Nota della redazione. Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.
In realtà, dalle scuole serali in poi, non fu affatto semplice. L’impatto col lavoro, le difficoltà logistiche, la mancanza di tempo per studiare, i rapporti rarefatti con gli insegnanti (ne ricordo veramente pochi) furono veramente un grosso ostacolo alla concentrazione.
A quei tempi la si conquistava l’autonomia molto più facilmente di adesso, ma questo voleva dire anche essere sbalzati in un mondo di solitudine in cui dovevi assumerti le tue responsabilità e farti carico in toto dei tuoi problemi.
I miei genitori si limitavano a essere informati su quanto accadeva a scuola e lasciavano fare senza coinvolgersi più di tanto. Per loro avere una figlia che studiava ancora ovviamente faceva piacere, ma era tutto grasso che colava poiché non ne vedevano la necessità.
Fu così che in quarta venni rimandata per la prima volta, in Diritto, una materia tecnica che non stimolava affatto i miei interessi che erano rivolti soprattutto alle materie umanistiche e alle lingue. E in quinta, complici alcuni problemi adolescenziali e la malattia di mia madre, ma anche la mia prima relazione d’amore importante, persi la capacità di studiare e alla maturità feci un esame orale decisamente mediocre.
Questa fu una fase cruciale nella mia vita alla quale sono tornata spesso con la mente e di cui mi è rimasto il ricordo di una difficoltà, di una solitudine e di una mancanza che hanno avuto grosse ripercussioni sul mio rendimento scolastico, fonte di piacere e di autostima, di sicurezza che in quel momento vennero a mancare.
Quando si parla di disagio adolescenziale, che successivamente studiai approfonditamente, penso sempre a questa fase complessa in cui mi imbattei, tuttavia non mi lasciai scoraggiare. Decisi di lasciare decantare questa sfiducia, questa sorta di delusione narcisistica, questo trauma e, trascorso un anno, mi iscrissi all’Università per seguire la passione che era nata in me: la Psicologia
Nota della redazione: Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.
Anche successivamente usufruii dei benefici di quell’esplosione creativa: alle medie l’educazione artistica era una delle mie materie preferite, insieme a quelle umanistiche.
Non ero una secchiona ma studiare mi piaceva e mi riusciva facile (o forse era il contrario) e i risultati erano buoni.
Ricordo che ci fu un momento di particolare gratificazione quando, forse in seconda media, alcuni dei miei insegnanti lodarono le mie qualità nella pittura a tempera (complice anche il fatto di avere un padre molto bravo a disegnare), nella scultura, in quelle che si chiamavano attività manuali e pratiche, oltre che nei temi.
Questo non toglie che una volta mi sentii particolarmente umiliata dalla professoressa di lettere che mi rimproverò per non avere studiato “L’Infinito” di Leopardi dandomi della pigra! Mi misi anche a piangere. Nonostante quella mia “pigrizia”… (in realtà mi piaceva molto anche giocare con gli amici), uscii dalle medie con Ottimo.
Poiché ero particolarmente capace nei temi, un giorno l’insegnante di Lettere mi propose di partecipare a un concorso per una borsa di studio. Si trattava proprio di fare un tema. Lì per lì fui perplessa e risposi ingenuamente che io non avevo bisogno di una borsa di studio perché i miei genitori non erano poveri. Ma l’insegnante disse che certamente non erano ricchi e quindi mi suggerì di cogliere questa opportunità.
Beh, anche questo mi servì per consolidare la mia autostima scolastica perché inaspettatamente quella borsa di studio la vinsi davvero.
Quest’esperienza mi ha fatto capire nel tempo l’importanza della gratificazione, una soddisfazione che non sentii mai più nella mia vita, soprattutto nella scuola professionale. Non capii mai il perché di questa mancanza di soddisfazione, dato che anche lì i risultati scolastici furono ottimi. Questo però non fece crollare la mia motivazione allo studio e quando cominciai a lavorare, a 17 anni, continuai a studiare alle scuole serali e successivamente mi iscrissi all’Università.
Note della redazione. 1) Dall’Enciclopedia Treccani: rêverie ‹revrì› s. f., fr. [der. di rêve «sogno»]. – Fantasticheria, come condizione di chi si abbandona al fantasticare e come opera che riflette questo stato: Alberto si era inabissato in una r. così profonda da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico (Capuana). È usato in italiano soprattutto nel linguaggio della critica letteraria, artistica e musicale
2) Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.
Ricordo come in un sogno. Ero in quarta elementare, quindi era il 1965. La nuova insegnante era rimasta a casa per gravidanza e l’aveva sostituita una giovane donna dai capelli lunghi e rossi; credo che si chiamasse Ornella.
