Ah, quell’anno! Con quelle ragazze, ne avevamo fatte di tutti i colori! Gite, scambi culturali… E poi, come dimenticare l’assistente linguistico super hot che veniva proprio da Londra! Era un bel ragazzo, gentile e carino, e parlava un inglese perfetto… cosa volete di più?
Quelle ragazze non mi hanno mai voluto così bene come quell’anno. O forse volevano bene a lui? Pendevano tutte dalle sue labbra. Perché lui era la lingua vera, altro che i miei paradigmi dei verbi irregolari! Abbiamo imparato tanto con lui…
Qualche anno dopo avevo riproposto la stessa cosa a Corsico, ma ci hanno mandato una ragazza turca. Era carina, dolce e con tanta buona volontà, ma la lingua era un’altra cosa! Però a fine anno abbiamo fatto una bella festa multiculturale e anche questa ha avuto il suo perché.
Una Prof golosa
Ma torniamo alle storie vissute in classe. Non sono capace di fare sempre le stesse cose; mi annoio da morire, quindi mi ero inventata la storia dei gessetti.
Il tutto iniziò con una breve vacanza nel comune di Moggio, un piccolo paese sulle montagne lecchesi. Girando per il mercato la mia attenzione cadde sulle caramelle a forma di gessetto! Sono un’insegnante e sono golosa; quelle caramelle “didattiche” sembravano fatte apposta per me! Potevo evitare di comperarle?
Le caramelle-gessetto
Inutile a dirsi che ne presi un sacchetto per me ma, per evitare i sensi di colpa sempre in agguato, ne presi anche un sacchetto da portare ai miei studenti.
Il piano segreto
Tornata a scuola mi venne un’idea: usare quelle caramelle per fare un bello scherzo agli studenti! Fu così che presi da parte Luca, un ragazzo bricconcello ma sveglio, e gli spiegai il gioco: “Io ti chiamo alla lavagna, ti assegno il gessetto-caramella, ti faccio una domanda e tu fingi di non conoscere la risposta. A quel punto io mi arrabbio e ti ordino di mangiare il gessetto come punizione!”
Beh, lo ammetto: a volte ero severa con i ragazzi, ma non esageriamo! Crudele fino a questo punto proprio no! Era uno scherzo talmente assurdo che io stessa dubitavo che i ragazzi ci sarebbero cascati. Comunque io e Luca mettemmo in scena il nostro piano segreto: domanda, risposta errata, arrabbiatura, punizione…
A questo punto Luca eseguì la mia richiesta e a testa bassa si infilò in bocca il gessetto-caramella. Mentre Luca masticava, in classe regnava un silenzio di tomba. Tutti si guardavano allibiti senza dire una sola parola; erano per metà curiosi e per metà spaventati.
Dopo aver ingoiato la caramella-gessetto, Luca si girò verso di me e disse: ”Buono! Prof, me ne dà un altro? It’s a candy!”. Tutti capirono lo scherzo e la classe tirò un sospiro di sollievo.
Fu così che partì il concorso Gessetto-Premio. Quando qualcuno rispondeva bene a una domanda difficile arrivava come premio un gessetto da mangiare! Dovevate vederli! Facevano a gara: “Prof, il gessetto!?!” Non immaginatevi mille gessetti al giorno, ma erano lo stesso felici e motivati! Credo che se lo ricordino ancora…
Spettacolo in trasferta
In seguito, da Preside, ho portato anche a Corsico i meravigliosi gessetti per i golosi. In quella scuola però li portavo per i docenti. Ovviamente, quando poi cambiai sede, i gessetti mi seguirono anche al Severi Correnti.
Cabiadini di Moggio
Lì forse ho fatto una gaffe quella volta che, entrando tutta allegra in uno scrutinio degli odontotecnici, portai il mio bel sacchetto di caramelle!!! Che figuraccia! Dare le caramelle proprio a loro che insegnavano a pensare costantemente alla salute dei denti! Per fortuna nessuno è perfetto e anche loro cedettero alla tentazione! Dovevate vedere quanto le hanno gradite, anzi alla fine le pretendevano!!!
Mary Poppins
Per ultimi sono poi arrivati i cabiadini, biscotti sempre di Moggio. Anche lì grandi feste! Ormai era una malattia contagiosa: le insegnanti portavano ciliegie, scorze di pompelmo candite, dolcetti fatti da loro… io portavo biscotti e caramelle. La scuola sembrava diventata una succursale della pasticceria!
supercalifragilistichespiralidoso
Ma perché, direte voi? Perché un consiglio di classe addolcito è più disponibile, si lavora meglio! E poi sono quelle attenzioni alle quali non siamo abituati e che fanno bene a tutti.
In presidenza c’era sempre la scatola con le caramelle. Ve la ricordate Mary Poppins? “Basta un poco di zucchero e la pillola va giù!”. Va bene, io sono golosa, ma ho capito che se tratto bene gli altri sto meglio anch’io.
Questa narrazione è fedele agli accadimenti, ma è mascherata da nomi fittizi per salvaguardia della privacy. Si riferisce ai miei primissimi tempi di presidenza.
Preside per caso
Ero diventato Preside quasi per caso. Da parecchi anni insegnavo ed ero vicepreside in uno storico Liceo Classico del centro di Milano. Il mio tran tran mi soddisfaceva. Nel corso di un anno scolastico, il Preside venne a mancare e l’Ufficio Scolastico (all’epoca ancora Provveditorato) mi diede l’incarico di presidenza per il resto dell’anno scolastico.
ITC nella periferia milanese
Ebbi poi il rinnovo negli anni successivi, quindi lasciai il prestigioso e centralissimo liceo milanese. Dopo il concorso ebbi l’incarico in un ITC nella periferia nord-ovest della città. La struttura scolastica ospitava anche un ITIS.
Gli spazi erano grandi, ma l’aspetto richiamava un po’ quello di una fabbrica: del resto non eravamo molto lontani dal Portello, storica sede dell’Alfa Romeo.
La scighéra milanese
Il viaggio da casa mia era agevole ma non brevissimo. A fine settembre comparivano giornate cariche di grande foschia e la prima nebbia. Avevo l’impressione di essere andato chissà dove, ma ero sempre in città e pensavo “chissà come sarà quando comincerà il vero periodo nebbioso?”
La shighéra (nebbia) milanese
Tuttavia, come può testimoniare qualunque milanese autoctono e non un trapiantato a Milano come me, seppur dal ’71, non c’è più la nebbia di una volta!
Quella nebbia che la tagliavi a fette; quella nebbia che per attraversarla in macchina dovevi rasentare la linea bianca in mezzo alla carreggiata, con indubbio rischio.
Questo era il contesto dove ero arrivato. Ero molto contento e stimolato dal nuovo compito; mi portavo dietro una quantità di esperienze didattiche arricchenti e avevo una gran voglia di condividerle nel nuovo lavoro e nella nuova scuola.
Conoscere gli studenti
Iniziata la scuola, una delle prime cose che ho voluto fare è stata incontrare gli studenti eletti nel Consiglio di Istituto (uscenti, perché si rinnovano ogni anno) unitamente a quelli del “Collettivo”.
