Come i diamanti: insegnare è per sempre

di Claudia Pisati

Prima ancora di laurearmi in Lingue avevo iniziato a fare supplenze già durante il secondo anno di Università; oggi sembra strano, ma una volta era normale. Da quel giorno non ho mai più smesso di insegnare.

La mia prima esperienza in cattedra non fu proprio esaltante. Entrai in classe in una seconda media dopo l’intervallo; c’era un caos totale e non sapevo da dove cominciare. Provai a richiamare l’attenzione della classe ma senza risultato.

Ero quasi disperata! Presi un ragazzino che urlava più degli altri e gli chiesi di far tacere i suoi compagni. Lui salì in piedi sulla cattedra e urlò: “Ca**o, siete dei co****ni, non vedete che è entrata la Prof? Tacete e andate al posto”.

Ero presa dal panico! E adesso cosa faccio? Gli dico di non usare queste parole? Lo faccio scendere dalla cattedra? Mentre penso cosa fare vedo che i compagni lo ascoltano e si siedono. Era il mio battesimo del fuoco!

La supplentella

Finite le lezioni, stremata per la tensione, andai in sala insegnanti e salutai i colleghi presenti “Buongiorno”. “Ecco” esplode l’insegnante di Arte “arriva la supplentella e ci fa capire che siamo dei vecchietti noi!”. Mi scusai, riposi i libri e tornai a casa esausta. Ma io voglio veramente insegnare?!? All’Università nessuno ci insegna come o cosa si insegna, quindi tutti abbiamo solo replicato ciò che avevamo subito da studenti. Funzionava così…

Comunque ormai la strada era tracciata: pronti, si parte! Girai la provincia di Milano, Melzo-Monza-Pioltello-Milano. Scuole medie e scuole superiori. Cattedre di Inglese e di Francese! Al mattino nebbioni allucinanti (ma dov’è finita la sonnacchiosa scighéra di Milano?), mettevo l’autoradio sulla mitica 126 gialla che mi sarà rubata proprio fuori da scuola. Forse volevano rubare solo l’autoradio che valeva più della macchina!

I primi dubbi: ma perché vado avanti? Le prime risposte: perché mi piace da morire! E’ una sfida continua con me stessa e con la mia timidezza. Il rapporto con gli studenti è fantastico. Forse vedevano in me una quasi amica; avevamo solo sette/otto anni di differenza. E poi mi divertivo: leggevamo Ionesco in francese, recitandolo in classe! Quante risate!!!

Concorso, figlio, ruolo e cattedra…

Poi finalmente arrivò il concorso, mentre insegnavo Francese alle superiori. Seguirono mesi di panico per prepararmi. Chiedevo clemenza agli studenti perché non riuscivo a correggere le verifiche nei soliti tempi rapidi; loro erano sempre dalla mia parte e mi hanno aiutato.

Passato il concorso di Inglese alle medie con un buon punteggio, partorii il mio primo figlio e tornai a casa dalla clinica Mangiagalli. Nello stesso giorno ricevetti il telegramma della mia immissione in ruolo!

Destinazione: corso serale a Gorgonzola, una ventina di km fuori Milano! Per me era un posto ottimo; l’assenza per maternità mi permetteva di evitare i lunghi spostamenti.

Appena preso servizio, mi ricordarono di chiedere subito il riscatto della Laurea, perché così sarebbe stato calcolato sul primo stipendio (cinquecentomila lire; oggi non sono neanche più capace di scriverlo!). Fu un consiglio fantastico; li ringrazio ancora oggi!

La prima “vera” cattedra

A febbraio mi telefonarono per dirmi che in Provveditorato stavano facendo le nomine per il ruolo. Corsi in piazza Missori, dove una volta c’era il Provveditorato, con il figlio in braccio, sperando di captare un po’ di benevolenza! Come da mia richiesta (in effetti avevo presentato un modulo!) mi assegnarono d’ufficio la scuola media di Lacchiarella. “Davvero?!? Ma è sicura???

Non le va bene, professoressa?”

Va BENISSIMO! È a 8 minuti da casa mia! Evvvaiiii!!!!”

Andai a scuola il giorno seguente per presentarmi e vedere l’ambiente. Una meraviglia! Nove classi, un bel paese… ero proprio contenta! Il Preside mi presentò l’insegnante che dovevo sostituire (era una supplente), che mi terrorizzò con i racconti più beceri per dissuadermi dal prenderle il posto. Chiesi “Ma tu l’hai fatto il concorso?”. Mi rispose “Sì, ma non l’ho passato”. “E allora?!? Questa è la mia cattedra; a settembre io prenderò servizio qui”.

Inizierà così la mia lunga avventura a Lacchiarella; 22 anni perfetti! Beh, per essere sinceri all’inizio non furono proprio perfetti; il primo giorno tornai a casa in lacrime. Ero entrata in una prima. “Prof, posso usare la biro blu?” “Prof, vuole il quaderno a righe o a quadretti? Con i margini o senza?” Pensai che non ce l’avrei mai fatta! E invece iniziò così l’amore per questi scavezzacolli meravigliosi che ancora adesso mi chiamano Prof e mi presentano orgogliosi i loro figli.

Lo ammetto: torno spesso a Lacchiarella. Quando sono andata a fare la Preside a Corsico ho lasciato lì il mio cuore.

Preside? Ma siamo matti?

Francesco Cappelli.
Un grande insegnante. Un grande Preside.

La Preside? Ma cosa mi era venuto in mente? Tutta “colpa” di Francesco Cappelli, il più grande Preside che ho incontrato sulla mia strada. Prima Francesco era stato mio collega; insegnava Matematica e Scienze. Era una grande persona, sempre attento agli studenti e a noi colleghi. Poi lui è andato a fare il Preside incaricato altrove.
Quando è ritornato da noi era già di ruolo e mi ha convinta a tentare il concorso per Dirigenti.

Chi io? Ma no dai!”. Ma lui ci credeva e ha insistito, così ci ho provato.

Mi aspettavano le tappe del concorso: prove scritte a settembre 2005, orali a giugno 2006, anno di formazione nel 2006-2007 a Crescenzago (e chi se lo dimentica!). Il tutto, naturalmente, senza perdere una sola ora di lezione a scuola!

Nel luglio 2007, prima di partire per Oxford con alcuni studenti, andai all’Ufficio Scolastico Regionale per avere la nomina a Dirigente Scolastico: Istituto Comprensivo “Copernico” a Corsico! Bene, almeno c’è un maestro che conosco!

Altro giro, altra corsa!

Il primo rapporto con la nuova scuola non fu facile. A volte nelle scuole si formano paure di fronte a ogni cambiamento, ma ormai chi mi poteva fermare? Testa bassa e pedalare, così mi hanno insegnato! Nella vita non ti regala niente nessuno; ti devi conquistare tutto con la forza di volontà.

I.C. “Copernico” di Corsico MI

La scuola era un Istituto Comprensivo con tre scuole dell’infanzia, due primarie e una scuola secondaria! Un gioco da ragazzi! (beh, più o meno…). Via che si riparte! La segreteria inizialmente sembrava freddina. Dovevamo prenderci reciprocamente le misure, ma poi sarà un’intesa perfetta.