Era molto dolce e, per la mia prima comunione, mi aveva regalato un quadernetto dalla copertina bianca con un lucchetto. O forse no; forse vi aveva soltanto scritto una frase di buon auspicio. Ma questo non ha importanza.
Avrà avuto non più di 27 anni e portava con sé una ventata di rinnovamento, probabilmente dovuta alle più recenti idee della pedagogia di quegli anni.
Ricordo che una mattina ci fece mettere i banchi a isole, a quattro a quattro. Piano piano tutto si trasformava: il modo di fare lezione dell’insegnante, il lavoro in classe, i compiti a casa. Non so dire se fosse già lavoro di gruppo ma la creatività, la libera espressione, era alla base di tutto.
Ricordo alcuni disegni personali: per la storia un castello costruito su della carta da pacchi, il disegno di San Francesco, di Carlo Magno. Per l’educazione artistica il laboratorio di marionette di carta pesta. Per le scienze coltivazione in classe di semi.
Non ricordo molto di più nello specifico se non che probabilmente nasceva la motivazione scolastica: un interesse, un’energia che si sprigionava dentro di me. Non avrei perso la lezione di scienze per niente al mondo… e una mattina ero particolarmente angosciata perché ero in ritardo! Ma, più in generale, non c’era una materia che non mi piacesse.
Una motivazione ad apprendere che non mi avrebbe più abbandonato.
Lei era dolce, non particolarmente ciarliera, sempre incoraggiante. Si andava verso il ’68 e probabilmente risentiva delle nuove idee di pedagogia libertaria di quei tempi.
Rimase solo per quell’anno. Purtroppo. Ma mi sono convinta che tutti, nella vita, dovrebbero avere almeno un’opportunità di questo genere.
Credo che questa esperienza maieutica, quella libertà creativa, quel rispetto, mi abbiano dato molta fiducia in me stessa e fatto nascere l’idea di fare l’insegnante, ambizione che non si poté realizzare perché i miei genitori mi indirizzarono verso altro. Ma più avanti, molto più in là nel tempo, di occuparmi di scuola in modo indiretto.
Domenica 10 ottobre 1971 ero uscito con gli amici. Non ricordo il film, ricordo la sera al ristorante “La secchia rapita” dalle parti di viale Marche o giù di lì.
In qualche modo era un “all you can eat” antesignano.
Prima di cominciare, ti portavano arachidi. Non erano velocissimi; tu chiacchieravi e mangiavi arachidi. Quando arrivavano le pietanze, non è che avessi ancora tanta fame. Il dopocena era da Giancarlo, casa di ringhiera in via Melzo, libera perché sua madre andava a ballare.
Brava donna e generosa, il sabato andava al supermercato (la prima Esselunga, quella in viale Regina Giovanna) e comprava per noi le tavolette di cioccolato svizzero (tre incelofanate) lo Strega originale e il Cynar, sottomarca contro il logorio della vita moderna.
Giusto così, non eravamo certamente logorati. Avevamo meno di vent’anni. Strega, Cynar e cioccolato, sopra le arachidi.
Che storia di scuola è?
Calma mo’ arriva la scuola. Non fu una bella notte. Non tra la via Emilia e il West, a meno di non chiamare via Emilia il letto e West il cesso. La mattina non andai all’università. Verso le 10 ero seduto nel West. Suonò il telefono. Il telefono era a East.
Mi piacerebbe dire che corsi con tre balzi a rispondere, invece lo raggiunsi camminando veloce con passettini da gheisa. Le mie caviglie erano fasciate dai pantaloni.
“Lei è Luciano Berti?” “Sì” “Accetta una supplenza nella scuola di Piazza Gasparri? “ “Va bene, quando devo presentarmi?” “Prima delle 12,30. Deve fare la attività parascolastiche, mensa e doposcuola, dalle 12,30 alle 16,30”
Mi vestii in fretta e furia (si fa per dire), presi la mia Prinz celeste ereditata da mio padre e mi avviai cantando “Imodium all the people…”
Anni Settanta. Inizio della mia carriera scolastica. Allora non avevo la macchina e, per raggiungere la mia scuola, dovevo percorrere a piedi parecchia strada, sia con il bel tempo sia con il brutto tempo.
Una mattina d’inverno nevicava fortissimo. Uscii di corsa con la speranza di riuscire ad afferrare al volo il primo pullman. Provai una grande delusione nel constatare che era già passato e così mi avviai a piedi per raggiungere la mia scuola, situata in un altro comune. Calzavo degli stivali di gomma bianchi che però lasciavano passare l’acqua, anzi la neve. Arrivai a scuola, con i piedi congelati oltre che bagnati.
Mi venne incontro un’anziana collega che, guardandomi, mi chiese di seguirla. Un po’ preoccupata le andai dietro. Entrò in una stanza e ne uscì con un paio di pantofole. Me le diede dicendomi che erano nuove e di non preoccuparmi se non avevo le scarpe o gli stivali giusti.
