torre del Greco 1955. L’asilo infantile
Non c’era ancora la Scuola Media Unica. Dopo le Elementari bisognava “scegliere”: chi era destinato a frequentare le Superiori si iscriveva alla Scuola Media, chi invece “sceglieva” di andare a lavorare a 14 anni si iscriveva all’Avviamento Professionale.
1962. Nasce la Scuola Media Unica
Dopo i primi giorni di spaesamento i miei genitori “scelsero” di iscrivermi all’Avviamento Professionale all’Istituto Industriale Statale “Settembrini”, nel quartiere milanese di Greco. La scuola si trovava a circa un chilometro dal nostro alloggio di fortuna, la nuova casa (provvisoria) presso un’amica di mia madre.
Avviamento “Settembrini”; laboratorio di Aggiustaggio meccanico
L’Avviamento aveva in gran parte le stesse materie di studio della Media, tranne il Latino. Poiché lo scopo del percorso di istruzione era preparare bravi operai o artigiani, erano previste moltissime ore di laboratorio. Questo comportava otto ore di frequenza giornaliera e quattro ore al sabato mattina. Erano previsti corsi di Falegnameria, di Aggiustaggio meccanico (usare la lima), Torneria e macchine utensili, Chimica e tecnologie. Era prevista anche un’ora settimanale di canto corale, una di lingua straniera (che per me fu il francese) e un’ora di religione cattolica.
Credo che l’Avviamento sia stata un’ottima scuola per me, il giusto equilibrio fra pratica e cultura di base. Conclusi il percorso scolastico con un buon vuoto quindi decisi, in accordo con i miei genitori, di non interrompere gli studi e mi iscrissi a un Istituto Tecnico Industriale. La mia prima scelta fu per un indirizzo diverso da quello che poi mi vide diplomato; frequentai il primo biennio presso l’ITIS Molinari di Città Studi.
ITIS Molinari. Anno scolastico 1965/66
Era una scuola dalla reputazione molto severa in cui era privilegiato lo studio della Chimica con i relativi laboratori. Tuttavia mi accorsi presto che la chimica non era la mia vera aspirazione e che non faceva per me!
Ritornai quindi ai miei interessi iniziali: l’Elettrotecnica e le sue applicazioni. La materia mi piaceva fin da ragazzino, quando sapevo realizzare circuiti per accendere e spegnere le lampadine o far marciare il trenino elettrico. Decisi pertanto di iscrivermi al terzo anno di Elettrotecnica presso l’ITIS Feltrinelli in piazza Tito Lucrezio Caro.
1967: la Prof.ssa Crespi interroga Giacinto in Italiano, ma chi sarà quel compagno visto di schiena?
Questa fu l’esperienza più formativa della mia vita, sia per le discipline, sia per le alte qualità professionali degli insegnanti. Presso quella scuola ho ricevuto una preparazione culturale e umana, oltre che tecnica, veramente superlativa.
Non dimenticherò mai gli insegnanti che mi hanno donato un patrimonio di conoscenza; a loro sono ancora grato. La professoressa di Italiano e storia, Giuseppina Crespi, il professore di Elettrotecnica e misure elettriche,Ing. Antonio Pacinotti, erano sicuramente tra i migliori.
Mi diplomai come Perito Industriale Capotecnico specializzato in elettrotecnica nel fatidico anno scolastico 1968/69, agli albori della stagione del Sessantotto.
Milano ITIS Feltrinelli. Il leggendario professor Pacinotti in gita scolastica
Avevo urgenza di trovare un lavoro per dare sollievo economico alla mia famiglia. Non fu difficile; erano altri tempi! Nel volgere di un paio di mesi ebbi da vagliare ben cinque proposte di lavoro e scelsi quella che mi parve più interessante.
Al tempo stesso decisi di iscrivermi, con altri amici e compagni di classe, alla Facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano. Eravamo tutti stimolati dalle lezioni affascinanti del Prof. Pacinotti, che era stato capace di suscitare in noi la curiosità e l’interesse per la Fisica. Oltretutto, con il mio sia pur modesto 43/sessantesimi ottenuto alla Maturità, avrei evitato di pagare interamente le tasse universitarie.
Iniziai a lavorare presso un’azienda costruttrice di apparecchiature pneumatiche per l’automazione industriale. L’azienda mi offriva, previo l’affiancamento con un ingegnere tecnico esperto, un lavoro di progettazione e sviluppo di sistemi di processo e macchine di varia natura. Lavoravo sulla progettazione di nuovi impianti e sulla manutenzione di quelli esistenti presso la clientela, soprattutto italiana ma anche internazionale.
Automazione industriale
Ovviamente mi era impossibile la frequenza alle lezioni universitarie diurne, quindi dovevo adattarmi ai corsi serali tenuti dagli assistenti universitari. Mi era d’aiuto anche mantenere un utile contatto con gli altri compagni di corso.
Quale migliore occasione per la mia maturazione professionale! La concomitanza dello studio dell’algebra booleana all’Università e la necessità di metterla in pratica sul lavoro erano per me una cosa entusiasmante.
