Insegnare Italiano ai tempi del Covid

di Capelli Bianchi

Una chiacchierata con Capelli Bianchi, ex-insegnante di Italiano che, per non dimenticare decenni di esperienza in aula, vuole ripensare al lavoro che ha fatto con centinaia di studenti.
Ne escono preziosi suggerimenti per le nuove generazioni di insegnanti, invitati a evitare l’errore di tenere la Scienza lontano dalla Letteratura.

Sono questi gli anticorpi necessari per fare crescere gli studenti consapevoli dei tesori che la Cultura, umanistica e scientifica insieme, mette loro a disposizione per difendersi dalle future pandemie e non solo. Ecco cosa risponde Capelli Bianchi a qualche semplice domanda.

Perché oggi a scuola non basta insegnare Italiano?

Nelle nostre scuole non si insegnano Educazione all’igiene e Storia delle scienze, cioè la storia del lavoro che il progresso della Medicina è costato a medici e ricercatori. Sono insegnamenti interdisciplinari che richiedono competenze scientifiche, storiche e umanistiche.

Ma Covid non è la prima pandemia…

E’ vero, ma nei manuali di storia si dedicano vari capitoli alla Grande Guerra.; Invece, se va bene, è riservato un solo paragrafo alla pandemia di Spagnola e all’eroismo delle infermiere e dei medici che si sono sacrificati per curarla. La Spagnola, un tristissimo corollario di quella guerra, ha mietuto più vittime della guerra stessa (sembra 50 milioni).

Oggi siamo stati colti impreparati al Covid. Davamo per scontato che se hai un po’ di febbre e mal di gola ti prendi un antibiotico e il giorno seguente torni al lavoro. A scuola non ci viene ricordato che fino a pochi anni fa le cose erano ben diverse.

Quando ero piccola, tante famiglie piangevano la morte di bambini uccisi in tenera età dalla difterite per mancanza di antibiotici e vaccini. Oggi invece nessuno teme questo killer.

Milano, Piazza Luigi Cadorna, generale italiano (1850-1928). Principale merito: avere mandato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro. E’ la piazza di interscambio più importante di Milano: una stazione ferroviaria, due linee di metropolitana, sei linee auto-tranviarie, partenza del Malpensa-Express, una grande installazione artistica. Piazza conosciuta da tutti i milanesi, dai pendolari e dai turisti

Milano. Via Alexander Fleming, biologo inglese (1881-1955). Principale merito: avere salvato dalla morte miliardi di persone. Strada periferica lunga circa 100 metri. Via sconosciuta ai milanesi che non abitano lì vicino

Eppure a Fleming, che con la scoperta della penicillina ha salvato miliardi di vite, Milano ha intitolato una viuzza periferica nota solo a chi ci vive. Viali e piazze del centro sono intitolate a potenti e a generali più o meno vittoriosi, che hanno guidato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro.

Nella letteratura si parla di pandemie?

Fin dalle origini della nostra tradizione letteraria, il fragore delle armi ha riscosso più interesse di quello dedicato alla guerra silenziosa che l’Umanità ha sempre combattuto contro le malattie. L’hanno combattuta uomini e donne (spesso perseguitate come streghe) cercando rimedi naturali.

Nel Primo Libro dell’Iliade Omero dedica una decina di versi alla pestilenza che stava decimando il campo degli Achei. Invece in tutti i 24 Libri di questo sterminato poema si snodano descrizioni particolareggiate di battaglie, duelli, fabbricazione di armi e celebrazioni di eroi.

Dante colloca Ippocrate e Galieno con grande onore nel Limbo, ma i libri di storia ci dicono pochissimo di questi antichi medici. Eppure ancora oggi i medici pronunciano il Giuramento di Ippocrate all’atto della Laurea e i farmaci preparati dai farmacisti si chiamano ancora galenici.

Cattedrale di Anagni: Ippocrate Galeno, XII secolo

Anche se studiamo la storia di Atene e le imprese di Giustiniano, conosciamo pochissimo della peste di Atene e di quella di Giustiniano. Quel poco che studiamo a scuola lo dobbiamo a grandi narratori come Boccaccio, Manzoni e Camus.

Manzoni, in particolare, è il primo che capovolge il rapporto tra lo spazio dato alla guerra e quello assegnato alla pestilenza. Dedica un paio di capitoli alla guerra di successione al ducato di Mantova e alla calata dei Lanzichenecchi che diffuse la peste in Lombardia. Invece alla peste dedica sette lunghi capitoli, fra i più potenti del Romanzo.