Ricorderò sempre le sue parole: “L’importante è quello che sei e ciò che sai fare“. Per un momento rimasi lì stupita, ma subito mi cambiai ed entrai in classe.
Presto mi resi conto di quanto quella saggia e anziana collega avesse ragione: i bambini non notarono le mie pantofole e fu una delle giornate più importanti non solo per me, ma anche per gli alunni che uscirono felici.
Spesso diamo troppa importanza all’apparenza, tralasciando la parte più importante di ognuno di noi. Quella collega aveva proprio ragione!
Una chiacchierata con Capelli Bianchi, ex-insegnante di Italiano che, per non dimenticare decenni di esperienza in aula, vuole ripensare al lavoro che ha fatto con centinaia di studenti. Ne escono preziosi suggerimenti per le nuove generazioni di insegnanti, invitati a evitare l’errore di tenere la Scienza lontano dalla Letteratura.
Sono questi gli anticorpi necessari per fare crescere gli studenti consapevoli dei tesori che la Cultura, umanistica e scientifica insieme, mette loro a disposizione per difendersi dalle future pandemie e non solo. Ecco cosa risponde Capelli Bianchi a qualche semplice domanda.
Perché oggi a scuola non basta insegnare Italiano?
Nelle nostre scuole non si insegnano Educazione all’igiene e Storia delle scienze, cioè la storia del lavoro che il progresso della Medicina è costato a medici e ricercatori. Sono insegnamenti interdisciplinari che richiedono competenze scientifiche, storiche e umanistiche.
Ma Covid non è la prima pandemia…
E’ vero, ma nei manuali di storia si dedicano vari capitoli alla Grande Guerra.; Invece, se va bene, è riservato un solo paragrafo alla pandemia di Spagnola e all’eroismo delle infermiere e dei medici che si sono sacrificati per curarla. La Spagnola, un tristissimo corollario di quella guerra, ha mietuto più vittime della guerra stessa (sembra 50 milioni).
Oggi siamo stati colti impreparati al Covid. Davamo per scontato che se hai un po’ di febbre e mal di gola ti prendi un antibiotico e il giorno seguente torni al lavoro. A scuola non ci viene ricordato che fino a pochi anni fa le cose erano ben diverse.
Quando ero piccola, tante famiglie piangevano la morte di bambini uccisi in tenera età dalla difterite per mancanza di antibiotici e vaccini. Oggi invece nessuno teme questo killer.
Milano, Piazza Luigi Cadorna, generale italiano (1850-1928). Principale merito: avere mandato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro. E’ la piazza di interscambio più importante di Milano: una stazione ferroviaria, due linee di metropolitana, sei linee auto-tranviarie, partenza del Malpensa-Express, una grande installazione artistica. Piazza conosciuta da tutti i milanesi, dai pendolari e dai turisti
Milano. Via Alexander Fleming, biologo inglese (1881-1955). Principale merito: avere salvato dalla morte miliardi di persone. Strada periferica lunga circa 100 metri. Via sconosciuta ai milanesi che non abitano lì vicino
Eppure a Fleming, che con la scoperta della penicillina ha salvato miliardi di vite, Milano ha intitolato una viuzza periferica nota solo a chi ci vive. Viali e piazze del centro sono intitolate a potenti e a generali più o meno vittoriosi, che hanno guidato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro.
Nella letteratura si parla di pandemie?
Fin dalle origini della nostra tradizione letteraria, il fragore delle armi ha riscosso più interesse di quello dedicato alla guerra silenziosa che l’Umanità ha sempre combattuto contro le malattie. L’hanno combattuta uomini e donne (spesso perseguitate come streghe) cercando rimedi naturali.
Nel Primo Libro dell’IliadeOmero dedica una decina di versi alla pestilenza che stava decimando il campo degli Achei. Invece in tutti i 24 Libri di questo sterminato poema si snodano descrizioni particolareggiate di battaglie, duelli, fabbricazione di armi e celebrazioni di eroi.
Dante colloca Ippocrate e Galieno con grande onore nel Limbo, ma i libri di storia ci dicono pochissimo di questi antichi medici. Eppure ancora oggi i medici pronunciano il Giuramento di Ippocrate all’atto della Laurea e i farmaci preparati dai farmacisti si chiamano ancora galenici.
Cattedrale di Anagni: Ippocrate e Galeno, XII secolo
Anche se studiamo la storia di Atene e le imprese di Giustiniano, conosciamo pochissimo della peste di Atene e di quella di Giustiniano. Quel poco che studiamo a scuola lo dobbiamo a grandi narratori come Boccaccio, Manzoni e Camus.