In una scuola dell’infanzia c’era una maestra che viene in vacanza nello stesso paese dove io vado da sempre e questo mi aiutò. Poi ci sono i docenti che vedono sempre lontano e capiscono che alla scuola ci tengo. I primi mesi furono faticosi, ma la passione ebbe il sopravvento sulla burocrazia. Avanti! Sostegno ai progetti in corso, nuove proposte, grande collaborazione con l’Amministrazione Comunale, soprattutto quando arrivò la Sindaca Maria Ferrucci, che era un’insegnante.

Nove anni indimenticabili

Passerò così nove anni intensi, ma pieni di gioia. Come potrò dimenticare gli occhi dei bambini quando vedevano scendere Babbo Natale dalle scale della scuola?!? Le loro domande, i loro sguardi bassi quando venivano ripresi, i loro sorrisi e i loro schiamazzi rendevano la scuola un ambiente meraviglioso! 

Furono nove anni intensi, purtroppo rovinati alla fine dalla lunga lotta per la mensa fra il Comune e le famiglie. Il Sindaco, che nel frattempo era cambiato, aveva deciso che i figli delle famiglie che non pagavano la retta non potevano mangiare in mensa. Iniziava così una battaglia, anche mediatica, con i giornalisti scatenati e i cittadini pure.

Io volevo tutelare i miei bambini. Ma secondo voi, potevo lasciare senza pranzo bambini dai 3 ai 10 anni che arrivavano a scuola alle 7.30 e magari restavano lì fino alle 17.00?

Le maestre si mobilitarono, dividevano il loro pranzo, ma il clima era infuocato e io cominciavo a non reggere il ritmo. E’ brutto dirlo, ma ero un po’ stufa!

Una nuova avventura

Fu così che chiesi il trasferimento. Volevo finire la mia carriera alle superiori, dove avevo cominciato. Mi assegnarono l’Istituto Severi Correnti a Milano, Istituto vicino alla casa dei miei genitori. Perfetto! Era, anzi è, un Istituto superiore con quattro indirizzi: Liceo scientifico e linguistico, Istituto professionale odontotecnico e meccanico. In totale mille studenti. Ma le cose semplici mai?!? Pronti via!

IIS Severi-Correnti

Arrivai in quella scuola dopo anni di reggenza e una fusione fra il Professionale e il Liceo mai digerita fino in fondo. Nell’aria respiravo un po’ di resistenza perché “la nuova Preside viene dalle medie!”.

Sentivo che mi mettevano alla prova fin dal primo collegio con l’appello nominale e capii subito che il clima era un po’ conflittuale. Pazienza: si parte!

La macchina del caffè

Da dove si comincia? Ovvio: dalla macchinetta del caffè in Presidenza! L’avevo già sperimentata in Copernico; crea un clima di accoglienza al quale non erano abituati. Solo in seguito scoprii che una famosa esperta di Organizzazione Aziendale aveva scritto un intero libro sul ruolo della macchina del caffè negli uffici…

I rapporti con la segreteria erano buoni, così come con la vicepresidenza. E gli studenti? La porta era sempre aperta per loro; partiti con calma, alla fine è nato un ottimo rapporto. Abbiamo collaborato per la cogestione, il clima era sereno.

Ho dovuto però insistere per una maggiore armonia tra il Professionale e il Liceo.

E i genitori? Forse è qui il punctum dolens. Tanti di loro erano molto collaborativi e attenti, ma troppi erano attenti solo al voto del proprio pargolo, più interessati ai diritti che ai doveri. Le mail continue, le velate minacce di ricorsi, l’attenzione alle inadempienze altrui e mai alle proprie. Si può fare meglio di così, per il bene dei propri figli.

A volte ritornano…

Un giorno tornai in Copernico per ritirare il mio fascicolo personale e i bambini mi corsero incontro urlando: “Sei tornata con noi!!! Evviva!” e giù lacrime! La spontaneità dei bambini è impagabile, irraggiungibile, commovente (a pensarci mi vengono ancora le lacrime agli occhi!).  Andai via singhiozzando, attraverso il magnifico parco Giorgella di Corsico pieno di fiori, e mi chiedevo perché me ne ero andata via.

In realtà lo sapevo: ero andata via perché non sono capace di stare ferma. Perché mi piacciono le sfide e questa sarà per me l’ultima sfida lavorativa.

Chiudere il sipario? No grazie!

Già, perché nel frattempo ero arrivata alla soglia della pensione! Evviva! Feci la mia pratica, tutto a posto. Aspettavo il grande momento ma… ecco che arriva il Covid-19! Si chiudono le scuole, inventiamo la DaD, inventiamo il tutto on line, tiriamo a campare in qualche modo. Una volta a settimana vado a scuola per bagnare le piante nel mio ufficio e per controllare che non ci siano problemi. La scuola vuota è tristissima! Regna il silenzio nel tempio del rumore, poi suona la campanella e tutto sembra normale!

E invece finirà tutto così, nel silenzio fino a giugno, quando iniziò la Maturità. Ma io ormai sono altrove. Non mi sembra di essere andata in pensione. Direi che mi sembra di essere scappata! Non ho potuto salutare nessuno; nessuna festa!  E’ giusto così, ci sarà forse tempo per recuperare, ma l’amaro in bocca resta.

Adesso faccio lezione online per l’Università della Terza Età; oh, quanto mi diverto!

Perché, nel bene e nel male, sono sempre una professoressa.
Perché la scuola e l’insegnamento sono come i diamanti: quando sono un regalo è per sempre

Battipaglia-Roma-Goteborg-Milano

di Maria Falivene

Roma, Facoltà di Fisica

Nata nel 1981, fin da bambina sono sempre stata appassionata alla Matematica e alla Fisica. Dopo aver frequentato il liceo scientifico a Battipaglia (SA) mi sono laureata in Fisica all’Università di Roma “La Sapienza”.

So che l’argomento della mia tesi non interessa quasi a nessuno, comunque voglio scriverlo lo stesso: riguardava l’analisi spettroscopica dell’absorbimento del DNA su vescicole sintetiche. Chiaro? No? Beh, non importa…

Appena toltami dalla testa la corona di alloro, solo due giorni dopo la laurea sono partita per Goteborg, in Svezia.
Ero stata mandata da un’azienda che produce strumenti scientifici per laboratori.

Lavoravo come Sales Engineer per l’installazione di microscopi a forza atomica e camere CCD con il monitoraggio della dissipazione. Va bene, anche su questo so che l’argomento non dice nulla a molti lettori, ma per me è importante dirlo a voce alta.

Il lavoro mi piaceva, ma il mio sogno era sempre stato fare l’insegnante.
Fu così che nel 2007 superai il concorso per l’ammissione a Milano alla scuola di specializzazione per l’insegnamento di “Matematica e Fisica”.
Cominciava così la mia avventura nella scuola.