Nel frattempo avevo già da tempo stretto un rapporto più che amichevole con la donna che diventerà la mia futura moglie. Con un impegno davvero notevole, dopo oltre un anno di lavoro riuscii a dare solo due esami: Analisi matematica-1 (24) e Fisica-1 (26).
Purtroppo però il lavoro mi impegnava tantissimo. Dovetti trasferirmi per due mesi a Torino, tornando a casa solo nel fine settimana. Lo studio assorbiva tutto il mio tempo libero e a un certo punto non riuscivo più a reggere il ritmo.
Dopo due anni di rinvio del servizio militare decisi di interrompere gli studi per partire soldato. Mi spiacque molto, ma a quel punto le alternative erano poche. Con molta sofferenza si concludeva così la mia esperienza scolastica.
Nel 1981, in seguito allo stato di crisi dell’azienda dove lavoravo, e forte della vasta esperienza maturata, iniziai un’attività economica in proprio.
Questa attività è ancora in essere e attualmente è diretta da mio figlio, ingegnere informatico. Quel bambino degli anni ’50 adesso passa il testimone a un’altra generazione. La scuola è stata la protagonista silenziosa della crescita di almeno tre generazioni. In qualche modo ancora oggi la storia continua…
Confesso che il primo giorno che portai a scuola mio figlio rimasi parecchio turbata. Abito a sudovest di Milano e la scuola di quartiere è, per intenderci, la stessa che frequentarono mio padre e mia zia. Allora era chiamata “la scuola dei pugliesi”, per evidenti ragioni di migrazione dal sud Italia.
Un edificio possente con ampie scalinate di marmo e con un’estensione tale che non è difficile perdercisi dentro. Una scuola di frontiera, in un quartiere da sempre molto popolare, il Giambellino.
Certamente conoscevo la composizione etnica del posto dove vivo, che concentra un numero sempre crescente di abitanti dal Nordafrica, Egitto e Marocco, principalmente. Ma l’impatto di quel primo giorno fu grande: ricordo che io e mio figlio arrivammo con molto anticipo nel vialetto che costeggia la scuola, e avvicinandoci sentivamo un rumore crescente che molto somigliava a quello del mercato del giovedì, quello con la frutta e la verdura.
C’erano bambini ovunque, di tutte le taglie, passeggini piramidali che contenevano anche quattro marmocchi alla volta, perché proprio di fronte alle elementari c’è la scuola materna.
Milano. Quartiere Giambellino negli anni ’60
Mi sentivo circondata da persone diverse da me, donne principalmente, che erano per lo più velate e già si conoscevano fra loro, chiacchierando a gran voce senza curarsi dei bambini che spesso ruzzolavano a terra, piangendo disperati.
Mi aggiravo in quel mondo che non conoscevo, straniera nel mio quartiere, cercando volti conosciuti o similari al mio, salvo imbattermi in una ragazza bionda con una bimba dell’età del mio, e chiederle se anche per lei era il primo giorno.
“Noi suntem nou la școală”:
mi ha risposto in rumeno (“Siamo nuovi della scuola”).
Mio figlio per un anno ha avuto un solo compagno con famiglia italiana, e in prima classe i bambini che parlavano e capivano l’italiano erano dieci su 21. Confesso che pensai di cambiare scuola, più e più volte in quei primi giorni.
Ma, come spesso accade, il destino ci mette sulla strada persone giuste al momento giusto. Per una serie di coincidenze conobbi Sara, una giovane donna di origine egiziana nata e cresciuta a Milano, a Porta Genova.
Ricordo che una mattina ci trovammo in coda al Centro per l’impiego, e io mi lagnai con lei di non riuscire a trovare lavoro nonostante il diploma e tanta esperienza. Lei timidamente mi disse che aveva le stesse difficoltà, nonostante la Laurea e la conoscenza di cinque lingue. Chapeau.
Sara fu il mio ponte e la mia guida in quel lembo di città che sembra il Medio Oriente. Mi spiegò tantissimo sulla religione musulmana, sul corretto approccio alle mamme che vedevo davanti a scuola, tanto che io divenni Presidente del Comitato dei Genitori quello stesso ottobre, e la primavera successiva riuscimmo a farci sovvenzionare dalMunicipio una serie di letture in doppia lingua, italiano e arabo, nella biblioteca scolastica.
Milano. La scuola del Giambellino
Fu un’emozione incredibile, finalmente quei bambini sentivano la lingua parlata a casa anche a scuola, e facevano a gara a spiegare cosa significasse questo o quello, e le differenze che c’erano tra il marocchino e l’egiziano. Mimavano, interpretavano e partecipavano, tra lo stupore degli insegnanti e dei bambini italiani, che hanno vissuto il tutto come una bizzarra kermesse teatrale.
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Questo è il sesto anno per me e i miei figli nella scuola del “quartiere dei fiori”. Abbiamo organizzato decine di feste e altrettante iniziative di conoscenza e scambi culturali, e piano piano le famiglie italiane stanno tornando a iscrivere qui i propri figli.
Dallo scorso settembre un’altra Sara, figlia di una maestra che ha insegnato da noi per quarant’anni, condivide con me le gioie e le difficoltà quotidiane di questo mondo unico, dove viene da chiedersi: “Straniero a chi?”