Manzoni, in particolare, è il primo che capovolge il rapporto tra lo spazio dato alla guerra e quello assegnato alla pestilenza. Dedica un paio di capitoli alla guerra di successione al ducato di Mantova e alla calata dei Lanzichenecchi che diffuse la peste in Lombardia. Invece alla peste dedica sette lunghi capitoli, fra i più potenti del Romanzo.
Sono capitoli intrecciati fra Storia documentata e invenzione narrativa (ma la Storia prevale), che ci mostrano le sofferenze della popolazione, il coraggio e il sacrificio di grandi medici come Tadino e Settala, l’abnegazione dei Cappuccini che curano i malati al Lazzaretto, le misure prese dal Cardinal Federigo Borromeo per contenere quel flagello, le dinamiche sociali perverse come la caccia agli untori.
I ragazzi possono capire il senso di questi scritti?
Sono letture di testi letterari tenute dai bravissimi attori Sonia Bergamasco e Neri Marcorè, commentate dal Dott. Alberto Mantovani, uno degli immunologi più importanti al mondo.
I ragazzi potrebbero così ascoltare quello che duemila anni fa Tucidide scriveva sulla peste durante la guerra del Peloponneso e interpretare quel testo con gli occhi della scienza moderna.
Lo stesso potrebbero fare, sullo stesso sito web, anche con i testi di Lucano, Lady Mary Montagu, Giuseppe Parini, Albert Camus e Voltaire. Sono opere di grande pregio pre-scientifico che, interpretate scientificamente da un grande scienziato, assumono un valore storico e documentale che può arrivare diritto al cuore e alla testa dei nostri studenti.
E’ possibile a scuola capire il ruolo culturale della scienza?
Per rispondere bastano un paio di esempi. I nostri Istituti Tecnici preparano ottimi Periti Chimici, ma pochi di loro conoscono la storia della chimica. Per esempio, molti ignorano la vita di Maria Sklodowska Curie, distrutta dalle radiazioni che studiava e di cui l’odierna medicina si serve.
Esemplare è la storia del medico ungherese Semmelweis. A metà dell’Ottocento si rese conto che molte donne povere, che partorivano in ospedale in perfetta salute, morivano poco dopo per le infezioni puerperali.
Semmelweis capì che venivano infettate dai medici che le aiutavano a partorire senza prima essersi lavati le mani con cui avevano toccato malati e cadaveri. Per questo introdusse la disinfezione obbligatoria delle mani, ma l’invidia e l’insipienza dei suoi colleghi lo ridussero a morire in manicomio. Fu la tristissima sorte di un uomo che aveva salvato la vita di innumerevoli donne, ma oggi igiene e antisepsi sono imprescindibili in qualsiasi luogo di cura.
Cosa dire poi di farmaci e vaccini? Oltre a quello antidifterico, occorrerebbe un trattato per parlare di Pasteur, Jenner, Koch, Sabin e cento altri.
Albert Sabin
Pochi di noi ricordano che a scienziati come loro dobbiamo essere grati se oggi non abbiamo più paura del vaiolo, della poliomielite, della tubercolosi e di altre malattie che fino all’ultima guerra erano endemiche in Italia e in Europa. Purtroppo lo sono ancora in Paesi meno fortunati.
Come possiamo parlarne con i giovani?
Nel 1972 si è introdotta nelle scuole italiane la vaccinazione contro la Rosolia per tutte le bambine e le ragazze non ancora mestruate; in seguito la vaccinazione è stata estesa a tutti i bambini entro i 15 mesi di età. Prima di allora, le donne che contraevano la rosolia in gravidanza correvano un rischio terribile: il feto poteva subire malformazioni gravissime. Oggi invece nessuna mamma in attesa deve più patire questa angoscia.
Contemporaneamente, i nati nel 1972 sono stati gli ultimi obbligati a vaccinarsi contro il vaiolo perché, grazie ad anni di vaccinazione di massa, il vaiolo era stato sconfitto definitivamente, dopo aver seminato morte e sfigurato volti fino a metà Novecento.
Analogamente, nel secolo scorso si è sconfitta la tubercolosi. Tuttavia, fino a 30 anni fa studenti, insegnanti, e altri lavoratori a diretto contatto col pubblico, erano tenuti a fare periodicamente la schermografia del torace, o il test Mantoux per isolare gli eventuali portatori del bacillo di Koch.
Se oggi tutto questo venisse studiato a scuola, pochi ragazzi snobberebbero la mascherina e nessuno si sognerebbe di andare ad ammassarsi in discoteca, non lavarsi accuratamente le mani e ritenere inutile la vaccinazione.
Non vedremmo sui social le scene penose di giovani che insultano e minacciano di morte la prima infermiera che si è fatta vaccinare contro il Covid, una ragazza che l’ha fatto per il bene non solo suo, ma di tutti i suoi pazienti e degli stessi insultatori via web.