Milano, IIS “Marie Curie – Sraffa”

Infatti, dopo poche settimane, ricevetti la mia prima convocazione per insegnare in un Liceo Scientifico. Ero felice, ma la vera svolta arrivò poco dopo, nel febbraio 2008, con la mia prima supplenza fino al termine delle lezioni all’IIS “Marie Curie” di Milano.

In quella scuola conobbi il mio primo Preside, che mi accompagnò nella scoperta di un nuovo, complicato e affascinante mondo.
Inoltre provavo l’emozione di vedere in classe i miei primi studenti, che mi sembravano i miei fratelli minori.

Per esempio, ricordo un ragazzo di quinta di circa 20 anni che aveva ripetuto qualche anno e si sentiva demotivato a continuare. Ci eravamo conosciuti a febbraio, aveva valutazioni insufficienti in Matematica, non perché gli mancasse la capacità di capire, ma non aveva più nessuna voglia di studiare ed era prossimo al ritiro.

Insegnare Fisica sorridendo (dal web)

Anche se non ero esperta di didattica, ho provato ad aiutare quel ragazzo.
Siamo riusciti insieme a trovare il giusto slancio, la forza e la voglia di continuare.

Ha così iniziato a credere di potercela fare e ce la fece! Anche bene! Alla fine si sono visti i risultati ed è stato proprio così!

Ero un po’ imbarazzata con i nuovi colleghi. Sarà stato per la mia giovane età, o forse per la mia altezza, anzi bassezza, ma in aula insegnanti qualche collega mi prendeva per una studentessa mandata a prendere un registro.

Una volta ero davanti allo sportello della segreteria in fila per chiedere delle informazioni e un collega mi disse che dovevo tornare in classe.
Inizialmente non capii la sua osservazione. Poi lessi su un avviso che gli orari di accesso alla segreteria erano diversi per docenti e studenti. Fu così che realizzai che il collega mi aveva scambiato per una studentessa!

Oltre a insegnare in classe, oggi collaboro alla stesura di alcuni esercizi per testi di matematica per i licei. Nel frattempo, dal 2015, sono diventata docente di ruolo di Matematica e Fisica in un liceo artistico della Brianza, dove collaboro con la mia radiosa, coraggiosa e determinata preside.

Anche se non sono più una supplente alle prime armi, insegnare è per me sempre un motivo di scoperta. Però mi piace tantissimo anche cucinare, stare in mezzo alla gente e sorridere.
Continuo a sorridere del mondo, del futuro e del mio meraviglioso lavoro.

La capanna dello zio Tom

di Teresa Lovati

Sarà stato mio padre che faceva il tipografo e spesso portava a casa alcuni libri.
O forse sarà stata mia sorella maggiore che faceva le elementari e aveva già i suoi libri personali e ha fatto nascere, nell’emulatrice che ero, la voglia di diventare anch’io un studentessa come lei.
Sta di fatto che i libri mi hanno sempre attratto.

Nel periodo prescolare li sfogliavo e mia sorella mi spiegava le figure. Poi lei leggeva e io la ascoltavo.
Alla fine sono stata in grado di cavarmela da sola e all’inizio della prima elementare per me la lettura non aveva più segreti.

In seguito il gusto di sfogliare i libri scolastici mi ha accompagnato per tutta la carriera di studentessa: il libro di lettura, il sussidiario, i testi delle medie e quelli di matematica e geometria alle superiori.

Ho ancora in mente l’illustrazione dell’apparato digerente del sussidiario;
era un disegno su sfondo nero posizionato in alto sulla pagina sinistra
della sezione Scienze.

Invece facevo scorrere velocemente i libri di matematica e geometria per andare in fretta a sbirciare gli esercizi.
Anche se non capivo ancora nulla, mi piaceva leggere il testo di qualche problema.

Molti termini mi erano ancora sconosciuti, ma questo mi dava la misura di quanto avrei imparato durante l’anno.

Ho così scoperto che si potevano risolvere alcuni problemi matematici anche senza avere dati numerici!

A quei tempi avevo molta fiducia nei miei insegnanti, ma in seguito ho capito che qualche volta la mia fiducia era mal riposta.

All’inizio della seconda elementare, nel giro di poco tempo avevo già letto quasi tutti i racconti contenuti nel libro di lettura.

Ce n’era uno che mi piaceva particolarmente; era una storia di animali che parlavano tra loro. Lo lessi più volte, drammatizzando le voci e usando le pause, proprio come mi aveva insegnato mia sorella.

Una mattina la maestra ci disse che c’era un concorso di lettura e avrebbe scelto la vincitrice dopo aver fatto leggere a voce alta un brano preso a caso dal libro di lettura. Che bella combinazione!
Ero molto emozionata, ma sono riuscita a leggere bene. La maestra era indecisa tra me e una mia compagna, ma alla fine l’ho spuntata io.

La copertina del mio libro

Fu così che, accompagnata dal mio orgogliosissimo padre, mi sono recata con il foglio di vincitrice al Centro Sociale dove si tenevano le premiazioni.
Il premio era un libro: “La capanna dello zio Tom”, di cui sono riuscita a trovare l’immagine di copertina.

Negli anni successivi ho letto e riletto più volte quel libro e sono riuscita a conservarlo fino a pochi anni fa, quando ormai la rilegatura non aveva più retto, usurata dal tempo e dagli assalti di un coniglio.
Quel libro è sempre stato per me un ricordo indelebile della mia seconda elementare.

Un bambino degli anni ‘50

di Giacinto Aversa

In un uggioso ottobre 1960, dopo un viaggio in treno di quattordici ore, un bambino nato nel 1950 finalmente arrivò di mattina alla grande città conosciuta solo nei suoi sogni: Milano, la grande capitale dell’industria italiana.
Quel bambino ero io. Venivo da Torre del Greco, vicino a Napoli, con la mia famiglia di emigranti.

Milano anni ’60. Immigrati alla Stazione Centrale

Come gli attuali migranti che arrivano da ogni angolo del pianeta, i miei genitori lasciavano un passato di miseria in cerca di un futuro migliore.
Avevano tre figli; oltre a me dovevano dare da mangiare anche a due sorelle minori.



Il mio futuro immediato era già scritto: dovevo assolvere in fretta l’obbligo scolastico, che a quel tempo era costituito da otto anni di studio, per poi cercare un lavoro che mi permettesse di aiutare la famiglia. Ero fresco di licenza di scuola elementare, quindi mi mancavano ancora tre anni di studio.

Torre del Greco 1955. L’asilo infantile

Non c’era ancora la Scuola Media Unica.
Dopo le Elementari bisognava “scegliere”: chi era destinato a frequentare le Superiori si iscriveva alla Scuola Media, chi invece “sceglieva” di andare a lavorare a 14 anni si iscriveva all’Avviamento Professionale.

1962. Nasce la Scuola Media Unica

Dopo i primi giorni di spaesamento i miei genitori “scelsero” di iscrivermi all’Avviamento Professionale all’Istituto Industriale Statale “Settembrini”, nel quartiere milanese di Greco.
La scuola si trovava a circa un chilometro dal nostro alloggio di fortuna, la nuova casa (provvisoria) presso un’amica di mia madre.

