Questa narrazione è fedele agli accadimenti, ma è mascherata da nomi fittizi per salvaguardia della privacy. Si riferisce ai miei primissimi tempi di presidenza.
Preside per caso
Ero diventato Preside quasi per caso. Da parecchi anni insegnavo ed ero vicepreside in uno storico Liceo Classico del centro di Milano. Il mio tran tran mi soddisfaceva. Nel corso di un anno scolastico, il Preside venne a mancare e l’Ufficio Scolastico (all’epoca ancora Provveditorato) mi diede l’incarico di presidenza per il resto dell’anno scolastico.

Ebbi poi il rinnovo negli anni successivi, quindi lasciai il prestigioso e centralissimo liceo milanese. Dopo il concorso ebbi l’incarico in un ITC nella periferia nord-ovest della città. La struttura scolastica ospitava anche un ITIS.
Gli spazi erano grandi, ma l’aspetto richiamava un po’ quello di una fabbrica: del resto non eravamo molto lontani dal Portello, storica sede dell’Alfa Romeo.
La scighéra milanese
Il viaggio da casa mia era agevole ma non brevissimo. A fine settembre comparivano giornate cariche di grande foschia e la prima nebbia. Avevo l’impressione di essere andato chissà dove, ma ero sempre in città e pensavo “chissà come sarà quando comincerà il vero periodo nebbioso?”

Tuttavia, come può testimoniare qualunque milanese autoctono e non un trapiantato a Milano come me, seppur dal ’71, non c’è più la nebbia di una volta!
Quella nebbia che la tagliavi a fette; quella nebbia che per attraversarla in macchina dovevi rasentare la linea bianca in mezzo alla carreggiata, con indubbio rischio.
Questo era il contesto dove ero arrivato. Ero molto contento e stimolato dal nuovo compito; mi portavo dietro una quantità di esperienze didattiche arricchenti e avevo una gran voglia di condividerle nel nuovo lavoro e nella nuova scuola.
Conoscere gli studenti
Iniziata la scuola, una delle prime cose che ho voluto fare è stata incontrare gli studenti eletti nel Consiglio di Istituto (uscenti, perché si rinnovano ogni anno) unitamente a quelli del “Collettivo”.
Ogni scuola che si rispetti ne ha uno: è la fucina dove vengono forgiati gli spiriti adolescenziali dei “primini” e non solo da parte dei più grandi. E’ il luogo dove si preparano le iniziative “politiche” tese ad affermare l’autonomia di giudizio degli studenti sulle questioni che agitano il mondo della scuola e più in generale della società, con la conseguente prassi: auto-cogestione, occupazione…

Chiesi alla mia Vicepreside di “combinare” l’incontro con gli studenti. Un lunedì mattina poco dopo le 10 si presentano nel mio studio due studenti, rigorosamente vestiti secondo la moda giovanile corrente:
- Andrea, capelli rasati, jeans e maglia dell’Inter n. 4 (omaggio a capitan Javier Zanetti pensai), Nike Michael Jordan ai piedi, sguardo fiero, ma interrogativo
- Luca, capelli rasati e testa coperta da berretto Nike, pantaloni cargo taglia comoda (un po’ giù in vita, seppur retti da cinturone con fibbione ranchero), felpa grigia con cappuccio, Nike Michael Jordan ai piedi, sguardo vivace ma circospetto
Ci accomodiamo. Dopo qualche convenevole legato alla maglia nerazzurra n. 4 mi informo sul loro curriculum scolastico. C’era stato qualche inciampo precedente, ma erano oramai avviati verso la conclusione del ciclo di studi: frequentavano due diverse classi Quarte.
La trattativa
Prendendola un po’ alla larga, arriviamo a discutere dell’annuale protesta degli studenti. Nel frattempo erano già cominciate le manifestazioni con epicentro in piazza Cairoli, quindi chiedo apertamente cosa pensano di fare.

Andrea resta per quasi tutto il tempo sfingeo; sguardo curioso e penetrante che sostituisce efficacemente le parole. Luca, evidentemente il portavoce, è invece aperto e colloquiale e conduce in modo serrato la “trattativa” sui giorni di “autogestione” che volevano proporre.
Sette giorni; no 2. Cinque giorni; no 2. Quattro giorni no 3.
Va bene 3. Aggiudicato!
Ci lasciamo con l’impegno che io ne avrei parlato in Collegio Docenti e che loro avrebbero portato la proposta in Collettivo. Ci saremmo quindi rivisti più avanti per definire modalità e periodo.
Un’acca di troppo?
Prima che escano richiedo loro i cognomi e a Luca chiedo dove va la “h” nel suo cognome; Andrea sgrana gli occhi divertito (evidentemente le parole le risparmiava per la curva a San Siro). Luca mi dice che, essendo italiano, il suo cognome non ha “h” e io ribatto che ci sono tanti cognomi italiani che ce l’hanno e comunque mi scusavo se potevo aver capito male.