Cosa possiamo dire ai giovani del vaccino?
Il vaccino ci salverà, ma solo se ci sarà per tutti, non solo per i Paesi più ricchi. Papa Francesco lo ripete nei suoi accorati appelli alla pace e alla solidarietà: non ci si salva da soli, ma insieme. Questa pandemia ci insegnerà a sostituire la cultura della competizione, dell’accaparramento, della morte, con quella della condivisione, del rispetto della Casa comune, della vita?
Il vaccino è arrivato: i media l’hanno presentato con un po’ di inevitabile retorica, ma anche con la sincera commozione di medici e infermieri che in questi mesi hanno visto morire troppe persone e che meritano tutta la nostra riconoscenza.
Ci hanno curato e continuano a curarci, mettendo a rischio la loro stessa vita, salvando molti di noi. Adesso accettano di essere vaccinati per primi, per proteggersi, ma anche per darci un esempio di coraggio e un motivo di speranza. Eroi li abbiamo spesso definiti, ma il Paese smemorato si ricorderà di loro quando il pericolo sarà passato?
Purtroppo la nostra memoria è corta, soprattutto per quanto riguarda le cose veramente importanti, come l’impegno e i sacrifici di chi ci ha permesso, nel corso della storia, di migliorare le nostre condizioni di vita, di allungare il nostro futuro, di difenderci sempre meglio dagli agguati che la natura, madre ma spesso anche matrigna, ci ha teso e continua a tenderci.
E’ nostro dovere dirlo ai giovani. E’ dovere degli insegnanti parlarne nelle classi, in presenza e a distanza.
In mezzo secolo di lavoro nella scuola ho conosciuto un numero enorme di Presidi. Ne ho conosciuti quando ero insegnante e poi ho fatto progetti insieme a loro quando lavoravo all’IRRE Lombardia. In seguito ne ho conosciuti molti facendo io stesso il Preside e poi facendo il valutatore di scuole e di Presidi. Tutto senza contare poi le decine di convegni.
Ma come sono fatti i Presidi? Esattamente come gli insegnanti: anche loro sono di solito competenti e capaci, ma anche fra i Presidi non manca qualche imboscato specialista in fancazzismo. Niente di nuovo sotto il cielo…
Qui racconto alcuni episodi vissuti con vari Presidi, mascherando le storie in modo da non rendere riconoscibili i protagonisti. Per questo sono storie semi-vere.
Teatro a tempo perso
Ero un giovane insegnante e lui era un bravo Preside, serio e incoraggiante. Un giorno scoprii che era anche attore in un importante teatro. Diceva di essere un Preside che recita a tempo perso.
Una sera andai a un suo spettacolo e lo vidi recitare in modo meraviglioso. Era uno dei migliori attori che avessi mai visto recitare. Il giorno seguente gli dissi “Lei non è un Preside che recita a tempo perso, ma un attore che fa il Preside a tempo perso!”. Mi sorrise e, senza dire una parola, mi portò al bar per offrirmi una birra…
Vietato fumare. O no?
Lo conoscevo di fama come un ottimo Preside, molto capace e di grande umanità. L’avevo visto alcune volte di sfuggita, ma non l’avevo mai conosciuto personalmente.
Un giorno, per una breve riunione di lavoro, ebbi l’occasione di entrare nel suo ufficio. Mi accolse gentilmente e subito notai una cosa strana: tutte le finestre erano spalancate! Era pieno inverno e in Presidenza faceva un freddo terribile. Si giustificò dicendo che pativa il caldo quindi…
Tenendo sempre addosso il cappotto, a metà riunione chiesi di andare in bagno e mi indicò i servizi riservati alla Presidenza. Appena entrato in bagno vidi un posacenere pieno di decine di mozziconi di sigaretta. Ecco scoperto il segreto: il Preside fumava di nascosto e apriva le finestre per non far sentire l’odore di fumo! Proprio come i ragazzini! Ma i suoi studenti lo sapevano? Chissà cosa dicevano quando venivano beccati in bagno a fumare…
Signori si nasce (ma qualcuno non lo nacque)
(testo tratto da un post su FaceBook del 14 novembre 2020)
Avevo partecipato al concorso per ricercatori didattici IRRSAE/IRRE Lombardia su suggerimento di una collega che mi aveva segnalato il bando su una fotocopia illeggibile trovata su una sedia in aula insegnanti. A mia insaputa partecipò allo stesso concorso anche il mio Preside di allora, che però non lo superò.
Non essendo esattamente un gran signore, piuttosto arrabbiato il Preside mi convocò in Presidenza per dirmi che lui conosceva bene i membri della Commissione Esaminatrice e sapeva che non capivano nulla. Io, che neanche sapevo esistesse una Commissione, ho così appreso che la graduatoria era stata pubblicata e che il mio nome era il primo nell’elenco. Grazie Preside per l’informazione…
Aborto 1
Non occorrono indagini scientifiche per sapere che gli studenti vanno a scuola con il loro corpo. Corpo come quello di chiunque. Corpo che a volte crea problemi.