Avviamento “Settembrini”; laboratorio di Aggiustaggio meccanico

L’Avviamento aveva in gran parte le stesse materie di studio della Media, tranne il Latino.
Poiché lo scopo del percorso di istruzione era preparare bravi operai o artigiani, erano previste moltissime ore di laboratorio.
Questo comportava otto ore di frequenza giornaliera e quattro ore al sabato mattina. Erano previsti corsi di Falegnameria, di Aggiustaggio meccanico (usare la lima), Torneria e macchine utensili, Chimica e tecnologie. Era prevista anche un’ora settimanale di canto corale, una di lingua straniera (che per me fu il francese) e un’ora di religione cattolica.

Credo che l’Avviamento sia stata un’ottima scuola per me, il giusto equilibrio fra pratica e cultura di base. Conclusi il percorso scolastico con un buon vuoto quindi decisi, in accordo con i miei genitori, di non interrompere gli studi e mi iscrissi a un Istituto Tecnico Industriale.
La mia prima scelta fu per un indirizzo diverso da quello che poi mi vide diplomato; frequentai il primo biennio presso l’ITIS Molinari di Città Studi.

ITIS Molinari. Anno scolastico 1965/66

Era una scuola dalla reputazione molto severa in cui era privilegiato lo studio della Chimica con i relativi laboratori. Tuttavia mi accorsi presto che la chimica non era la mia vera aspirazione e che non faceva per me!



Ritornai quindi ai miei interessi iniziali: l’Elettrotecnica e le sue applicazioni.
La materia mi piaceva fin da ragazzino, quando sapevo realizzare circuiti per accendere e spegnere le lampadine o far marciare il trenino elettrico.
Decisi pertanto di iscrivermi al terzo anno di Elettrotecnica presso l’ITIS Feltrinelli in piazza Tito Lucrezio Caro.

1967: la Prof.ssa Crespi interroga Giacinto in Italiano,
ma chi sarà quel compagno visto di schiena?

Questa fu l’esperienza più formativa della mia vita, sia per le discipline, sia per le alte qualità professionali degli insegnanti. Presso quella scuola ho ricevuto una preparazione culturale e umana, oltre che tecnica, veramente superlativa.

Non dimenticherò mai gli insegnanti che mi hanno donato un patrimonio di conoscenza; a loro sono ancora grato. La professoressa di Italiano e storia, Giuseppina Crespi, il professore di Elettrotecnica e misure elettriche, Ing. Antonio Pacinotti, erano sicuramente tra i migliori.

Mi diplomai come Perito Industriale Capotecnico specializzato in elettrotecnica nel fatidico anno scolastico 1968/69, agli albori della stagione del Sessantotto.

Milano ITIS Feltrinelli.
Il leggendario professor Pacinotti in gita scolastica

Avevo urgenza di trovare un lavoro per dare sollievo economico alla mia famiglia. Non fu difficile; erano altri tempi! Nel volgere di un paio di mesi ebbi da vagliare ben cinque proposte di lavoro e scelsi quella che mi parve più interessante.


Al tempo stesso decisi di iscrivermi, con altri amici e compagni di classe, alla Facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano. Eravamo tutti stimolati dalle lezioni affascinanti del Prof. Pacinotti, che era stato capace di suscitare in noi la curiosità e l’interesse per la Fisica.
Oltretutto, con il mio sia pur modesto 43/sessantesimi ottenuto alla Maturità, avrei evitato di pagare interamente le tasse universitarie.

Iniziai a lavorare presso un’azienda costruttrice di apparecchiature pneumatiche per l’automazione industriale. L’azienda mi offriva, previo l’affiancamento con un ingegnere tecnico esperto, un lavoro di progettazione e sviluppo di sistemi di processo e macchine di varia natura. Lavoravo sulla progettazione di nuovi impianti e sulla manutenzione di quelli esistenti presso la clientela, soprattutto italiana ma anche internazionale.

Automazione industriale

Ovviamente mi era impossibile la frequenza alle lezioni universitarie diurne, quindi dovevo adattarmi ai corsi serali tenuti dagli assistenti universitari. Mi era d’aiuto anche mantenere un utile contatto con gli altri compagni di corso.

Quale migliore occasione per la mia maturazione professionale!
La concomitanza dello studio dell’algebra booleana all’Università e la necessità di metterla in pratica sul lavoro erano per me una cosa entusiasmante.

Nel frattempo avevo già da tempo stretto un rapporto più che amichevole con la donna che diventerà la mia futura moglie. Con un impegno davvero notevole, dopo oltre un anno di lavoro riuscii a dare solo due esami: Analisi matematica-1 (24) e Fisica-1 (26).

Purtroppo però il lavoro mi impegnava tantissimo. Dovetti trasferirmi per due mesi a Torino, tornando a casa solo nel fine settimana. Lo studio assorbiva tutto il mio tempo libero e a un certo punto non riuscivo più a reggere il ritmo.

Dopo due anni di rinvio del servizio militare decisi di interrompere gli studi per partire soldato. Mi spiacque molto, ma a quel punto le alternative erano poche. Con molta sofferenza si concludeva così la mia esperienza scolastica.

Nel 1981, in seguito allo stato di crisi dell’azienda dove lavoravo, e forte della vasta esperienza maturata, iniziai un’attività economica in proprio.

Questa attività è ancora in essere e attualmente è diretta da mio figlio, ingegnere informatico.
Quel bambino degli anni ’50 adesso passa il testimone a un’altra generazione.
La scuola è stata la protagonista silenziosa della crescita di almeno tre generazioni.
In qualche modo ancora oggi la storia continua…

Il Maietr

di Luciano Berti

11 ottobre 1971: incarico annuale come Insegnante di attività parascolastiche. Refezione e giochi dalle 12,40 alle 14,40 alla scuola Elementare “Sorelle Agazzi” di P.zza Gasparri, quartiere Comasina nella periferia milanese.

Milano anni ‘70. Piazza Gasparri, quartiere Comasina

Ai confini del quartiere c’era un nucleo di fatiscenti case minime(*), che il Comune di Milano doveva abbattere. Erano case occupate da famiglie di sfrattati, sfruttati e sfruttatori con tanti figli. In attesa di sviluppi, il Comune tollerava questa situazione a patto che i bambini frequentassero la scuola.

Milano – Case minime sopravvissute fino a oggi

I bambini furono iscritti alla scuola elementare di P.zza Gasparri, dove si creò una nuova classe prima. Per formare una nuova classe non c’erano ancora gli Organi Collegiali, criteri, precedenze, equieterogeneità, semestre di nascita… Decidevano gli insegnanti.
I colleghi decisero all’unanimità di mantenere i legami sociali e di sangue che univano quel gruppo di ragazzi, così mi ritrovai con una “bella classetta” di 25 bambini dai 6 ai 9 anni, mai scolarizzati precedentemente.