Ogni scuola che si rispetti ne ha uno: è la fucina dove vengono forgiati gli spiriti adolescenziali dei “primini” e non solo da parte dei più grandi. E’ il luogo dove si preparano le iniziative “politiche” tese ad affermare l’autonomia di giudizio degli studenti sulle questioni che agitano il mondo della scuola e più in generale della società, con la conseguente prassi: auto-cogestione, occupazione…
Chiesi alla mia Vicepreside di “combinare” l’incontro con gli studenti. Un lunedì mattina poco dopo le 10 si presentano nel mio studio due studenti, rigorosamente vestiti secondo la moda giovanile corrente:
Andrea, capelli rasati, jeans e maglia dell’Inter n. 4 (omaggio a capitan Javier Zanetti pensai), Nike Michael Jordan ai piedi, sguardo fiero, ma interrogativo
Luca, capelli rasati e testa coperta da berretto Nike, pantaloni cargo taglia comoda (un po’ giù in vita, seppur retti da cinturone con fibbione ranchero), felpa grigia con cappuccio, Nike Michael Jordan ai piedi, sguardo vivace ma circospetto
Ci accomodiamo. Dopo qualche convenevole legato alla maglia nerazzurra n. 4 mi informo sul loro curriculum scolastico. C’era stato qualche inciampo precedente, ma erano oramai avviati verso la conclusione del ciclo di studi: frequentavano due diverse classi Quarte.
La trattativa
Prendendola un po’ alla larga, arriviamo a discutere dell’annuale protesta degli studenti. Nel frattempo erano già cominciate le manifestazioni con epicentro in piazza Cairoli, quindi chiedo apertamente cosa pensano di fare.
La trattativa
Andrea resta per quasi tutto il tempo sfingeo; sguardo curioso e penetrante che sostituisce efficacemente le parole. Luca, evidentemente il portavoce, è invece aperto e colloquiale e conduce in modo serrato la “trattativa” sui giorni di “autogestione” che volevano proporre.
Sette giorni; no 2. Cinque giorni; no 2. Quattro giorni no 3. Va bene 3. Aggiudicato!
Ci lasciamo con l’impegno che io ne avrei parlato in Collegio Docenti e che loro avrebbero portato la proposta in Collettivo. Ci saremmo quindi rivisti più avanti per definire modalità e periodo.
Un’acca di troppo?
Prima che escano richiedo loro i cognomi e a Luca chiedo dove va la “h” nel suo cognome; Andrea sgrana gli occhi divertito (evidentemente le parole le risparmiava per la curva a San Siro). Luca mi dice che, essendo italiano, il suo cognome non ha “h” e io ribatto che ci sono tanti cognomi italiani che ce l’hanno e comunque mi scusavo se potevo aver capito male.
Le comunità arbëreshë in Italia
In effetti, anche se poteva essere tranquillamente individuato di nazionalità turca, i suoi lineamenti calabresi, a me molto familiari, lo definivano perfettamente italiano. Tuttavia il suo cognome arbëreshë mi ricordava quello di un mio compagno di studi proveniente da uno dei paesini di lingua albanese che sorgono in Calabria tra la zona del Pollino e l’Appennino pre-Sila, che la “h” ce l’aveva eccome… ma non sono stato lì a insistere.
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“E tu cosa ne pensi?”
Dopo qualche giorno, vincendo un certo scetticismo serpeggiante, il Collegio Docenti prendeva atto della mia comunicazione: non ci restava che attendere gli eventi. Nella grande mensa del centro scolastico, durante la pausa pranzo, incontrai il mio collega preside dell’ITIS adiacente, col quale c’era uno scambio di opinioni a 360 gradi. Parlavamo di questi aspetti di relazione con gli studenti.
Anche lui viveva problematiche analoghe e l’inevitabile conclusione del discorso ci portava a prendere atto della ineluttabilità delle annuali proteste studentesche, assimilabili ai primi sintomi influenzali autunnali che ogni anno ci affliggono. Allora tanto valeva assumerle nel calendario scolastico e addivenire, con una sorta di “trattativa” a raggiungere un punto di equilibrio soddisfacente per le parti, in modo da scongiurare azioni più laceranti o pericolose (soprattutto le occupazioni).
Il Collettivo si allarga
Nel successivo incontro con Andrea e Luca, per l’occasione allargato ad altre due studentesse e due studenti, sono stati definiti i giorni e le attività del mattino. Grazie all’aiuto di una docente di Diritto si è organizzata una conferenza su temi economici con relatore un docente della Cattolica.
Avevo chiesto a un P.M. che si occupava di reati economici e di riciclaggio di venirne a parlare coi ragazzi. L’avevo conosciuto negli anni trascorsi nel Liceo del centro.
Però la ciliegina più gradita era stato l’intervento di un noto calciatore dell’epoca che si era diplomato nell’istituto.
Questo calciatore militava in una delle due squadre genovesi e, quando segnava un goal, correva imitando l’airone: aveva l’abitudine di recarsi ogni lunedì a trovare i suoi genitori nel paese della cintura periferica milanese, proprio vicino alla nostra scuola.
La scuola di pomeriggio
C’era anche la richiesta, per i non pochi studenti che lo desideravano, di fermarsi a scuola nel pomeriggio. Questo la dice lunga sulla penuria di spazi di aggregazione a loro disposizione.
Era però difficile organizzare attività pomeridiane anche se loro, sulla scorta dell’esperienza degli anni precedenti, avrebbero voluto “socializzare” ascoltando musica. La loro esigenza era chiara, ma io avevo il problema della sorveglianza per garantire la permanenza in sicurezza; ho quindi manifestato le mie perplessità sull’idea che per tutti i tre pomeriggi si potesse soltanto ascoltare musica.
A quel punto Luca disse che volentieri avrebbero fatto altro: per esempio, ridipingere qualche aula particolarmente “messa male”.
Questo era, e credo lo sia ancora, uno dei tanti problemi delle scuole.
Infatti l’ente che dovrebbe provvedere alla loro manutenzione si occupa prevalentemente delle emergenze, lamentando la cronica penuria di risorse, ma quando queste ci sono partono solo ristrutturazioni spesso faraoniche. Mai che si provveda in modo sistematico a questa banale priorità: aule periodicamente pulite e rinfrescate.
Dipingere le aule
Valutati gli aspetti problematici legati a questa loro esigenza, correndo anche qualche rischio, butto lì che se loro fossero stati disposti a farlo io avrei messo a loro disposizione la vernice e i materiali. Accettano.
Il progetto di aula dipinta
Vinta abbastanza facilmente la resistenza del Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi (una persona pragmatica e molto innovativa, almeno rispetto allo standard che si può incontrare generalmente nella P.A.) organizziamo il tutto.
I camici vengono messi a disposizione dai Collaboratori Scolastici, divertiti ma disponibilianche a sovrintendere ai lavori e alla sorveglianza. Vengono spostate assieme le suppellettili e posti teli per terra per evitare di sporcare tutto. Arrivata la pittura, i rulli e i pennelli… pronti, si parte!
“Il pomeriggio è troppo azzurro…”
Nei tre pomeriggi di co-gestione, più un quarto resosi necessario per concludere i lavori anche di pulizia, sono state ridipinte due aule: quelle delle due quarte di Luca e Andrea, uno tra i più abili nel lavoro.
Il colore era stato scelto dai ragazzi: soffitto e metà pareti idropittura in AZZURRO, il resto delle pareti fino a terra in smalto BLU. L’azzurro era stato ottenuto con l’aiuto di un collaboratore scolastico particolarmente esperto nella miscelazione dei colori.
Il colore è piaciuto tantissimo e ha sollevato la curiosità di tutti quegli studenti che, terminate le attività del mattino, andavano a casa. Era veramente un lavoro ben riuscito.
Nei giorni successivi c’era stata una lunga processione in visita a queste due aule sotto il vigile controllo di chi aveva ridipinto: erano state dettate regole severissime per chi, anche inavvertitamente, avrebbe potuto rovinare il lavoro fatto.