Era stata approvata da poco la Legge sul diritto di aborto. Una studentessa incinta si rivolse al Giudice Tutelare per abortire. Qualcuno l’aveva informata che l’art. 12 della Legge 194 prevede questo caso per le minorenni, che così possono abortire senza farlo sapere ai genitori.
Un’insegnante di CL venne a saperlo. A dispetto della privacy, prontamente diffuse la voce fra i colleghi ciellini e insieme si rivolsero al Preside per evitare questo “delitto”. Mr. Ponzio Pilato non prese posizione, ma convocò i genitori della ragazza perché “c’erano state varie assenze”. Durante il colloquio fece emergere un sospetto e, piano piano, la verità venne a galla.
I docenti ciellini parlarono con i genitori e tutti insieme fecero pressione sulla ragazza fino a quando l’aborto venne evitato. Gli insegnanti ciellini festeggiarono la notizia in aula insegnanti esclamando a voce alta “Ha vinto la vita!”.
Dopo pochi mesi la ragazza abbandonò la scuola. In seguito si separò dal padre di suo figlio e, per mantenere sé stessa e il figlio, iniziò a lavorare facendo le pulizie nelle case. Non so se puliva anche le case dei docenti ciellini…
Aborto 2
In anni recenti una ragazza minorenne andò dal Preside “Domani abortirò con l’autorizzazione del Giudice. Non voglio che i miei genitori lo sappiano, ma domani sarò assente e a loro arriverà l’SMS automatico mandato dal Registro Elettronico. Le chiedo di evitarlo”.
Il Preside, che aveva mille difetti ma almeno non si chiamava Ponzio Pilato, cercò inutilmente di contattare il Giudice, senza però riuscirci. Come fare?
Il giorno seguente un misterioso e inspiegabile guasto ai servizi informatici della scuola impedì la trasmissione di tutti gli SMS alle famiglie dei ragazzi assenti. Il giorno successivo, come per miracolo, il servizio informatico riprese a funzionare. I tecnici non hanno mai capito la causa di quel misterioso guasto.
Questa volta “non vinse la vita”, ma almeno la ragazza finì il Liceo e in seguito si iscrisse a Medicina. Forse un giorno, come Dottoressa, farà vincere la vita in un altro modo…
Non conosco nessuno…
Era un Preside appena arrivato a Milano. Un suo insegnante doveva mandare in Provveditorato la richiesta di partecipare a un convegno o qualche cosa di simile, quindi andò in Presidenza per fare firmare la domanda.
Il Preside accolse l’insegnante gentilmente, ma si rifiutò di firmare la richiesta dicendo che “era appena arrivato in città e non conosceva nessuno in Provveditorato”. Il povero docente spiegò che non occorreva conoscere nessuno; si trattava solo di spedire una lettera firmata.
Il Preside si mostrò molto dubbioso e chiese se a Milano è possibile mandare una lettera a un destinatario che non si conosce personalmente. Dopo un po’ di trattativa si convinse a firmare e la segreteria inviò la lettera che arrivò regolarmente e la richiesta contenuta fu accettata. Forse il Preside doveva ancora capire la differenza fra Provveditorato e Babbo Natale…
Camionisti focosi
Lei era una brava Preside, puntigliosa e determinata. Un po’ autoritaria, pretendeva sempre di tenere tutto sotto il suo controllo. Era molto orgogliosa del suo ruolo e ne aveva ottime ragioni: la sua scuola funzionava benissimo e gran parte del merito era suo.
Un giorno ricevette la telefonata di un genitore che chiedeva l’autorizzazione per fare uscire anticipatamente la figlia per una visita medica urgente. Accordato il permesso aveva continuato il suo lavoro.
Nei giorni seguenti l’episodio si ripeté con un’altra ragazza. Poi, sempre avendo le due stesse ragazze come protagoniste, ricevette altre telefonate simili e sempre fece uscire le diciasettenni.
Dopo un po’ di settimane la Preside ebbe qualche dubbio e attivò alcune verifiche. Non le fu difficile scoprire che, più che Preside, il suo ruolo era diventato quello di tenutaria di una casa d’appuntamenti. Infatti le due povere ragazze erano finite in un giro di prostituzione minorile e i clienti erano camionisti in sosta a un Autogrill lungo la Tangenziale.