Giovane e ingenuo, nel mio bagaglio pedagogico c’erano lezioni di pedagogia della “Cattolica”, il personalismo cristiano di Maratain, l’attivismo di Dewey, le visite alla “Rinnovata Pizzigoni” e alla “Pestalozzi” di Milano.
Si trattava “solo” di tradurle in azioni: pensiero e azione.

L’intervento didattico

Il mio intervento educativo si sostanziava in tre momenti:

  1. accoglienza: mettiamoli in fila e portiamoli in mensa
  2. refezione: si mangia
  3. intervallo: si gioca

Il punto 1 era il più duro: c’era chi urlava, chi si menava, chi si appiccicava al compagno davanti e si dimenava, chi scappava…

Poi, al punto 2 in mensa, calava il silenzio: tutti mangiavano. Gli “inappetenti” mangiavano due piatti di pasta al sugo. Io vigilavo e chiedevo alle cuoche il bis per tutti.

Quando chiedevo il ter mi guardavano male: “Il ter? E che è? Ah, il tris, eccerto…”.

Volendo usare i livelli della nuova valutazione della scuola primaria, possiamo dire che l’uso della forchetta era “in via di prima acquisizione”, il numero di piatti di pasta invece era in via di prima, seconda, terza e a volte quarta acquisizione. Il livello “avanzato” non era previsto.
Mangiavano tutto. Non avanzava mai nulla.

Mi volevano bene questi bambini. Mi chiamavano “Maietr”.

Il cappotto

Con il primo stipendio mi comprai un cappotto nuovo, un maxicappotto marrone, in via San Gregorio dove i grossisti al sabato vendevano al pubblico: 39mila lire. Non slanciava la mia figura, ma era alla moda.
Il lunedì successivo il “Maietr” era elegantissimo.

Tra gli alunni ce n’era uno raffreddato dal primo giorno. Aveva una “candela perenne”, ma era abilissimo nel trattenerla; mai rientrava, mai cadeva. Era sempre lì, come un carico pendente, nonostante gli inviti di tutti a soffiarsi il naso.

Quel lunedì mattina finalmente decise di pulirsi il naso! Dove? Sulla manica del mio cappotto nuovo! Quell’evento segnò la mia conversione pedagogica: dal “Credo pedagogico” di Dewey, al “Poema pedagogico” di Makarenko(**).

Traduzione per i non esperti di pedagogia: gli assestai un calcio nel culo che lo fece sobbalzare di circa un metro. Così “percosso (lui) e attonita (la classe)”, al calcio sta.

Io non mi sentii in colpa, il mio intervento aveva una legittimazione pedagogica: Makarenko, educatore sovietico (anche lui vittima di un cappotto nuovo maltrattato?).

Il gioco

Dopo la refezione, si andava in giardino a giocare. Organizzavo la partita di pallone: la mia classe (con il Maietr “fuori quota”) contro le quinte.
I ragazzi di quinta facevano i “fighetti e i veneziani”.

Il nostro schema di gioco era semplice: “densità” tutti intorno al pallone (Sacchi lo brevetterà 20 anni dopo). Io in difesa, libero: Nero Rocco, Blason e Anquilletti i miei modelli; spazzare sempre, tutto, o la palla o la gamba. Lo Zero a Zero era il nostro obiettivo.

Le due colleghe di quinta, Ginetta e Wilma, curavano le ragazze. Si sedevano in due sgabelli ai bordi del campo. Wilma era decisamente carina, capelli rossi, occhi chiari, maglione a collo altro, minigonna scozzese, ampia con un fermaglio, calze nere, velate (le scarpe non me le ricordo).
Talvolta capitava che prendessimo un goal per qualche svista o liscio del “libero”, soprattutto quando Wilma si arrabbiava con le bambine e si agitava sullo sgabello.

Il mio momento di gloria

In una delle ultime partite, un evento fortuito determinò un calcio d’angolo a nostro favore.

Abbandonai il mio presidio in difesa e andai a saltare nel cuore della difesa avversaria. La palla, per strane deviazioni, arrivò giusta. Io svettai dall’alto dei miei 164 cm e insaccai: Uno a Zero per noi.


Clamoroso al Cibali!”(***)


Fui sommerso dagli abbracci. Quando riemersi la mia T-shirt bianca aveva tutti i colori dei miei alunni: giallonaso, rossosugo, neromani, marronenonèdatosapere.

Anche Wilma esultò e mi sorrise.
Io le sorrisi.
La guardai.
Negli occhi.
Aveva i pantaloni

(*) Case minime, case costruite in epoca fascista per far fronte all’emergenza abitativa. Erano alloggi piccolissimi e privi di qualunque elemento decorativo, destinati provvisoriamente ai senzatetto, agli immigrati e agli sfrattati

(**) Anton Semenovič Makarenko, pedagogista e educatore sovietico. “Non lo sapevo ancora, ma avevo un lontano presentimento, che né la disciplina del singolo né la completa libertà del singolo fossero la nostra musica”.

(***) Clamoroso al Cibali! è una celebre locuzione coniata domenica 4 giugno 1961 durante la partita Catania-Inter giocata allo stadio Cibali. Contrariamente ai pronostici, la squadra siciliana vinse 2-0 contro i nerazzurri milanesi.

Non tutti i Presidi vengono per nuocere!

di Nadia Di Maria

Non so quanti Presidi e vice-Presidi ho conosciuto fin dalla metà degli anni ’80.

Erano anni di precariato, anni in cui sei come una foglia trasportata dal vento e pressoché trasparente. Anni in cui la freschezza dell’età ti fa divertire a cogliere l’assonanza tra alcuni nomi o cognomi e il modo di essere del loro proprietario.
Poi la carriera continua ma a volte il gioco rimane…

La città dell’oro

Ho iniziato a insegnare Educazione Fisica sulle rive del Po, nella città dell’oro; ricordate qual è? Le graduatorie erano ancora divise e noi donne avevamo più possibilità di esser chiamate (incredibile, ma vero…) poiché solo a noi toccavano le supplenze sulle maternità. I miei studenti erano solo ragazze e sul certificato di servizio spiccava ancora la dicitura Supplenza ed. fisica femminile.

Nel mio primo Liceo Scientifico c’erano solo due sezioni, la A e la B. La Preside era una donna avanti con gli anni: tailleur severo, chignon grigio a banana, linguaggio forbito e d’altri tempi. Era poco interessata alla mia preoccupazione per una sistemazione logistica nel paesino in cui ero appena arrivata.

A Natale regalava il panettone a tutto il Collegio. Quando a metà anno scolastico si sposò con un suo collega, anche lui avanti con gli anni, il giorno seguente era ancora dietro la sua scrivania.

Non si concesse neanche la stravaganza del viaggio di nozze
Durante gli scrutini del primo trimestre quella donna tutta d’un pezzo e perfettina decise che la mia grafia era chiara e ordinata, così ebbi l’onore e l’onere di compilare a mano le pagelle degli studenti con un’elegante stilografica che mi venne prestata allo scopo.

Una baby-insegnante?