Il contagio
Qualche giorno dopo, i rappresentanti di classe di una prima chiedono di vedermi; erano una studentessa e uno studente. Chiedono anche loro di poter ridipingere la loro aula di AZZURRO.
Ammetto che sono rimasto molto sorpreso dalla richiesta, che proveniva da una classe prima, ma con loro credo di aver raggiunto una perfidia difficilmente eguagliabile: ho detto loro che mi riservavo di vedere i risultati del primo quadrimestre prima di accordare la richiesta e che speravo sarebbero stati mediamente positivi. Loro hanno incassato e sono tornati in classe.
Nel febbraio successivo anche una terza aula venne ridipinta in AZZURRO. Quando si dice che spesso i giovani non hanno né arte né parte…
Prima ancora di laurearmi in Lingue avevo iniziato a fare supplenze già durante il secondo anno di Università; oggi sembra strano, ma una volta era normale. Da quel giorno non ho mai più smesso di insegnare.
La mia prima esperienza in cattedra non fu proprio esaltante. Entrai in classe in una seconda media dopo l’intervallo; c’era un caos totale e non sapevo da dove cominciare. Provai a richiamare l’attenzione della classe ma senza risultato.
Ero quasi disperata! Presi un ragazzino che urlava più degli altri e gli chiesi di far tacere i suoi compagni. Lui salì in piedi sulla cattedra e urlò: “Ca**o, siete dei co****ni, non vedete che è entrata la Prof? Tacete e andate al posto”.
Ero presa dal panico! E adesso cosa faccio? Gli dico di non usare queste parole? Lo faccio scendere dalla cattedra? Mentre penso cosa fare vedo che i compagni lo ascoltano e si siedono. Era il mio battesimo del fuoco!
La supplentella
Finite le lezioni, stremata per la tensione, andai in sala insegnanti e salutai i colleghi presenti “Buongiorno”. “Ecco” esplode l’insegnante di Arte “arriva la supplentella e ci fa capire che siamo dei vecchietti noi!”. Mi scusai, riposi i libri e tornai a casa esausta. Ma io voglio veramente insegnare?!? All’Università nessuno ci insegna come o cosa si insegna, quindi tutti abbiamo solo replicato ciò che avevamo subito da studenti. Funzionava così…
Comunque ormai la strada era tracciata: pronti, si parte! Girai la provincia di Milano, Melzo-Monza-Pioltello-Milano. Scuole medie e scuole superiori. Cattedre di Inglese e di Francese! Al mattino nebbioni allucinanti (ma dov’è finita la sonnacchiosa scighéra di Milano?), mettevo l’autoradio sulla mitica 126 gialla che mi sarà rubata proprio fuori da scuola. Forse volevano rubare solo l’autoradio che valeva più della macchina!
I primi dubbi: ma perché vado avanti? Le prime risposte: perché mi piace da morire! E’ una sfida continua con me stessa e con la mia timidezza. Il rapporto con gli studenti è fantastico. Forse vedevano in me una quasi amica; avevamo solo sette/otto anni di differenza. E poi mi divertivo: leggevamo Ionesco in francese, recitandolo in classe! Quante risate!!!
Concorso, figlio, ruolo e cattedra…
Poi finalmente arrivò il concorso, mentre insegnavo Francese alle superiori. Seguirono mesi di panico per prepararmi. Chiedevo clemenza agli studenti perché non riuscivo a correggere le verifiche nei soliti tempi rapidi; loro erano sempre dalla mia parte e mi hanno aiutato.
Passato il concorso di Inglese alle medie con un buon punteggio, partorii il mio primo figlio e tornai a casa dalla clinica Mangiagalli. Nello stesso giorno ricevetti il telegramma della mia immissione in ruolo!
Destinazione: corso serale a Gorgonzola, una ventina di km fuori Milano! Per me era un posto ottimo; l’assenza per maternità mi permetteva di evitare i lunghi spostamenti.
Appena preso servizio, mi ricordarono di chiedere subito il riscatto della Laurea, perché così sarebbe stato calcolato sul primo stipendio (cinquecentomila lire; oggi non sono neanche più capace di scriverlo!). Fu un consiglio fantastico; li ringrazio ancora oggi!
La prima “vera” cattedra
A febbraio mi telefonarono per dirmi che in Provveditorato stavano facendo le nomine per il ruolo. Corsi in piazza Missori, dove una volta c’era il Provveditorato, con il figlio in braccio, sperando di captare un po’ di benevolenza! Come da mia richiesta (in effetti avevo presentato un modulo!) mi assegnarono d’ufficio la scuola media di Lacchiarella. “Davvero?!? Ma è sicura???”
“Non le va bene, professoressa?”
“Va BENISSIMO! È a 8 minuti da casa mia! Evvvaiiii!!!!”
Andai a scuola il giorno seguente per presentarmi e vedere l’ambiente. Una meraviglia! Nove classi, un bel paese… ero proprio contenta! Il Preside mi presentò l’insegnante che dovevo sostituire (era una supplente), che mi terrorizzò con i racconti più beceri per dissuadermi dal prenderle il posto. Chiesi “Ma tu l’hai fatto il concorso?”. Mi rispose “Sì, ma non l’ho passato”. “E allora?!? Questa è la mia cattedra; a settembre io prenderò servizio qui”.
Inizierà così la mia lunga avventura a Lacchiarella; 22 anni perfetti! Beh, per essere sinceri all’inizio non furono proprio perfetti; il primo giorno tornai a casa in lacrime. Ero entrata in una prima. “Prof, posso usare la biro blu?” “Prof, vuole il quaderno a righe o a quadretti? Con i margini o senza?” Pensai che non ce l’avrei mai fatta! E invece iniziò così l’amore per questi scavezzacolli meravigliosi che ancora adesso mi chiamano Prof e mi presentano orgogliosi i loro figli.
Lo ammetto: torno spesso a Lacchiarella. Quando sono andata a fare la Preside a Corsico ho lasciato lì il mio cuore.
Preside? Ma siamo matti?
Francesco Cappelli. Un grande insegnante. Un grande Preside.
La Preside? Ma cosa mi era venuto in mente? Tutta “colpa” di Francesco Cappelli, il più grande Preside che ho incontrato sulla mia strada. Prima Francesco era stato mio collega; insegnava Matematica e Scienze. Era una grande persona, sempre attento agli studenti e a noi colleghi. Poi lui è andato a fare il Preside incaricato altrove. Quando è ritornato da noi era già di ruolo e mi ha convinta a tentare il concorso per Dirigenti.
“Chi io? Ma no dai!”. Ma lui ci credeva e ha insistito, così ci ho provato.
Mi aspettavano le tappe del concorso: prove scritte a settembre 2005, orali a giugno 2006, anno di formazione nel 2006-2007 a Crescenzago (e chi se lo dimentica!). Il tutto, naturalmente, senza perdere una sola ora di lezione a scuola!
Nel luglio 2007, prima di partire per Oxford con alcuni studenti, andai all’Ufficio Scolastico Regionale per avere la nomina a Dirigente Scolastico: Istituto Comprensivo “Copernico” a Corsico! Bene, almeno c’è un maestro che conosco!
Altro giro, altra corsa!
Il primo rapporto con la nuova scuola non fu facile. A volte nelle scuole si formano paure di fronte a ogni cambiamento, ma ormai chi mi poteva fermare? Testa bassa e pedalare, così mi hanno insegnato! Nella vita non ti regala niente nessuno; ti devi conquistare tutto con la forza di volontà.