Sono capitoli intrecciati fra Storia documentata e invenzione narrativa (ma la Storia prevale), che ci mostrano le sofferenze della popolazione, il coraggio e il sacrificio di grandi medici come Tadino e Settala, l’abnegazione dei Cappuccini che curano i malati al Lazzaretto, le misure prese dal Cardinal Federigo Borromeo per contenere quel flagello, le dinamiche sociali perverse come la caccia agli untori.

I ragazzi possono capire il senso di questi scritti?

Se oggi mi trovassi ancora di fronte agli studenti farei loro ascoltare le bellissime registrazioni pubblicate da La Repubblica sulla pagina web https://www.repubblica.it/salute/dossier/noi-e-loro/ .

Sono letture di testi letterari tenute dai bravissimi attori Sonia Bergamasco e Neri Marcorè, commentate dal Dott. Alberto Mantovani, uno degli immunologi più importanti al mondo.

I ragazzi potrebbero così ascoltare quello che duemila anni fa Tucidide scriveva sulla peste durante la guerra del Peloponneso e interpretare quel testo con gli occhi della scienza moderna.

Lo stesso potrebbero fare, sullo stesso sito web, anche con i testi di Lucano, Lady Mary Montagu, Giuseppe Parini, Albert Camus e Voltaire. Sono opere di grande pregio pre-scientifico che, interpretate scientificamente da un grande scienziato, assumono un valore storico e documentale che può arrivare diritto al cuore e alla testa dei nostri studenti.

E’ possibile a scuola capire il ruolo culturale della scienza?

Per rispondere bastano un paio di esempi. I nostri Istituti Tecnici preparano ottimi Periti Chimici, ma pochi di loro conoscono la storia della chimica. Per esempio, molti ignorano la vita di Maria Sklodowska Curie, distrutta dalle radiazioni che studiava e di cui l’odierna medicina si serve.

Esemplare è la storia del medico ungherese Semmelweis. A metà dell’Ottocento si rese conto che molte donne povere, che partorivano in ospedale in perfetta salute, morivano poco dopo per le infezioni puerperali.

Semmelweis capì che venivano infettate dai medici che le aiutavano a partorire senza prima essersi lavati le mani con cui avevano toccato malati e cadaveri. Per questo introdusse la disinfezione obbligatoria delle mani, ma l’invidia e l’insipienza dei suoi colleghi lo ridussero a morire in manicomio.
Fu la tristissima sorte di un uomo che aveva salvato la vita di innumerevoli donne, ma oggi igiene e antisepsi sono imprescindibili in qualsiasi luogo di cura.

Cosa dire poi di farmaci e vaccini? Oltre a quello antidifterico, occorrerebbe un trattato per parlare di Pasteur, Jenner, Koch, Sabin e cento altri.

Albert Sabin


Pochi di noi ricordano che a scienziati come loro dobbiamo essere grati se oggi non abbiamo più paura del vaiolo, della poliomielite, della tubercolosi e di altre malattie che fino all’ultima guerra erano endemiche in Italia e in Europa.
Purtroppo lo sono ancora in Paesi meno fortunati.

Come possiamo parlarne con i giovani?

Nel 1972 si è introdotta nelle scuole italiane la vaccinazione contro la Rosolia per tutte le bambine e le ragazze non ancora mestruate; in seguito la vaccinazione è stata estesa a tutti i bambini entro i 15 mesi di età.
Prima di allora, le donne che contraevano la rosolia in gravidanza correvano un rischio terribile: il feto poteva subire malformazioni gravissime. Oggi invece nessuna mamma in attesa deve più patire questa angoscia.

Contemporaneamente, i nati nel 1972 sono stati gli ultimi obbligati a vaccinarsi contro il vaiolo perché, grazie ad anni di vaccinazione di massa, il vaiolo era stato sconfitto definitivamente, dopo aver seminato morte e sfigurato volti fino a metà Novecento.

Analogamente, nel secolo scorso si è sconfitta la tubercolosi. Tuttavia, fino a 30 anni fa studenti, insegnanti, e altri lavoratori a diretto contatto col pubblico, erano tenuti a fare periodicamente la schermografia del torace, o il test Mantoux per isolare gli eventuali portatori del bacillo di Koch.

Se oggi tutto questo venisse studiato a scuola, pochi ragazzi snobberebbero la mascherina e nessuno si sognerebbe di andare ad ammassarsi in discoteca, non lavarsi accuratamente le mani e ritenere inutile la vaccinazione.