Dopo essersi ripresa dallo shock, la Preside coinvolse la Polizia e i servizi sociali, senza dimenticare di fare una circolare per i genitori, con cui proibiva i permessi d’uscita in base a semplici telefonate…
Piccoli episodi di grandi Presidi
(testo tratto da un post su FaceBook del 6 novembre 2020)
Per vari anni ho insegnato “Matematica e Fisica” in vari Licei Scientifici milanesi. Molti Licei erano ancora senza nome: si chiamavano il VI, il VII… fino al XIV (praticamente erano come i nomi dei Papi).
Di quegli anni sono ancora in debito personale e professionale con due grandi Presidi che mi hanno insegnato la passione per la scuola: Giorgio Levis e Romeo Brambilla.
Molti consideravano Levis un pazzo, ma quel bravissimo pazzo mi ha insegnato la passione per l’innovazione didattica e ha dato grandi spinte alla mia formazione professionale.
Non era molto diplomatico; anzi era piuttosto burbero. Indimenticabili quelle volte che in corridoio si incazzava con un insegnante o con uno studente: i vetri della scuola tremavano e tutti scappavano nelle aule temendo lo scatenarsi di un conflitto a fuoco!
Da Brambilla ho imparato l’attenzione agli studenti e alle loro fragilità. Era ancora più burbero di Levis, ma quanta sensibilità nascondeva dietro quella folta barba!
A quei tempi a scuola si fumava senza neanche il bisogno di nascondersi; molti insegnanti fumavano persino in aula. Nonostante l’enorme pancia, Brambilla correva nei corridoi per raggiungere gli studenti che fumavano.
Con il suo vocione tenebroso urlava dicendo che il fumo faceva male e loro dovevano spegnere la sigaretta. Urlava tutto sudato, avvolto dal fumo puzzolente del suo sigarotoscano perennemente acceso…
Una delle fortune di essere insegnante è che ogni anno puoi rivivere il primo giorno di scuola! In realtà ci sono due primi giorni di scuola: quello come docente solo con i colleghi e quello in cui entri in classe con gli alunni.
Lasciamo perdere tutto quello che c’è stato sempre “dietro” il mio primo giorno (attesa della nomina, posti disponibili, punteggi e precedenze, ricorsi, ecc.).
Fino all’anno scorso ogni primo giorno era una scoperta: dove si trova la scuola? Come si raggiunge? In quanto tempo? Superati i primi interrogativi entri e….ti senti persa! Tutti, più o meno, si conoscono, sono appena tornati dalle vacanze, si salutano, si baciano, si abbracciano e tu sei lì, con un sorriso di circostanza che non sai che fare, non sai neanche dov’è la “sala prof”!
Poi al collegio docenti ti guardi attorno, ascolti, cerchi di capire fin dall’inizio le dinamiche del gruppo (che più o meno sono sempre le stesse in ogni scuola, cambiano solo i protagonisti). Ti devi fare forza e coraggio, si ricomincia sempre da capo…
Lo stesso con gli studenti, non sai come sono, loro non sanno nulla di te, devi conoscerli e devi farti conoscere. Un avvicinamento lento, un adeguamento mirato e non sempre facile e spontaneo.
Quest’anno sono io a salutare, abbracciare e baciare ex colleghi dopo le vacanze. E’ una sensazione bellissima. Soprattutto per chi la prova per la prima volta. Sì perché oggi è, ancora una volta, un primo giorno di scuola! Sono felice, dopo tanti anni di attesa; non voglio perdermi neanche un istante e godermi fino in fondo questo momento prima di iniziare la frenesia del nuovo anno scolastico.
Mi guardo di nuovo intorno ed ecco che incontro qualche sguardo nuovo che vaga spaurito, gli rispondo con un sorriso, mi avvicino e gli propongo, dopo il collegio, un breve tour nella scuola, nei luoghi più importanti: sala prof, servizi e ovviamente bar e macchinette. Ora sono di casa.
Spesso si pensa che il bruco nel suo bozzolo passi del tempo in attesa della sua trasformazione. Ma il bruco non attende. Lavora. Costruisce. Proprio come noi in queste storie di scuola durante il Covid
di Maria Falivene (appunti scritti durante la quarantena da Covid)
Ci sentiamo come dentro un bozzolo, il nostro bozzolo che ci protegge da tutto quello che ci circonda, ci minaccia, ci spaventa. Siamo chiusi, ma non siamo fermi e neppure a riposo. Come il bruco, in questo grande e lungo momento difficile stiamo costruendo le nostre ali!
La scuola non è chiusa, no non è chiusa! I non addetti ai lavori, gran parte dell’opinione pubblica, le famiglie, tanti pensano che sia tutto fermo! Non è così. Stiamo trasformando un periodo estremamente difficile in un momento di duro lavoro, con mille problemi ma mille e una motivazioni per affrontare questo cambiamento a testa alta.
Quante persone che conosco sono state contagiate dal virus! Colleghi, studenti con le loro famiglie, amici e conoscenti. In tanti ce l’hanno fatta. Qualcuno purtroppo è andato via, senza neanche una carezza.