I.C. “Copernico” di Corsico MI
La scuola era un Istituto Comprensivo con tre scuole dell’infanzia, due primarie e una scuola secondaria! Un gioco da ragazzi! (beh, più o meno…). Via che si riparte! La segreteria inizialmente sembrava freddina. Dovevamo prenderci reciprocamente le misure, ma poi sarà un’intesa perfetta.
In una scuola dell’infanzia c’era una maestra che viene in vacanza nello stesso paese dove io vado da sempre e questo mi aiutò. Poi ci sono i docenti che vedono sempre lontano e capiscono che alla scuola ci tengo. I primi mesi furono faticosi, ma la passione ebbe il sopravvento sulla burocrazia. Avanti! Sostegno ai progetti in corso, nuove proposte, grande collaborazione con l’Amministrazione Comunale, soprattutto quando arrivò la Sindaca Maria Ferrucci, che era un’insegnante.
Nove anni indimenticabili
Passerò così nove anni intensi, ma pieni di gioia. Come potrò dimenticare gli occhi dei bambini quando vedevano scendere Babbo Natale dalle scale della scuola?!? Le loro domande, i loro sguardi bassi quando venivano ripresi, i loro sorrisi e i loro schiamazzi rendevano la scuola un ambiente meraviglioso!
Furono nove anni intensi, purtroppo rovinati alla fine dalla lunga lotta per la mensa fra il Comune e le famiglie. Il Sindaco, che nel frattempo era cambiato, aveva deciso che i figli delle famiglie che non pagavano la retta non potevano mangiare in mensa. Iniziava così una battaglia, anche mediatica, con i giornalisti scatenati e i cittadini pure.
Io volevo tutelare i miei bambini. Ma secondo voi, potevo lasciare senza pranzo bambini dai 3 ai 10 anni che arrivavano a scuola alle 7.30 e magari restavano lì fino alle 17.00?
Le maestre si mobilitarono, dividevano il loro pranzo, ma il clima era infuocato e io cominciavo a non reggere il ritmo. E’ brutto dirlo, ma ero un po’ stufa!
Una nuova avventura
Fu così che chiesi il trasferimento. Volevo finire la mia carriera alle superiori, dove avevo cominciato. Mi assegnarono l’Istituto Severi Correnti a Milano, Istituto vicino alla casa dei miei genitori. Perfetto! Era, anzi è, un Istituto superiore con quattro indirizzi: Liceo scientifico e linguistico, Istituto professionale odontotecnico e meccanico. In totale mille studenti. Ma le cose semplici mai?!? Pronti via!
IIS Severi-Correnti
Arrivai in quella scuola dopo anni di reggenza e una fusione fra il Professionale e il Liceo mai digerita fino in fondo. Nell’aria respiravo un po’ di resistenza perché “la nuova Preside viene dalle medie!”.
Sentivo che mi mettevano alla prova fin dal primo collegio con l’appello nominale e capii subito che il clima era un po’ conflittuale. Pazienza: si parte!
La macchina del caffè
Da dove si comincia? Ovvio: dalla macchinetta del caffè in Presidenza! L’avevo già sperimentata in Copernico; crea un clima di accoglienza al quale non erano abituati. Solo in seguito scoprii che una famosa esperta di Organizzazione Aziendale aveva scritto un intero libro sul ruolo della macchina del caffè negli uffici…
I rapporti con la segreteria erano buoni, così come con la vicepresidenza. E gli studenti? La porta era sempre aperta per loro; partiti con calma, alla fine è nato un ottimo rapporto. Abbiamo collaborato per la cogestione, il clima era sereno.
Ho dovuto però insistere per una maggiore armonia tra il Professionale e il Liceo.
E i genitori? Forse è qui il punctum dolens. Tanti di loro erano molto collaborativi e attenti, ma troppi erano attenti solo al voto del proprio pargolo, più interessati ai diritti che ai doveri. Le mail continue, le velate minacce di ricorsi, l’attenzione alle inadempienze altrui e mai alle proprie. Si può fare meglio di così, per il bene dei propri figli.
A volte ritornano…
Un giorno tornai in Copernico per ritirare il mio fascicolo personale e i bambini mi corsero incontro urlando: “Sei tornata con noi!!! Evviva!” e giù lacrime! La spontaneità dei bambini è impagabile, irraggiungibile, commovente (a pensarci mi vengono ancora le lacrime agli occhi!). Andai via singhiozzando, attraverso il magnifico parco Giorgella di Corsico pieno di fiori, e mi chiedevo perché me ne ero andata via.
In realtà lo sapevo: ero andata via perché non sono capace di stare ferma. Perché mi piacciono le sfide e questa sarà per me l’ultima sfida lavorativa.
Chiudere il sipario? No grazie!
Già, perché nel frattempo ero arrivata alla soglia della pensione! Evviva! Feci la mia pratica, tutto a posto. Aspettavo il grande momento ma… ecco che arriva il Covid-19! Si chiudono le scuole, inventiamo la DaD, inventiamo il tutto on line, tiriamo a campare in qualche modo. Una volta a settimana vado a scuola per bagnare le piante nel mio ufficio e per controllare che non ci siano problemi. La scuola vuota è tristissima! Regna il silenzio nel tempio del rumore, poi suona la campanella e tutto sembra normale!
E invece finirà tutto così, nel silenzio fino a giugno, quando iniziò la Maturità. Ma io ormai sono altrove. Non mi sembra di essere andata in pensione. Direi che mi sembra di essere scappata! Non ho potuto salutare nessuno; nessuna festa! E’ giusto così, ci sarà forse tempo per recuperare, ma l’amaro in bocca resta.
Adesso faccio lezione online per l’Università della Terza Età; oh, quanto mi diverto!
Perché, nel bene e nel male, sono sempre una professoressa. Perché la scuola e l’insegnamento sono come i diamanti: quando sono un regalo è per sempre…
Al giungere della primavera il giardino della scuola in cui insegnavo si animava per un’attività molto amata dagli scolari: la piantumazione di tanti piccoli alberelli. Era un progetto ideato dalla Dirigente scolastica al quale alcuni insegnanti aderivano con interesse, mentre altri pensavano che fosse solo tempo tolto alle attività curricolari.
Per me era un’attività importante; i miei alunni attendevano con ansia quel giorno. Alla data stabilita ad alcuni bambini, estratti a sorte, venivano consegnati dei piccoli alberelli e così via… in giardino.
L’anziano custode della scuola aveva già predisposto delle piccole buche in cui ogni bambino, armato di piantina e badile, collocava il proprio alberello. Non esistevano ancora i cellulari e la Dirigente scattava alcune foto con la sua macchina fotografica.
Per me era motivante osservare i miei alunni e condividere la loro gioia e a volte anche qualche arrabbiatura. Ascoltavo le concitate esposizioni, coglievo dalle loro espressioni sensazioni, emozioni, pensieri e tutto questo valeva molto più della solita lezione.
Insegnare è sempre stato molto importante per me perché non ero solo io che trasmettevo, guidavo, conducevo, ma erano anche i bambini che allargavano la mia mente e arricchivano il mio cuore; mi aiutavano a comprendere che ognuno di noi è utile per qualcosa, ha un fine, uno scopo, anche se non ce ne rendiamo conto.
Un anno, durante il momento della piantumazione, a un bambino capitò una pianticella diversa: il suo viso evidenziava delusione!
Avrebbe voluto il solito alberello. Si mise a piangere mentre i compagni lo prendevano in giro. Subito intervenni e riportai una situazione di calma e rispetto. Spiegai al mio alunno che la sua piccola piantina sarebbe diventata bellissima e luminosa, più di tutte le altre. Mi guardò quasi a chiedermi conferma di quello che gli stavo dicendo. Lo rassicurai dicendogli che ne ero certa (avevo letto il nome della pianticella). Si mise a ridere.