Non vedremmo sui social le scene penose di giovani che insultano e minacciano di morte la prima infermiera che si è fatta vaccinare contro il Covid, una ragazza che l’ha fatto per il bene non solo suo, ma di tutti i suoi pazienti e degli stessi insultatori via web.

Cosa possiamo dire ai giovani del vaccino?

Il vaccino ci salverà, ma solo se ci sarà per tutti, non solo per i Paesi più ricchi. Papa Francesco lo ripete nei suoi accorati appelli alla pace e alla solidarietà: non ci si salva da soli, ma insieme.
Questa pandemia ci insegnerà a sostituire la cultura della competizione, dell’accaparramento, della morte, con quella della condivisione, del rispetto della Casa comune, della vita?

Il vaccino è arrivato: i media l’hanno presentato con un po’ di inevitabile retorica, ma anche con la sincera commozione di medici e infermieri che in questi mesi hanno visto morire troppe persone e che meritano tutta la nostra riconoscenza.

Ci hanno curato e continuano a curarci, mettendo a rischio la loro stessa vita, salvando molti di noi. Adesso accettano di essere vaccinati per primi, per proteggersi, ma anche per darci un esempio di coraggio e un motivo di speranza. Eroi li abbiamo spesso definiti, ma il Paese smemorato si ricorderà di loro quando il pericolo sarà passato?

Purtroppo la nostra memoria è corta, soprattutto per quanto riguarda le cose veramente importanti, come l’impegno e i sacrifici di chi ci ha permesso, nel corso della storia, di migliorare le nostre condizioni di vita, di allungare il nostro futuro, di difenderci sempre meglio dagli agguati che la natura, madre ma spesso anche matrigna, ci ha teso e continua a tenderci.

E’ nostro dovere dirlo ai giovani. E’ dovere degli insegnanti parlarne nelle classi, in presenza e a distanza.

Vita da supplente negli anni ‘70

di Roberto Ceriani

(testo tratto da un post su FaceBook del 6/11/20)

Facendo supplenze nella scuola, frequentavo l’Università un po’ di giorno e un po’ nei corsi serali (esistevano veramente!).
Dopo la naja mi sono laureato nel 1975. Mi ero presentato alla commissione di Tesi con in dote una modesta media di 102 punti scarsi, quindi non ho mai capito da quale cappello sia uscito il 110 e lode.
Forse si sono confusi con lo studente che mi aveva preceduto…

Sex and school and rock and roll

Finalmente, da laureato, potevo aspirare a supplenze più facili da ottenere. La prima che trovai fu in un ITC linguistico di sole studentesse.

Avevo nove classi. Erano circa 260 ragazze di 16-19 anni. In quella scuola c’erano solo professoresse, segretarie, bidelle e la Preside. Unici maschi eravamo io e il prete. Avevo 25 anni e ammetto di avere avuto qualche difficoltà relazionale, ma posso giurare sulla mia castità. Su quella del prete invece non ho informazioni attendibili.

Insegnando si impara

Seguirono poi due anni di supplenza di “Matematica e Fisica” all’Ottavo Liceo Scientifico di Milano (oggi Liceo Bottoni). Fu una svolta nella mia vita per due motivi.

Infatti in quella scuola:
– ho conosciuto la giovane supplente che insegnava nel corso a fianco al mio e l’ho felicemente sposata
– ho maturato un’esperienza professionale-sindacale che mi è rimasta per sempre come un imprinting indelebile

In quel Liceo del centro di Milano c’era un forte gruppo di insegnanti politicamente di sinistra. Persone di alto livello culturale e professionale che oggi classificherei come tipica media borghesia progressista milanese.

Quella scuola era una fucina di idee e di progetti. Questi ottimi colleghi mi hanno “adottato” e fatto crescere professionalmente e politicamente. A loro devo molto e li ringrazio ancora oggi.

Quando oggi sento dire che “…una volta a scuola si insegnava, mica si facevano progetti!”, penso a quanti progetti invece ho fatto in quei due anni indimenticabili. E’ vero, non si chiamavano ancora progetti e non erano pagati, ma erano veri progetti di didattica sperimentale, spesso molto avanzati.
Per esempio, durante la crisi energetica dedicavo vari mesi ad attività didattiche multidisciplinari sull’energia, coinvolgendo gli insegnanti di altre discipline. Oggi è una cosa banale; allora non era banale.