In seguito mi trovai in un ITC, sempre in Piemonte. Il Preside confondeva sempre il mio nome e mi chiamava Maria Di Nadia… Quando glielo facevo notare, ripeteva: “Ah già, professoressa Di Maria, Di Gesù…”. Un po’ distratto, mi tolse dieci anni dal certificato di servizio, quindi risultò che insegnavo già a 14 anni! Troppa grazia San…Salvatore!

Bandiera Rossi

Nello stesso anno, ancora nella stessa città, trovai nel Liceo Classico un Preside vistosamente di sinistra. A differenza della Preside tutta d’un pezzo e perfettina, lui si interessò al mio alloggio e mi sconsigliò il convitto delle suore (“… dovresti rientrare alle 8 di sera!”).

Al primo Collegio, quando era ancora concesso fumare, ebbi un mancamento per aver respirato le nubi tossiche nella sala riunioni. Il Preside, facendomi accomodare nel suo ufficio, mi domandò se fossi incinta e mi offrì una grappa per tirarmi su! Dietro la sua scrivania campeggiava una bandiera Rossi.

Presentat-arm!

Siamo giunti così alla successiva supplenza: “Dov’è finito il Preside?” “Non pervenuto!”. Però ci fece l’onore di apparire agli scrutini finali. In quell’occasione mi consigliò di rimandare a settembre in Educazione Fisica una studentessa poco partecipativa. Era la prima volta che mi capitava: “Agli ordini Generale La Marmora!”.

Çiuri, çiuri…

A fine anni ’80 ebbi la mia prima supplenza in Lombardia. Il Preside del Liceo Scientifico era un po’ razzista e non vedeva di buon occhio le mie origini siciliane. Alla mia rispettosissima richiesta di spostare uno scrutinio perché il primo scrutinio di quel giovedì sarebbe stato alle 9 di mattina e il successivo alle 17 del pomeriggio mi rispose: ”Fatti suoi signorina!”. In effetti erano fatti miei, ma non era proibito essere più educato!

Per arrivare a scuola facevo la pendolare da Milano, prendendo il treno tutte le mattine alle 6:00. Tuttavia, anche se un po’ maleducato, devo ringraziare quel Preside; infatti quel giorno, finita la riunione mattutina, presi il treno per Desenzano e passai la giornata a godermi il sole sul lago di Garda per poi rientrare a scuola e partecipare allo scrutinio successivo delle 17.  Non tutti i mali (o i Presidi…) vengono per nuocere

La congiura dei Pazzi

Nello stesso anno il Preside di un Istituto Magistrale dove completavo l’orario dichiarava a gran voce: “Il giorno libero non è un diritto! E’ un privilegio dato dal Preside, se lo ritiene opportuno!”. Ma qui siamo davvero Pazzi!

Il ghiacciaio del monte Bianco

Nell’anno successivo iniziai a insegnare in una scuola media nelle vicinanze di Milano. Il Preside era un omone alto e grosso che non fece un plissè quando la squadra di rugby della scuola passò alle fasi nazionali. Incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!

Come insegnante di sostegno seguivo Pietro, un ragazzino con la sindrome di Down. Lo aiutai a preparare una poesia che avrebbe recitato davanti a tutti durante il saggio di fine anno. Per lui era un obiettivo molto ambizioso e fu uno sforzo infinito, per me e per lui. Come era emozionato Pietro! Quando arrivò il suo momento il Preside sospese l’intervento perché si era fatto tardi e, secondo lui, il ragazzino avrebbe impiegato troppo tempo con la sua esposizione (come dicevamo? ah sì; incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!). Quando lo venne a sapere la faccia di Pietro divenne un cencio Bianco.

Addio occhi sorgenti…

A inizio anni ’90 vagavo ancora nell’hinterland milanese e mi trovai nella sezione staccata di un Liceo Scientifico. Niente Preside in loco, ma forse era un privilegio. Un giorno andai nella sede centrale dell’Istituto per parlare con il Preside.
Mi fece accomodare nel suo ufficio e, prima di degnarsi di alzare gli occhi dai documenti che era intento a leggere, mi lasciò circa dieci minuti impalata sull’attenti ad aspettare il sorgere dei suoi occhi. Non mi salutò nemmeno e non considerò la mia richiesta. Mi trattò con denti Aguzzi.

Ufo robot

Nelle scuole civiche di un corso serale trovai un Preside di tipo goliardico. Un giorno venne in palestra e, notato che io e la mia collega ci cambiavamo nello spogliatoio, ci chiese scherzando (mica tanto però…) se poteva partecipare alla nostra lezione e cambiarsi con noi…

Nello stesso anno, in un’altra scuola civica, il Preside giocava a Tetris con il computer del suo ufficio.

Sempre in ambito tecnologico, nel successivo ITIS la Preside mi convocò per chiedermi cos’era un robot giocattolo appena sequestrato a uno studente. Secondo lei, vista la mia giovane età, potevo essere ben informata sulle nuove tecnologie (o forse pensava che anch’io giocassi con i robot?).

Dispari opportunità

Primi anni ’90, sempre dalle parti di Milano. Il Preside non era un acuto osservatore e restò allibito quando a dicembre entrai in maternità. Non si era accorto che ormai ero al settimo mese… Pochi anni dopo il vice-Preside, saputo che quell’anno sarei andata in maternità, mi guardò infastidito e mormorò: ”Ancora???”. Così capii che le Pari Opportunità potevano andare a farsi… Benedictis.

Una vita graffiante

A fine anni ’90 finalmente feci il mio anno di prova in un Liceo Scientifico del bergamasco. La Preside portava capelli alla maschietta, tailleur rosa shocking, labbra rosso fuoco. Una vita dedicata alla scuola!

Un pomeriggio mi vide in corridoio con mia figlia di tre anni per mano e ci guardò con disprezzo. Il giorno seguente mi riprese facendomi notare che avrei dovuto essere più organizzata, visto che avevo scelto di avere sia una famiglia sia un lavoro.
Secondo lei dovevo avere delle priorità… Leggevo fra le righe che avrei dovuto prediligere la scuola. Che tipo! Graffiante come i Gatti.

Desperate Housewives

Arrivò il terzo millennio e finalmente ottenni il trasferimento provvisorio in un ITIS vicino a Milano. La Dirigente (ormai si chiamavano così i Presidi!) era una signora corpulenta e un po’ mascolina. Anche se brusca nei modi celava un animo gentile, un po’ da nonna. Rimasi in quell’Istituto per cinque anni, un ciclo completo del neoarrivato Liceo Scientifico Tecnologico.

In palestra avevo un collega misantropo che nulla voleva avere a che fare con le classi femminili. Chiamava le studentesse “casalinghe frustrate”; quasi quasi mi faceva rimpiangere i tempi delle vecchie graduatorie divise per genere!

Piccone e baffetto, DS perfetto!

La mia scuola successiva fu un Liceo Scientifico. Quando arrivai notai subito che il Preside che mi accolse era una persona elegante, sempre in giacca e cravatta.

Aveva un accento emiliano e due baffetti che lo facevano somigliare a D’Alema. Dietro le spalle nascondeva un piccone, ma non era Jack lo Squartatore! Chi lo avrebbe mai detto che di domenica si dilettava a scalare le montagne?