Ogni volta che li portavo in giardino la prima cosa che notavo era la corsa del mio alunno per andare a controllare la sua piantina. Un giorno lo vidi arrivare di corsa e, agitato, mi chiese di andare a vedere la sua piantina, chiaramente con al seguito tutta la classe.
L’avevo già notata da diversi giorni: era una Forsizia bellissima! Il mio alunno la guardava incredulo ed emozionato! Mi venne vicino e abbracciandomi mi disse: ”Maestra avevi proprio ragione. La mia pianta è bellissima, è la più luminosa di tutto il giardino. Grazie”.
I compagni in silenzio osservavano quella splendida pianta confrontandola con le altre piante e notavo che le loro espressioni confermavano quanto detto dal compagno ed erano tutti stretti intorno a lui.
Tornati in classe chiesi se qualcuno voleva condividere qualcosa su quella scoperta: quasi tutti espressero il loro pensiero tranne il bambino a cui era capitata quella piantina. Dopo l’intervallo il bambino mi si avvicinò dicendomi che aveva scritto qualcosa sulla sua piantina e mi consegnò un foglio piegato con su scritto: ”Grazie maestra!… La mia pianta è stupenda e l’ho chiamata l’albero delle monete perché i suoi fiori mi ricordano tante monetine. Penso che porterà fortuna a me e alla mia famiglia. Avevi proprio ragione maestra Rosaria non era una pianta qualsiasi ma quasi un gioiello prezioso. Grazie!”
Quel bambino, molto intelligente, a distanza di anni completò a pieni voti la sua carriera scolastica. Oggi è uno stimatissimo agronomo. Ogni tanto mi manda qualche messaggio, questo è l’ultimo; “… non dimentico chi mi ha fatto stupire! Chi mi ha fatto muovere verso il mio futuro. Ancora grazie! Un abbraccio”.
Nata nel 1981, fin da bambina sono sempre stata appassionata alla Matematica e alla Fisica. Dopo aver frequentato il liceo scientifico a Battipaglia (SA) mi sono laureata in Fisica all’Università di Roma “La Sapienza”.
So che l’argomento della mia tesi non interessa quasi a nessuno, comunque voglio scriverlo lo stesso: riguardava l’analisi spettroscopica dell’absorbimento del DNA su vescicole sintetiche. Chiaro? No? Beh, non importa…
Appena toltami dalla testa la corona di alloro, solo due giorni dopo la laurea sono partita per Goteborg, in Svezia. Ero stata mandata da un’azienda che produce strumenti scientifici per laboratori.
Lavoravo come Sales Engineer per l’installazione di microscopi a forza atomica e camere CCD con il monitoraggio della dissipazione. Va bene, anche su questo so che l’argomento non dice nulla a molti lettori, ma per me è importante dirlo a voce alta.
Il lavoro mi piaceva, ma il mio sogno era sempre stato fare l’insegnante. Fu così che nel 2007 superai il concorso per l’ammissione a Milano alla scuola di specializzazione per l’insegnamento di “Matematica e Fisica”. Cominciava così la mia avventura nella scuola.
Milano, IIS “Marie Curie – Sraffa”
Infatti, dopo poche settimane, ricevetti la mia prima convocazione per insegnare in un Liceo Scientifico. Ero felice, ma la vera svolta arrivò poco dopo, nel febbraio 2008, con la mia prima supplenza fino al termine delle lezioni all’IIS “Marie Curie” di Milano.
In quella scuola conobbi il mio primo Preside, che mi accompagnò nella scoperta di un nuovo, complicato e affascinante mondo. Inoltre provavo l’emozione di vedere in classe i miei primi studenti, che mi sembravano i miei fratelli minori.
Per esempio, ricordo un ragazzo di quinta di circa 20 anni che aveva ripetuto qualche anno e si sentiva demotivato a continuare. Ci eravamo conosciuti a febbraio, aveva valutazioni insufficienti in Matematica, non perché gli mancasse la capacità di capire, ma non aveva più nessuna voglia di studiare ed era prossimo al ritiro.
Insegnare Fisica sorridendo (dal web)
Anche se non ero esperta di didattica, ho provato ad aiutare quel ragazzo. Siamo riusciti insieme a trovare il giusto slancio, la forza e la voglia di continuare.
Ha così iniziato a credere di potercela fare e ce la fece! Anche bene! Alla fine si sono visti i risultati ed è stato proprio così!
Ero un po’ imbarazzata con i nuovi colleghi. Sarà stato per la mia giovane età, o forse per la mia altezza, anzi bassezza, ma in aula insegnanti qualche collega mi prendeva per una studentessa mandata a prendere un registro.
Una volta ero davanti allo sportello della segreteria in fila per chiedere delle informazioni e un collega mi disse che dovevo tornare in classe. Inizialmente non capii la sua osservazione. Poi lessi su un avviso che gli orari di accesso alla segreteria erano diversi per docenti e studenti. Fu così che realizzai che il collega mi aveva scambiato per una studentessa!
Oltre a insegnare in classe, oggi collaboro alla stesura di alcuni esercizi per testi di matematica per i licei. Nel frattempo, dal 2015, sono diventata docente di ruolo di Matematica e Fisica in un liceo artistico della Brianza, dove collaboro con la mia radiosa, coraggiosa e determinata preside.
Anche se non sono più una supplente alle prime armi, insegnare è per me sempre un motivo di scoperta. Però mi piace tantissimo anche cucinare, stare in mezzo alla gente e sorridere. Continuo a sorridere del mondo, del futuro e del mio meraviglioso lavoro.
Sarà stato mio padre che faceva il tipografo e spesso portava a casa alcuni libri. O forse sarà stata mia sorella maggiore che faceva le elementari e aveva già i suoi libri personali e ha fatto nascere, nell’emulatrice che ero, la voglia di diventare anch’io un studentessa come lei. Sta di fatto che i libri mi hanno sempre attratto.
Nel periodo prescolare li sfogliavo e mia sorella mi spiegava le figure. Poi lei leggeva e io la ascoltavo. Alla fine sono stata in grado di cavarmela da sola e all’inizio della prima elementare per me la lettura non aveva più segreti.
In seguito il gusto di sfogliare i libri scolastici mi ha accompagnato per tutta la carriera di studentessa: il libro di lettura, il sussidiario, i testi delle medie e quelli di matematica e geometria alle superiori.
Ho ancora in mente l’illustrazione dell’apparato digerente del sussidiario; era un disegno su sfondo nero posizionato in alto sulla pagina sinistra della sezione Scienze.
Invece facevo scorrere velocemente i libri di matematica e geometria per andare in fretta a sbirciare gli esercizi. Anche se non capivo ancora nulla, mi piaceva leggere il testo di qualche problema.
Molti termini mi erano ancora sconosciuti, ma questo mi dava la misura di quanto avrei imparato durante l’anno.
Ho così scoperto che si potevano risolvere alcuni problemi matematici anche senza avere dati numerici!
A quei tempi avevo molta fiducia nei miei insegnanti, ma in seguito ho capito che qualche volta la mia fiducia era mal riposta.
All’inizio della seconda elementare, nel giro di poco tempo avevo già letto quasi tutti i racconti contenuti nel libro di lettura.
Ce n’era uno che mi piaceva particolarmente; era una storia di animali che parlavano tra loro. Lo lessi più volte, drammatizzando le voci e usando le pause, proprio come mi aveva insegnato mia sorella.
