di Aldo Tropea
Questa è una storia vera, che brevemente riassumo cambiando solo il nome della protagonista.
“Preside, scusi, c’è una ragazza che è stata inviata da lei dalla professoressa X. Può entrare?” Così una mattina il bidello incaricato di sovraintendere l’atrio antistante il mio ufficio introdusse l’arrivo di una ragazza mentre io stavo lavorando alla formulazione di una circolare sui criteri per la misurazione delle prove e sui rapporti con la valutazione deliberati dal Collegio Docenti.

“Si certo. Un attimo”. La ragazza entrò e timidamente restò in piedi di fronte alla scrivania, aspettando che finissi il mio lavoro al computer.
“Siediti pure. Come ti chiami?”
“Martina B.”
“Allora, cosa è successo?”

“Niente, Preside. Solo sono stata rimproverata dalla professoressa perché non stavo attenta e quando ho chiesto a voce un po’ alta una cosa alla mia compagna di banco mi ha detto che siccome spesso non capivo i suoi inviti, era meglio che mi facessi spiegare dal Preside il senso della disciplina a scuola”
“Ah, ma allora non era la prima volta che succedeva!”
Rossa in volto, dopo qualche esitazione la ragazza balbettò: “No, in effetti è capitato qualche altra volta.”
“Ti rendi conto di avere sbagliato? Non solo non seguivi la lezione, ma hai disturbato anche la tua compagna! E perché non eri attenta?”
“Perché la lezione era molto noiosa e avevo voglia di pensare ad altro chiacchierando un po’ con le mie amiche.”
“Guarda, capita di distrarsi perché una lezione non è particolarmente interessante, ma potevi anche sopportarlo ed evitare di disturbare i compagni di classe, soprattutto se eri già stata richiamata per questo… Piuttosto dimmi: al di là delle lezioni a volte noiose, c’è qualche altra cosa che non ti piace in questa scuola?”

Visibilmente imbarazzata, Martina trovò qualche parola di scuse e mormorò che quanto alla mia domanda doveva pensarci. Allora io feci il mio dovere, ricordandole che lo studio può anche essere faticoso a volte ma è sempre necessario e alla lunga soddisfacente come tante altre cose nella vita. Poi le proposi un patto.
“Ascoltami, Martina. Tu oggi sei venuta qui perché hai fatto un errore e io ti ho rimproverato per questo. Vorrei però che tu mi facessi una cortesia. Torna qui da me quando vuoi per dirmi liberamente cosa c’è in questa scuola che ti disturba, a cominciare dai miei modi di fare il Preside per poi toccare tutti gli argomenti che vuoi. Sicuramente ci sono molte cose da correggere e se qualcuno me lo fa presente e mi offre dei suggerimenti mi aiuterebbe molto. D’accordo?”
Stupita, Martina mi guardò come se stesse elaborando dentro di sé una lunga serie di domande sullo strano andamento del colloquio e rispose con un sorriso perplesso.
“Sì preside, d’accordo. Lo farò.”
Ci rivedemmo da allora qualche altra volta, ma non spessissimo. Mai più per rimproverarla.
Ricordo questo episodio perché, in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione della scuola che ho diretto fino al 2000, il docente incaricato della pubblicazione di un libro per la ricorrenza chiese una serie di testimonianze, tra cui – lo scoprii leggendola – quella di Martina. Non viveva più in Italia e raccontava di quell’incontro in presidenza come di un episodio che aveva completamente cambiato il suo modo di vivere la scuola e il rapporto con gli adulti, facendola profondamente maturare verso la logica della responsabilità.
Io invece me ne ero completamente dimenticato e quella testimonianza diventò per me la cosa più preziosa di un libro che di cose belle ne diceva parecchie.
Così, poiché questo è un sito di “storie di scuola”, ho pensato di raccontarla.
