Baywatch

Quando lo scalatore gentile andò in pensione arrivò una nuova Dirigente, una donna che mise subito il veto agli studenti che volevano venire a scuola in bermuda: ”Niente gambe pelose in vista”. Non posso dire che fosse retrograda, visto che nei primi anni del ‘900 i pantaloni corti erano l’abbigliamento consigliato ai giovani ragazzi; doveva essere solo un suo gusto del tutto personale. Rimase in quella scuola soltanto due anni, poi scelse di essere avvicinata alla sua città di origine; Lazzarona!

Principessa Triste

Altro giro, altra corsa! Ci risiamo un’altra volta! Al Collegio docenti di settembre ecco che si presentò l’ennesimo Preside. Che burbero che appariva! Distaccato, meticoloso, cavilloso; restiamo tutti un po’ in soggezione.  Si capiva subito che era un tecnico e che odiava i ritardatari.

Ricordo che al mio primo scrutinio arrivai con cinque minuti di ritardo e lui mi fece una di quelle girate davanti all’intero Consiglio di Classe che me ne ricordo ancora oggi. Beh, non che io sia una serial-ritardataria, ma dopo quella figuraccia arrivai sempre con almeno 15 minuti di anticipo!

Era un periodo alquanto difficile della mia vita privata ed evidentemente, senza rendermene conto, spesso vagavo per i corridoi della scuola con in volto un’espressione non proprio felice. Un pomeriggio, al termine del mio servizio, incrociai il Preside nell’atrio. Mi fermò con fare gentile e delicato e mi disse: ”Buongiorno professoressa! Mi scusi, ma non vedo molto bene da lontano, però l’ho riconosciuta dal suo incedere da Principessa Triste…”. 

Quella frase mi scrollò di dosso la nebbia che mi avvolgeva; sorrisi e, ricambiando il saluto, proseguii verso l’uscita. Rimasi molto colpita dalla considerazione scaturita da una persona all’apparenza così distaccata che invece aveva colto il mio stato d’animo senza sapere nulla dei miei travagli personali.
Con una sola frase mi fece uscire dall’anonimato in cui mi sentivo rinchiusa. Fu così che la mia prima impressione si frantumò, lasciando il posto all’idea che dietro (ma neanche tanto…) si celava una persona sensibile e attenta, magari solo un po’ riservata ed estremamente educata.

Non ricordo se in quell’anno o nel successivo mi spinse a frequentare un corso di aggiornamento di inglese per poter insegnare in modalità CLIL. All’inizio accolsi l’invito poco convinta, ma poi ho rinnovato l’iscrizione per quattro anni consecutivi, arricchendo lo studio con l’esperienza in famiglia all’estero per tre estati consecutive.

Questo è stato per me quel raro caso di headmaster (dopo il corso di inglese ormai chiamo così i Presidi!) che se lo incontri per le scale la mattina prima di iniziare, ti fa cominciare bene la giornata.

E allora posso dirlo a voce alta: “Non tutti i Presidi vengono per nuocere!”

Reverie

di Mimosa Gialla

Note della redazione.
1) Dall’Enciclopedia Treccani: rêverie ‹revrì› s. f., fr. [der. di rêve «sogno»]. – Fantasticheria, come condizione di chi si abbandona al fantasticare e come opera che riflette questo stato: Alberto si era inabissato in una rcosì profonda da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico (Capuana). È usato in italiano soprattutto nel linguaggio della critica letteraria, artistica e musicale

2) Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Ricordo come in un sogno. Ero in quarta elementare, quindi era il 1965. La nuova insegnante era rimasta a casa per gravidanza e l’aveva sostituita una giovane donna dai capelli lunghi e rossi; credo che si chiamasse Ornella.

Era molto dolce e, per la mia prima comunione, mi aveva regalato un quadernetto dalla copertina bianca con un lucchetto. O forse no; forse vi aveva soltanto scritto una frase di buon auspicio. Ma questo non ha importanza.

Avrà avuto non più di 27 anni e portava con sé una ventata di rinnovamento, probabilmente dovuta alle più recenti idee della pedagogia di quegli anni. 

Ricordo che una mattina ci fece mettere i banchi a isole, a quattro a quattro. Piano piano tutto si trasformava: il modo di fare lezione dell’insegnante, il lavoro in classe, i compiti a casa. Non so dire se fosse già lavoro di gruppo ma la creatività, la libera espressione, era alla base di tutto.

Ricordo alcuni disegni personali: per la storia un castello costruito su della carta da pacchi, il disegno di San Francesco, di Carlo Magno. Per l’educazione artistica il laboratorio di marionette di carta pesta. Per le scienze coltivazione in classe di semi.

Non ricordo molto di più nello specifico se non che probabilmente nasceva la motivazione scolastica: un interesse, un’energia che si sprigionava dentro di me. Non avrei perso la lezione di scienze per niente al mondo… e una mattina ero particolarmente angosciata perché ero in ritardo! Ma, più in generale, non c’era una materia che non mi piacesse.

Una motivazione ad apprendere che non mi avrebbe più abbandonato.

Lei era dolce, non particolarmente ciarliera, sempre incoraggiante. Si andava verso il ’68 e probabilmente risentiva delle nuove idee di pedagogia libertaria di quei tempi.

Rimase solo per quell’anno. Purtroppo. Ma mi sono convinta che tutti, nella vita, dovrebbero avere almeno un’opportunità di questo genere.

Credo che questa esperienza maieutica, quella libertà creativa, quel rispetto, mi abbiano dato molta fiducia in me stessa e fatto nascere l’idea di fare l’insegnante, ambizione che non si poté realizzare perché i miei genitori mi indirizzarono verso altro. Ma più avanti, molto più in là nel tempo, di occuparmi di scuola in modo indiretto.

Maestro per caso

di Luciano Berti

Domenica 10 ottobre 1971 ero uscito con gli amici. Non ricordo il film, ricordo la sera al ristorante
La secchia rapita” dalle parti di viale Marche o giù di lì.

In qualche modo era un “all you can eat” antesignano.

Prima di cominciare, ti portavano arachidi. Non erano velocissimi; tu chiacchieravi e mangiavi arachidi.
Quando arrivavano le pietanze, non è che avessi ancora tanta fame. Il dopocena era da Giancarlo, casa di ringhiera in via Melzo, libera perché sua madre andava a ballare.

Brava donna e generosa, il sabato andava al supermercato (la prima Esselunga, quella in viale Regina Giovanna) e comprava per noi le tavolette di cioccolato svizzero (tre incelofanate) lo Strega originale e il Cynar, sottomarca contro il logorio della vita moderna.

Giusto così, non eravamo certamente logorati. Avevamo meno di vent’anni. 
Strega, Cynar e cioccolato, sopra le arachidi.

Che storia di scuola è?

Calma mo’ arriva la scuola.
Non fu una bella notte.
Non tra la via Emilia e il West, a meno di non chiamare via Emilia il letto e West il cesso.
La mattina non andai all’università.
Verso le 10 ero seduto nel West. Suonò il telefono.
Il telefono era a East.