In effetti, anche se poteva essere tranquillamente individuato di nazionalità turca, i suoi lineamenti calabresi, a me molto familiari, lo definivano perfettamente italiano.
Tuttavia il suo cognome arbëreshë mi ricordava quello di un mio compagno di studi proveniente da uno dei paesini di lingua albanese che sorgono in Calabria tra la zona del Pollino e l’Appennino pre-Sila, che la “h” ce l’aveva eccome… ma non sono stato lì a insistere.
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“E tu cosa ne pensi?”
Dopo qualche giorno, vincendo un certo scetticismo serpeggiante, il Collegio Docenti prendeva atto della mia comunicazione: non ci restava che attendere gli eventi.
Nella grande mensa del centro scolastico, durante la pausa pranzo, incontrai il mio collega preside dell’ITIS adiacente, col quale c’era uno scambio di opinioni a 360 gradi. Parlavamo di questi aspetti di relazione con gli studenti.
Anche lui viveva problematiche analoghe e l’inevitabile conclusione del discorso ci portava a prendere atto della ineluttabilità delle annuali proteste studentesche, assimilabili ai primi sintomi influenzali autunnali che ogni anno ci affliggono.
Allora tanto valeva assumerle nel calendario scolastico e addivenire, con una sorta di “trattativa” a raggiungere un punto di equilibrio soddisfacente per le parti, in modo da scongiurare azioni più laceranti o pericolose (soprattutto le occupazioni).
Il Collettivo si allarga
Nel successivo incontro con Andrea e Luca, per l’occasione allargato ad altre due studentesse e due studenti, sono stati definiti i giorni e le attività del mattino. Grazie all’aiuto di una docente di Diritto si è organizzata una conferenza su temi economici con relatore un docente della Cattolica.

Avevo chiesto a un P.M. che si occupava di reati economici e di riciclaggio di venirne a parlare coi ragazzi. L’avevo conosciuto negli anni trascorsi nel Liceo del centro.
Però la ciliegina più gradita era stato l’intervento di un noto calciatore dell’epoca che si era diplomato nell’istituto.
Questo calciatore militava in una delle due squadre genovesi e, quando segnava un goal, correva imitando l’airone: aveva l’abitudine di recarsi ogni lunedì a trovare i suoi genitori nel paese della cintura periferica milanese, proprio vicino alla nostra scuola.
La scuola di pomeriggio
C’era anche la richiesta, per i non pochi studenti che lo desideravano, di fermarsi a scuola nel pomeriggio. Questo la dice lunga sulla penuria di spazi di aggregazione a loro disposizione.
Era però difficile organizzare attività pomeridiane anche se loro, sulla scorta dell’esperienza degli anni precedenti, avrebbero voluto “socializzare” ascoltando musica. La loro esigenza era chiara, ma io avevo il problema della sorveglianza per garantire la permanenza in sicurezza; ho quindi manifestato le mie perplessità sull’idea che per tutti i tre pomeriggi si potesse soltanto ascoltare musica.

A quel punto Luca disse che volentieri avrebbero fatto altro: per esempio, ridipingere qualche aula particolarmente “messa male”.
Questo era, e credo lo sia ancora, uno dei tanti problemi delle scuole.
Infatti l’ente che dovrebbe provvedere alla loro manutenzione si occupa prevalentemente delle emergenze, lamentando la cronica penuria di risorse, ma quando queste ci sono partono solo ristrutturazioni spesso faraoniche. Mai che si provveda in modo sistematico a questa banale priorità: aule periodicamente pulite e rinfrescate.
Dipingere le aule
Valutati gli aspetti problematici legati a questa loro esigenza, correndo anche qualche rischio, butto lì che se loro fossero stati disposti a farlo io avrei messo a loro disposizione la vernice e i materiali. Accettano.

Vinta abbastanza facilmente la resistenza del Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi (una persona pragmatica e molto innovativa, almeno rispetto allo standard che si può incontrare generalmente nella P.A.) organizziamo il tutto.
I camici vengono messi a disposizione dai Collaboratori Scolastici, divertiti ma disponibili anche a sovrintendere ai lavori e alla sorveglianza. Vengono spostate assieme le suppellettili e posti teli per terra per evitare di sporcare tutto. Arrivata la pittura, i rulli e i pennelli… pronti, si parte!
“Il pomeriggio è troppo azzurro…”
Nei tre pomeriggi di co-gestione, più un quarto resosi necessario per concludere i lavori anche di pulizia, sono state ridipinte due aule: quelle delle due quarte di Luca e Andrea, uno tra i più abili nel lavoro.
Il colore era stato scelto dai ragazzi: soffitto e metà pareti idropittura in AZZURRO, il resto delle pareti fino a terra in smalto BLU. L’azzurro era stato ottenuto con l’aiuto di un collaboratore scolastico particolarmente esperto nella miscelazione dei colori.

Il colore è piaciuto tantissimo e ha sollevato la curiosità di tutti quegli studenti che, terminate le attività del mattino, andavano a casa. Era veramente un lavoro ben riuscito.
Nei giorni successivi c’era stata una lunga processione in visita a queste due aule sotto il vigile controllo di chi aveva ridipinto: erano state dettate regole severissime per chi, anche inavvertitamente, avrebbe potuto rovinare il lavoro fatto.
Il contagio
Qualche giorno dopo, i rappresentanti di classe di una prima chiedono di vedermi; erano una studentessa e uno studente. Chiedono anche loro di poter ridipingere la loro aula di AZZURRO.

Ammetto che sono rimasto molto sorpreso dalla richiesta, che proveniva da una classe prima, ma con loro credo di aver raggiunto una perfidia difficilmente eguagliabile: ho detto loro che mi riservavo di vedere i risultati del primo quadrimestre prima di accordare la richiesta e che speravo sarebbero stati mediamente positivi. Loro hanno incassato e sono tornati in classe.
Nel febbraio successivo anche una terza aula venne ridipinta in AZZURRO. Quando si dice che spesso i giovani non hanno né arte né parte…







