Una mattina la maestra ci disse che c’era un concorso di lettura e avrebbe scelto la vincitrice dopo aver fatto leggere a voce alta un brano preso a caso dal libro di lettura. Che bella combinazione! Ero molto emozionata, ma sono riuscita a leggere bene. La maestra era indecisa tra me e una mia compagna, ma alla fine l’ho spuntata io.
La copertina del mio libro
Fu così che, accompagnata dal mio orgogliosissimo padre, mi sono recata con il foglio di vincitrice al Centro Sociale dove si tenevano le premiazioni. Il premio era un libro: “La capanna dello zio Tom”, di cui sono riuscita a trovare l’immagine di copertina.
Negli anni successivi ho letto e riletto più volte quel libro e sono riuscita a conservarlo fino a pochi anni fa, quando ormai la rilegatura non aveva più retto, usurata dal tempo e dagli assalti di un coniglio. Quel libro è sempre stato per me un ricordo indelebile della mia seconda elementare.
In un uggioso ottobre 1960, dopo un viaggio in treno di quattordici ore, un bambino nato nel 1950 finalmente arrivò di mattina alla grande città conosciuta solo nei suoi sogni: Milano, la grande capitale dell’industria italiana. Quel bambino ero io. Venivo da Torre del Greco, vicino a Napoli, con la mia famiglia di emigranti.
Milano anni ’60. Immigrati alla Stazione Centrale
Come gli attuali migranti che arrivano da ogni angolo del pianeta, i miei genitori lasciavano un passato di miseria in cerca di un futuro migliore. Avevano tre figli; oltre a me dovevano dare da mangiare anche a due sorelle minori.
Il mio futuro immediato era già scritto: dovevo assolvere in fretta l’obbligo scolastico, che a quel tempo era costituito da otto anni di studio, per poi cercare un lavoro che mi permettesse di aiutare la famiglia. Ero fresco di licenza di scuola elementare, quindi mi mancavano ancora tre anni di studio.
Torre del Greco 1955. L’asilo infantile
Non c’era ancora la Scuola Media Unica. Dopo le Elementari bisognava “scegliere”: chi era destinato a frequentare le Superiori si iscriveva alla Scuola Media, chi invece “sceglieva” di andare a lavorare a 14 anni si iscriveva all’Avviamento Professionale.
1962. Nasce la Scuola Media Unica
Dopo i primi giorni di spaesamento i miei genitori “scelsero” di iscrivermi all’Avviamento Professionale all’Istituto Industriale Statale “Settembrini”, nel quartiere milanese di Greco. La scuola si trovava a circa un chilometro dal nostro alloggio di fortuna, la nuova casa (provvisoria) presso un’amica di mia madre.
Avviamento “Settembrini”; laboratorio di Aggiustaggio meccanico
L’Avviamento aveva in gran parte le stesse materie di studio della Media, tranne il Latino. Poiché lo scopo del percorso di istruzione era preparare bravi operai o artigiani, erano previste moltissime ore di laboratorio. Questo comportava otto ore di frequenza giornaliera e quattro ore al sabato mattina. Erano previsti corsi di Falegnameria, di Aggiustaggio meccanico (usare la lima), Torneria e macchine utensili, Chimica e tecnologie. Era prevista anche un’ora settimanale di canto corale, una di lingua straniera (che per me fu il francese) e un’ora di religione cattolica.
Credo che l’Avviamento sia stata un’ottima scuola per me, il giusto equilibrio fra pratica e cultura di base. Conclusi il percorso scolastico con un buon vuoto quindi decisi, in accordo con i miei genitori, di non interrompere gli studi e mi iscrissi a un Istituto Tecnico Industriale. La mia prima scelta fu per un indirizzo diverso da quello che poi mi vide diplomato; frequentai il primo biennio presso l’ITIS Molinari di Città Studi.
ITIS Molinari. Anno scolastico 1965/66
Era una scuola dalla reputazione molto severa in cui era privilegiato lo studio della Chimica con i relativi laboratori. Tuttavia mi accorsi presto che la chimica non era la mia vera aspirazione e che non faceva per me!
Ritornai quindi ai miei interessi iniziali: l’Elettrotecnica e le sue applicazioni. La materia mi piaceva fin da ragazzino, quando sapevo realizzare circuiti per accendere e spegnere le lampadine o far marciare il trenino elettrico. Decisi pertanto di iscrivermi al terzo anno di Elettrotecnica presso l’ITIS Feltrinelli in piazza Tito Lucrezio Caro.
1967: la Prof.ssa Crespi interroga Giacinto in Italiano, ma chi sarà quel compagno visto di schiena?
Questa fu l’esperienza più formativa della mia vita, sia per le discipline, sia per le alte qualità professionali degli insegnanti. Presso quella scuola ho ricevuto una preparazione culturale e umana, oltre che tecnica, veramente superlativa.
Non dimenticherò mai gli insegnanti che mi hanno donato un patrimonio di conoscenza; a loro sono ancora grato. La professoressa di Italiano e storia, Giuseppina Crespi, il professore di Elettrotecnica e misure elettriche,Ing. Antonio Pacinotti, erano sicuramente tra i migliori.
Mi diplomai come Perito Industriale Capotecnico specializzato in elettrotecnica nel fatidico anno scolastico 1968/69, agli albori della stagione del Sessantotto.
Milano ITIS Feltrinelli. Il leggendario professor Pacinotti in gita scolastica
Avevo urgenza di trovare un lavoro per dare sollievo economico alla mia famiglia. Non fu difficile; erano altri tempi! Nel volgere di un paio di mesi ebbi da vagliare ben cinque proposte di lavoro e scelsi quella che mi parve più interessante.
Al tempo stesso decisi di iscrivermi, con altri amici e compagni di classe, alla Facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano. Eravamo tutti stimolati dalle lezioni affascinanti del Prof. Pacinotti, che era stato capace di suscitare in noi la curiosità e l’interesse per la Fisica. Oltretutto, con il mio sia pur modesto 43/sessantesimi ottenuto alla Maturità, avrei evitato di pagare interamente le tasse universitarie.
Iniziai a lavorare presso un’azienda costruttrice di apparecchiature pneumatiche per l’automazione industriale. L’azienda mi offriva, previo l’affiancamento con un ingegnere tecnico esperto, un lavoro di progettazione e sviluppo di sistemi di processo e macchine di varia natura. Lavoravo sulla progettazione di nuovi impianti e sulla manutenzione di quelli esistenti presso la clientela, soprattutto italiana ma anche internazionale.
Automazione industriale
Ovviamente mi era impossibile la frequenza alle lezioni universitarie diurne, quindi dovevo adattarmi ai corsi serali tenuti dagli assistenti universitari. Mi era d’aiuto anche mantenere un utile contatto con gli altri compagni di corso.
Quale migliore occasione per la mia maturazione professionale! La concomitanza dello studio dell’algebra booleana all’Università e la necessità di metterla in pratica sul lavoro erano per me una cosa entusiasmante.
Nel frattempo avevo già da tempo stretto un rapporto più che amichevole con la donna che diventerà la mia futura moglie. Con un impegno davvero notevole, dopo oltre un anno di lavoro riuscii a dare solo due esami: Analisi matematica-1 (24) e Fisica-1 (26).
Purtroppo però il lavoro mi impegnava tantissimo. Dovetti trasferirmi per due mesi a Torino, tornando a casa solo nel fine settimana. Lo studio assorbiva tutto il mio tempo libero e a un certo punto non riuscivo più a reggere il ritmo.
Dopo due anni di rinvio del servizio militare decisi di interrompere gli studi per partire soldato. Mi spiacque molto, ma a quel punto le alternative erano poche. Con molta sofferenza si concludeva così la mia esperienza scolastica.