Mi piacerebbe dire che corsi con tre balzi a rispondere, invece lo raggiunsi camminando veloce con passettini da gheisa. Le mie caviglie erano fasciate dai pantaloni.

“Lei è Luciano Berti?”
“Sì”
“Accetta una supplenza nella scuola di Piazza Gasparri? “
“Va bene, quando devo presentarmi?”
“Prima delle 12,30. Deve fare la attività parascolastiche, mensa e doposcuola, dalle 12,30 alle 16,30”

Mi vestii in fretta e furia (si fa per dire), presi la mia Prinz celeste ereditata da mio padre e mi avviai cantando “Imodium all the people…”

Visto che alla fine sono arrivato a scuola?

Straniero a chi?

di Marzia Dolci

Confesso che il primo giorno che portai a scuola mio figlio rimasi parecchio turbata.
Abito a sudovest di Milano e la scuola di quartiere è, per intenderci, la stessa che frequentarono mio padre e mia zia. Allora era chiamata “la scuola dei pugliesi”, per evidenti ragioni di migrazione dal sud Italia.

Un edificio possente con ampie scalinate di marmo e con un’estensione tale che non è difficile perdercisi dentro. Una scuola di frontiera, in un quartiere da sempre molto popolare, il Giambellino.

Certamente conoscevo la composizione etnica del posto dove vivo, che concentra un numero sempre crescente di abitanti dal Nordafrica, Egitto e Marocco, principalmente. Ma l’impatto di quel primo giorno fu grande: ricordo che io e mio figlio arrivammo con molto anticipo nel vialetto che costeggia la scuola, e avvicinandoci sentivamo un rumore crescente che molto somigliava a quello del mercato del giovedì, quello con la frutta e la verdura.

C’erano bambini ovunque, di tutte le taglie, passeggini piramidali che contenevano anche quattro marmocchi alla volta, perché proprio di fronte alle elementari c’è la scuola materna.

Milano. Quartiere Giambellino negli anni ’60

Mi sentivo circondata da persone diverse da me, donne principalmente, che erano per lo più velate e già si conoscevano fra loro, chiacchierando a gran voce senza curarsi dei bambini che spesso ruzzolavano a terra, piangendo disperati.

Mi aggiravo in quel mondo che non conoscevo, straniera nel mio quartiere, cercando volti conosciuti o similari al mio, salvo imbattermi in una ragazza bionda con una bimba dell’età del mio, e chiederle se anche per lei era il primo giorno.

“Noi suntem nou la școală”:

mi ha risposto in rumeno (“Siamo nuovi della scuola”).

Mio figlio per un anno ha avuto un solo compagno con famiglia italiana, e in prima classe i bambini che parlavano e capivano l’italiano erano dieci su 21. Confesso che pensai di cambiare scuola, più e più volte in quei primi giorni.

Ma, come spesso accade, il destino ci mette sulla strada persone giuste al momento giusto. Per una serie di coincidenze conobbi Sara, una giovane donna di origine egiziana nata e cresciuta a Milano, a Porta Genova.

Ricordo che una mattina ci trovammo in coda al Centro per l’impiego, e io mi lagnai con lei di non riuscire a trovare lavoro nonostante il diploma e tanta esperienza. Lei timidamente mi disse che aveva le stesse difficoltà, nonostante la Laurea e la conoscenza di cinque lingue. Chapeau.

Sara fu il mio ponte e la mia guida in quel lembo di città che sembra il Medio Oriente. Mi spiegò tantissimo sulla religione musulmana, sul corretto approccio alle mamme che vedevo davanti a scuola, tanto che io divenni Presidente del Comitato dei Genitori quello stesso ottobre, e la primavera successiva riuscimmo a farci sovvenzionare dal Municipio una serie di letture in doppia lingua, italiano e arabo, nella biblioteca scolastica.

Milano. La scuola del Giambellino

Fu un’emozione incredibile, finalmente quei bambini sentivano la lingua parlata a casa anche a scuola, e facevano a gara a spiegare cosa significasse questo o quello, e le differenze che c’erano tra il marocchino e l’egiziano. Mimavano, interpretavano e partecipavano, tra lo stupore degli insegnanti e dei bambini italiani, che hanno vissuto il tutto come una bizzarra kermesse teatrale.

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Questo è il sesto anno per me e i miei figli nella scuola del “quartiere dei fiori”. Abbiamo organizzato decine di feste e altrettante iniziative di conoscenza e scambi culturali, e piano piano le famiglie italiane stanno tornando a iscrivere qui i propri figli.

Dallo scorso settembre un’altra Sara, figlia di una maestra che ha insegnato da noi per quarant’anni, condivide con me le gioie e le difficoltà quotidiane di questo mondo unico, dove viene da chiedersi: “Straniero a chi?”

Il primo giorno di scuola

di Laura Crisafulli

Una delle fortune di essere insegnante è che ogni anno puoi rivivere il primo giorno di scuola!
In realtà ci sono due primi giorni di scuola: quello come docente solo con i colleghi e quello in cui entri in classe con gli alunni.

Lasciamo perdere tutto quello che c’è stato sempre “dietro” il mio primo giorno (attesa della nomina, posti disponibili, punteggi e precedenze, ricorsi, ecc.).

Fino all’anno scorso ogni primo giorno era una scoperta: dove si trova la scuola? Come si raggiunge? In quanto tempo? Superati i primi interrogativi entri e….ti senti persa! Tutti, più o meno, si conoscono, sono appena tornati dalle vacanze, si salutano, si baciano, si abbracciano e tu sei lì, con un sorriso di circostanza che non sai che fare, non sai neanche dov’è la “sala prof”!

Poi al collegio docenti ti guardi attorno, ascolti, cerchi di capire fin dall’inizio le dinamiche del gruppo (che più o meno sono sempre le stesse in ogni scuola, cambiano solo i protagonisti). Ti devi fare forza e coraggio, si ricomincia sempre da capo…


Lo stesso con gli studenti, non sai come sono, loro non sanno nulla di te, devi conoscerli e devi farti conoscere. Un avvicinamento lento, un adeguamento mirato e non sempre facile e spontaneo.

Quest’anno sono io a salutare, abbracciare e baciare ex colleghi dopo le vacanze. E’ una sensazione bellissima. Soprattutto per chi la prova per la prima volta. Sì perché oggi è, ancora una volta, un primo giorno di scuola! Sono felice, dopo tanti anni di attesa; non voglio perdermi neanche un istante e godermi fino in fondo questo momento prima di iniziare la frenesia del nuovo anno scolastico.

Mi guardo di nuovo intorno ed ecco che incontro qualche sguardo nuovo che vaga spaurito, gli rispondo con un sorriso, mi avvicino e gli propongo, dopo il collegio, un breve tour nella scuola, nei luoghi più importanti: sala prof, servizi e ovviamente bar e macchinette. Ora sono di casa.

Buon anno scolastico.
1 settembre 2016