Ce la stiamo mettendo tutta. Tavolette grafiche, Meet, videolezioni registrate. Ma come tutti, soprattutto ora, abbiamo bisogno di una certezza: non dobbiamo accontentarci. Oggi, 4 gennaio 2021, non sappiamo ancora quale sarà il nostro “destino”: presenza? distanza? quale sarà l’efficacia degli scaglionamenti orari? e dei mezzi di trasporto?
Tra tutti questi “forse” la sicurezza è in noi stessi, nel nostro lavoro, nella nostra testardaggine. Ho conosciuto colleghi che hanno continuato a lavorare tra difficoltà pazzesche. Ho visto ragazzi appassionarsi alla materia di Educazione Civica con un entusiasmo che non avevo mai visto. Ho ascoltato storie di sofferenza terribile mista ad un’invincibile speranza.
Ora il vaccino è arrivato. La scienza sta per vincere la sua ennesima battaglia. Grazie a giovani ragazzi che qualche anno fa erano sui banchi di scuola a sperare un giorno di cambiare il mondo.
Grazie a giovani ragazzi che qualche anno fa erano sui banchi di scuola a sperare un giorno di cambiare il mondo. Avevano ragione: ce l’hanno fatta. E con loro ce l’hanno fatta tutti quelli che credono nelle loro scoperte, che decideranno di vaccinarsi e lo faranno sentendosi infinitamente fortunati. I nostri sforzi adesso sono per loro. Sono per la loro trasformazione in meravigliose farfalle.
Uscito nel 1969 dall’ITIS Feltrinelli di Milano come Perito Elettrotecnico, mi ero iscritto a Fisica a Milano. Dopo un paio di mesi lavoravo in fabbrica come disegnatore di impianti elettrici. Ero orgoglioso di aver progettato l’illuminazione della sala comandi dell’impianto petrolchimico di Gela, ma poi il petrolchimico è fallito (che siano rimasti al buio?).
La prima supplenza non si scorda mai
Lavoravo frequentando l’Università un po’ sì e un po’ no. Dopo un anno non reggevo più il ritmo di studente-lavoratore, oltretutto condito con intense attività politiche e studio serale di inglese e russo. Ho allora cercato supplenze nelle scuole.
A quel tempo c’era una tale penuria di insegnanti che, anche se ero solo uno studente al secondo anno di Fisica, mi hanno assegnato la prima supplenza il 5 novembre 1970, (il 4 novembre era festa nazionale per ricordare la prima vittoria dopo le guerre puniche).
Insegnavo Elettrotecnica al Professionale Cesare Correnti di Milano, nella sede staccata di Gorgonzola, sul canale Molgora, dove “La ghéra nà scighera che la se pùdea tajà cűnt el curtéll” (Per i non milanesi: “C’era una tale nebbia che si poteva tagliarla con il coltello”).
Uscivo di casa alle 6 per raggiungere la scuola con il leggendario trenino giallo delle Linee Celeri dell’Adda (oggi metro linea 2). Giocando con l’orario scolastico riuscivo a frequentare un po’ l’Università e guadagnare le 130.000 lire al mese che mi permettevano di vivere e pagare gli studi.
Quando portavo gli studenti a visitare una centrale elettrica (sull’Adda ci sono stupende centrali idroelettriche di inizio ‘900), l’ENEL chiedeva l’autorizzazione scritta dei genitori degli studenti perché erano minorenni. Io nascondevo la mia età perché ero minorenne anch’io! Avevo 20 anni e a quel tempo si diventava maggiorenni a 21.
Le supplenze sono come le ciliegie: una tira l’altra
Insegnare mi piaceva, così ho continuato a farlo per tutti gli anni successivi di Università, tranne i 13 mesi in divisa da soldato semplice. Ho fatto poche supplenze nelle scuole medie; ne ho fatte invece molte negli ITIS e nei Professionali.
Insegnavo Matematica, Fisica ed Elettrotecnica. Ho persino insegnato (si fa per dire…) “Disegno di Costruzioni Meccaniche” nei corsi serali di un ITIS, frequentati da lavoratori che di giorno usavano il disegno meccanico e di sera lo spiegavano a me…
La tentazione da insider trader
Agli esami di settembre mi pagavano le “propine esame”. Era un misterioso regalo (in spagnolo propina significa mancia) di circa 70 lire per ogni studente esaminato. Un anziano segretario mi spiegò che dagli anni ‘30 le propine erano una speciale indennità per le spese di risuolatura delle scarpe dovute al percorso a piedi per raggiungere la scuola sede d’esame. Ammetto di avere avuto la tentazione di rimandare a settembre una decina di studenti e guadagnare così 700 lire, ma ho resistito alla tentazione, anche perché mi sarei rovinato troppe scarpe…