Nel 1981, in seguito allo stato di crisi dell’azienda dove lavoravo, e forte della vasta esperienza maturata, iniziai un’attività economica in proprio.
Questa attività è ancora in essere e attualmente è diretta da mio figlio, ingegnere informatico. Quel bambino degli anni ’50 adesso passa il testimone a un’altra generazione. La scuola è stata la protagonista silenziosa della crescita di almeno tre generazioni. In qualche modo ancora oggi la storia continua…
11 ottobre 1971: incarico annuale come Insegnante di attività parascolastiche. Refezione e giochi dalle 12,40 alle 14,40 alla scuola Elementare “Sorelle Agazzi” di P.zza Gasparri, quartiere Comasina nella periferia milanese.
Milano anni ‘70. Piazza Gasparri, quartiere Comasina
Ai confini del quartiere c’era un nucleo di fatiscenti case minime(*), che il Comune di Milano doveva abbattere. Erano case occupate da famiglie di sfrattati, sfruttati e sfruttatori con tanti figli. In attesa di sviluppi, il Comune tollerava questa situazione a patto che i bambini frequentassero la scuola.
Milano – Case minime sopravvissute fino a oggi
I bambini furono iscritti alla scuola elementare di P.zza Gasparri, dove si creò una nuova classe prima. Per formare una nuova classe non c’erano ancora gli Organi Collegiali, criteri, precedenze, equieterogeneità, semestre di nascita… Decidevano gli insegnanti. I colleghi decisero all’unanimità di mantenere i legami sociali e di sangue che univano quel gruppo di ragazzi, così mi ritrovai con una “bella classetta” di 25 bambini dai 6 ai 9 anni, mai scolarizzati precedentemente.
Giovane e ingenuo, nel mio bagaglio pedagogico c’erano lezioni di pedagogia della “Cattolica”, il personalismo cristiano di Maratain, l’attivismo di Dewey, le visite alla “Rinnovata Pizzigoni” e alla “Pestalozzi” di Milano. Si trattava “solo” di tradurle in azioni: pensiero e azione.
L’intervento didattico
Il mio intervento educativo si sostanziava in tre momenti:
accoglienza: mettiamoli in fila e portiamoli in mensa
refezione: si mangia
intervallo: si gioca
Il punto 1 era il più duro: c’era chi urlava, chi si menava, chi si appiccicava al compagno davanti e si dimenava, chi scappava…
Poi, al punto 2 in mensa, calava il silenzio: tutti mangiavano. Gli “inappetenti” mangiavano due piatti di pasta al sugo. Io vigilavo e chiedevo alle cuoche il bis per tutti.
Quando chiedevo il ter mi guardavano male: “Il ter? E che è? Ah, il tris, eccerto…”.
Volendo usare i livelli della nuova valutazione della scuola primaria, possiamo dire che l’uso della forchetta era “in via di prima acquisizione”, il numero di piatti di pasta invece era in via di prima, seconda, terza e a volte quarta acquisizione. Il livello “avanzato” non era previsto. Mangiavano tutto. Non avanzava mai nulla.
Mi volevano bene questi bambini. Mi chiamavano “Maietr”.
Il cappotto
Con il primo stipendio mi comprai un cappotto nuovo, un maxicappotto marrone, in via San Gregorio dove i grossisti al sabato vendevano al pubblico: 39mila lire. Non slanciava la mia figura, ma era alla moda. Il lunedì successivo il “Maietr” era elegantissimo.
Tra gli alunni ce n’era uno raffreddato dal primo giorno. Aveva una “candela perenne”, ma era abilissimo nel trattenerla; mai rientrava, mai cadeva. Era sempre lì, come un carico pendente, nonostante gli inviti di tutti a soffiarsi il naso.
Quel lunedì mattina finalmente decise di pulirsi il naso! Dove? Sulla manica del mio cappotto nuovo! Quell’evento segnò la mia conversione pedagogica: dal “Credo pedagogico” di Dewey, al “Poema pedagogico” di Makarenko(**).
Traduzione per i non esperti di pedagogia: gli assestai un calcio nel culo che lo fece sobbalzare di circa un metro. Così “percosso (lui) e attonita (la classe)”, al calcio sta.
Io non mi sentii in colpa, il mio intervento aveva una legittimazione pedagogica: Makarenko, educatore sovietico (anche lui vittima di un cappotto nuovo maltrattato?).
Il gioco
Dopo la refezione, si andava in giardino a giocare. Organizzavo la partita di pallone: la mia classe (con il Maietr “fuori quota”) contro le quinte. I ragazzi di quinta facevano i “fighetti e i veneziani”.
Il nostro schema di gioco era semplice: “densità” tutti intorno al pallone (Sacchi lo brevetterà 20 anni dopo). Io in difesa, libero: Nero Rocco, Blason e Anquilletti i miei modelli; spazzare sempre, tutto, o la palla o la gamba. Lo Zero a Zero era il nostro obiettivo.
Le due colleghe di quinta, Ginetta e Wilma, curavano le ragazze. Si sedevano in due sgabelli ai bordi del campo. Wilma era decisamente carina, capelli rossi, occhi chiari, maglione a collo altro, minigonna scozzese, ampia con un fermaglio, calze nere, velate (le scarpe non me le ricordo). Talvolta capitava che prendessimo un goal per qualche svista o liscio del “libero”, soprattutto quando Wilma si arrabbiava con le bambine e si agitava sullo sgabello.
Il mio momento di gloria
In una delle ultime partite, un evento fortuito determinò un calcio d’angolo a nostro favore.
Abbandonai il mio presidio in difesa e andai a saltare nel cuore della difesa avversaria. La palla, per strane deviazioni, arrivò giusta. Io svettai dall’alto dei miei 164 cm e insaccai: Uno a Zero per noi.
“Clamoroso al Cibali!”(***)
Fui sommerso dagli abbracci. Quando riemersi la mia T-shirt bianca aveva tutti i colori dei miei alunni: giallonaso, rossosugo, neromani, marronenonèdatosapere.
Anche Wilma esultò e mi sorrise. Io le sorrisi. La guardai. Negli occhi. Aveva i pantaloni…
(*) Case minime, case costruite in epoca fascista per far fronte all’emergenza abitativa. Erano alloggi piccolissimi e privi di qualunque elemento decorativo, destinati provvisoriamente ai senzatetto, agli immigrati e agli sfrattati
(**) Anton Semenovič Makarenko, pedagogista e educatore sovietico. “Non lo sapevo ancora, ma avevo un lontano presentimento, che né la disciplina del singolo né la completa libertà del singolo fossero la nostra musica”.
(***) Clamoroso al Cibali! è una celebre locuzione coniata domenica 4 giugno 1961 durante la partita Catania-Inter giocata allo stadio Cibali. Contrariamente ai pronostici, la squadra siciliana vinse 2-0 contro i nerazzurri milanesi.
Questa è una storia vera. I nomi e i riferimenti sono inventati per non rendere riconoscibili i protagonisti.
…………………
Khalida era una ragazza pakistana di 17 anni nata in Italia; parlava perfettamente italiano. Morto suo padre, Khalida viveva con la madre. Per tradizione del suo Paese il fratello del defunto, lo zio di Khalida che viveva a Islamabad, era diventato il capo famiglia. La madre dipendeva da lui e doveva comunicargli i comportamenti di Khalida.
Un giorno Khalida si legò a un compagno di scuola, immigrato da un altro Paese. Ricevuta la grave notizia, lo zio pretese che Khalida tornasse immediatamente sulla buona strada, ma Khalida sembrava irrecuperabile. Inoltre Khalida si rifiutava di trasferirsi in Pakistan dove lo zio le aveva trovato un marito.
Lo zio venne a Milano per rimproverare la madre di Khalida e fare un ultimo tentativo per fare desistere la ragazza dalla vita peccaminosa. Vista l’inutilità di qualsiasi sforzo, lo zio e un amico caricarono Khalida in macchina e la portarono a forza a Malpensa.
Tenendola rigidamente sotto controllo, la condussero al check-in e le diedero la carta d’imbarco per Islamabad e il passaporto. Khalida era senza bagaglio e non aveva con sé nemmeno un euro, una penna o un foglio di carta. A Islamabad la aspettava il futuro marito.
Pochi minuti prima dell’imbarco Khalida, seduta da sola su una panca vicino al gate, scoppiò a piangere e si avvicinò a una poliziotta: “Io non voglio partire”. Chiamati i colleghi, i poliziotti l’ascoltarono e, mentre l’aereo era già in pista, le chiesero se c’era qualcuno di cui si fidava.
Khalida ricordava a memoria il numero di telefono di un suo professore. Un poliziotto lo chiamò col suo telefono personale e il professore si precipitò a Malpensa. Contattato il Magistrato e sbrigate le pratiche necessarie, il giorno seguente Khalida era già ospite di una struttura protetta, il cui indirizzo era sconosciuto anche a sua madre.
Per andare a scuola e tornare nella residenza protetta fu organizzato un percorso di sicurezza con la cooperazione fra scuola e servizi sociali. I compagni di classe non sapevano nulla e anche fra i docenti la vicenda era nota solo quel poco che bastava per proteggerla. Per mantenersi Khalida lavorava di sera in nero in un bar.
Dopo qualche mese, verso l’ora di fine lezioni, fu notato fuori dalla scuola un tipo sospetto; una bidella che aveva intuito qualcosa lo fotografò di nascosto. Vedendo la foto Khalida sbiancò in volto: “E’ mio zio! E’ tornato!”.
Una professoressa che veniva a scuola con una specie di furgoncino caricò Khalida sul retro e la fece uscire passando proprio vicino allo zio che, nel frattempo, veniva identificato dalla Polizia.
Dopo varie settimane Khalida compì 18 anni e, di mattina presto, aveva l’appuntamento all’Ufficio Immigrazione per ottenere la cittadinanza italiana. A fine mattinata il Preside sentì bussare al suo ufficio. Entrò una bellissima ragazza con lunghi capelli neri che le cadevano sulle spalle.
“Buongiorno! Cosa desidera?” “Ma come, Preside, non mi riconosce?” “No, mi scusi io non…” “Sono Khalida! Sono cittadina italiana!” Erano solo cinque parole, non una di più. Cinque parole pronunciate con enorme sicurezza, orgoglio, decisione, forza, speranza… Cinque parole che sembravano profumare di futuro… Cinque parole che si scolpirono indimenticabili nella mente del Preside…
Mentre le pronunciava, Khalida sfoderò un meraviglioso sorriso luminoso che sembrava luccicare sulla sua pelle scura. Il Preside sentì tremare le gambe; con fatica si alzò dalla sedia per andare vicino a Khalida. “Khalida? Ma sei veramente tu? Non ti avrei mai riconosciuta… Così, senza il velo… I capelli… Ma sai che hai dei bellissimi capelli…”
Quel giorno per Khalida fu una tappa fondamentale del suo percorso di liberazione e la scuola si rivelò essere un tassello decisivo di questo percorso. Ora Khalida vive in una grande città europea e forse pensa ancora alla sua vecchia scuola in Italia.
Per lei la scuola è il numero di telefono di un professore, per lei la scuola è una bidella fotografa, per lei la scuola è il furgoncino di una professoressa, per lei la scuola è un Preside che trema di fronte ai suoi bellissimi capelli neri. Anche questo è la scuola…
Questa è una storia vera, che brevemente riassumo cambiando solo il nome della protagonista.
“Preside, scusi, c’è una ragazza che è stata inviata da lei dalla professoressa X. Può entrare?” Così una mattina il bidello incaricato di sovraintendere l’atrio antistante il mio ufficio introdusse l’arrivo di una ragazza mentre io stavo lavorando alla formulazione di una circolare sui criteri per la misurazione delle prove e sui rapporti con la valutazione deliberati dal Collegio Docenti.
“Si certo. Un attimo”. La ragazza entrò e timidamente restò in piedi di fronte alla scrivania, aspettando che finissi il mio lavoro al computer.
“Siediti pure. Come ti chiami?” “Martina B.”
“Allora, cosa è successo?”
“Niente, Preside. Solo sono stata rimproverata dalla professoressa perché non stavo attenta e quando ho chiesto a voce un po’ alta una cosa alla mia compagna di banco mi ha detto che siccome spesso non capivo i suoi inviti, era meglio che mi facessi spiegare dal Preside il senso della disciplina a scuola” “Ah, ma allora non era la prima volta che succedeva!”
Rossa in volto, dopo qualche esitazione la ragazza balbettò: “No, in effetti è capitato qualche altra volta.” “Ti rendi conto di avere sbagliato? Non solo non seguivi la lezione, ma hai disturbato anche la tua compagna! E perché non eri attenta?” “Perché la lezione era molto noiosa e avevo voglia di pensare ad altro chiacchierando un po’ con le mie amiche.” “Guarda, capita di distrarsi perché una lezione non è particolarmente interessante, ma potevi anche sopportarlo ed evitare di disturbare i compagni di classe, soprattutto se eri già stata richiamata per questo… Piuttosto dimmi: al di là delle lezioni a volte noiose, c’è qualche altra cosa che non ti piace in questa scuola?”
Visibilmente imbarazzata, Martina trovò qualche parola di scuse e mormorò che quanto alla mia domanda doveva pensarci. Allora io feci il mio dovere, ricordandole che lo studio può anche essere faticoso a volte ma è sempre necessario e alla lunga soddisfacente come tante altre cose nella vita. Poi le proposi un patto.
“Ascoltami, Martina. Tu oggi sei venuta qui perché hai fatto un errore e io ti ho rimproverato per questo. Vorrei però che tu mi facessi una cortesia. Torna qui da me quando vuoi per dirmi liberamente cosa c’è in questa scuola che ti disturba, a cominciare dai miei modi di fare il Preside per poi toccare tutti gli argomenti che vuoi. Sicuramente ci sono molte cose da correggere e se qualcuno me lo fa presente e mi offre dei suggerimenti mi aiuterebbe molto. D’accordo?”
Stupita, Martina mi guardò come se stesse elaborando dentro di sé una lunga serie di domande sullo strano andamento del colloquio e rispose con un sorriso perplesso. “Sì preside, d’accordo. Lo farò.”
Ci rivedemmo da allora qualche altra volta, ma non spessissimo. Mai più per rimproverarla.
Ricordo questo episodio perché, in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione della scuola che ho diretto fino al 2000, il docente incaricato della pubblicazione di un libro per la ricorrenza chiese una serie di testimonianze, tra cui – lo scoprii leggendola – quella di Martina. Non viveva più in Italia e raccontava di quell’incontro in presidenza come di un episodio che aveva completamente cambiato il suo modo di vivere la scuola e il rapporto con gli adulti, facendola profondamente maturare verso la logica della responsabilità.
Io invece me ne ero completamente dimenticato e quella testimonianza diventò per me la cosa più preziosa di un libro che di cose belle ne diceva parecchie.
Così, poiché questo è un sito di “storie di scuola”, ho pensato di raccontarla.