Come i diamanti: insegnare è per sempre

di Claudia Pisati

Prima ancora di laurearmi in Lingue avevo iniziato a fare supplenze già durante il secondo anno di Università; oggi sembra strano, ma una volta era normale. Da quel giorno non ho mai più smesso di insegnare.

La mia prima esperienza in cattedra non fu proprio esaltante. Entrai in classe in una seconda media dopo l’intervallo; c’era un caos totale e non sapevo da dove cominciare. Provai a richiamare l’attenzione della classe ma senza risultato.

Ero quasi disperata! Presi un ragazzino che urlava più degli altri e gli chiesi di far tacere i suoi compagni. Lui salì in piedi sulla cattedra e urlò: “Ca**o, siete dei co****ni, non vedete che è entrata la Prof? Tacete e andate al posto”.

Ero presa dal panico! E adesso cosa faccio? Gli dico di non usare queste parole? Lo faccio scendere dalla cattedra? Mentre penso cosa fare vedo che i compagni lo ascoltano e si siedono. Era il mio battesimo del fuoco!

La supplentella

Finite le lezioni, stremata per la tensione, andai in sala insegnanti e salutai i colleghi presenti “Buongiorno”. “Ecco” esplode l’insegnante di Arte “arriva la supplentella e ci fa capire che siamo dei vecchietti noi!”. Mi scusai, riposi i libri e tornai a casa esausta. Ma io voglio veramente insegnare?!? All’Università nessuno ci insegna come o cosa si insegna, quindi tutti abbiamo solo replicato ciò che avevamo subito da studenti. Funzionava così…

Comunque ormai la strada era tracciata: pronti, si parte! Girai la provincia di Milano, Melzo-Monza-Pioltello-Milano. Scuole medie e scuole superiori. Cattedre di Inglese e di Francese! Al mattino nebbioni allucinanti (ma dov’è finita la sonnacchiosa scighéra di Milano?), mettevo l’autoradio sulla mitica 126 gialla che mi sarà rubata proprio fuori da scuola. Forse volevano rubare solo l’autoradio che valeva più della macchina!

I primi dubbi: ma perché vado avanti? Le prime risposte: perché mi piace da morire! E’ una sfida continua con me stessa e con la mia timidezza. Il rapporto con gli studenti è fantastico. Forse vedevano in me una quasi amica; avevamo solo sette/otto anni di differenza. E poi mi divertivo: leggevamo Ionesco in francese, recitandolo in classe! Quante risate!!!

Concorso, figlio, ruolo e cattedra…

Poi finalmente arrivò il concorso, mentre insegnavo Francese alle superiori. Seguirono mesi di panico per prepararmi. Chiedevo clemenza agli studenti perché non riuscivo a correggere le verifiche nei soliti tempi rapidi; loro erano sempre dalla mia parte e mi hanno aiutato.

Passato il concorso di Inglese alle medie con un buon punteggio, partorii il mio primo figlio e tornai a casa dalla clinica Mangiagalli. Nello stesso giorno ricevetti il telegramma della mia immissione in ruolo!

Destinazione: corso serale a Gorgonzola, una ventina di km fuori Milano! Per me era un posto ottimo; l’assenza per maternità mi permetteva di evitare i lunghi spostamenti.

Appena preso servizio, mi ricordarono di chiedere subito il riscatto della Laurea, perché così sarebbe stato calcolato sul primo stipendio (cinquecentomila lire; oggi non sono neanche più capace di scriverlo!). Fu un consiglio fantastico; li ringrazio ancora oggi!

La prima “vera” cattedra

A febbraio mi telefonarono per dirmi che in Provveditorato stavano facendo le nomine per il ruolo. Corsi in piazza Missori, dove una volta c’era il Provveditorato, con il figlio in braccio, sperando di captare un po’ di benevolenza! Come da mia richiesta (in effetti avevo presentato un modulo!) mi assegnarono d’ufficio la scuola media di Lacchiarella. “Davvero?!? Ma è sicura???

Non le va bene, professoressa?”

Va BENISSIMO! È a 8 minuti da casa mia! Evvvaiiii!!!!”

Andai a scuola il giorno seguente per presentarmi e vedere l’ambiente. Una meraviglia! Nove classi, un bel paese… ero proprio contenta! Il Preside mi presentò l’insegnante che dovevo sostituire (era una supplente), che mi terrorizzò con i racconti più beceri per dissuadermi dal prenderle il posto. Chiesi “Ma tu l’hai fatto il concorso?”. Mi rispose “Sì, ma non l’ho passato”. “E allora?!? Questa è la mia cattedra; a settembre io prenderò servizio qui”.

Inizierà così la mia lunga avventura a Lacchiarella; 22 anni perfetti! Beh, per essere sinceri all’inizio non furono proprio perfetti; il primo giorno tornai a casa in lacrime. Ero entrata in una prima. “Prof, posso usare la biro blu?” “Prof, vuole il quaderno a righe o a quadretti? Con i margini o senza?” Pensai che non ce l’avrei mai fatta! E invece iniziò così l’amore per questi scavezzacolli meravigliosi che ancora adesso mi chiamano Prof e mi presentano orgogliosi i loro figli.

Lo ammetto: torno spesso a Lacchiarella. Quando sono andata a fare la Preside a Corsico ho lasciato lì il mio cuore.

Preside? Ma siamo matti?

Francesco Cappelli.
Un grande insegnante. Un grande Preside.

La Preside? Ma cosa mi era venuto in mente? Tutta “colpa” di Francesco Cappelli, il più grande Preside che ho incontrato sulla mia strada. Prima Francesco era stato mio collega; insegnava Matematica e Scienze. Era una grande persona, sempre attento agli studenti e a noi colleghi. Poi lui è andato a fare il Preside incaricato altrove.
Quando è ritornato da noi era già di ruolo e mi ha convinta a tentare il concorso per Dirigenti.

Chi io? Ma no dai!”. Ma lui ci credeva e ha insistito, così ci ho provato.

Mi aspettavano le tappe del concorso: prove scritte a settembre 2005, orali a giugno 2006, anno di formazione nel 2006-2007 a Crescenzago (e chi se lo dimentica!). Il tutto, naturalmente, senza perdere una sola ora di lezione a scuola!

Nel luglio 2007, prima di partire per Oxford con alcuni studenti, andai all’Ufficio Scolastico Regionale per avere la nomina a Dirigente Scolastico: Istituto Comprensivo “Copernico” a Corsico! Bene, almeno c’è un maestro che conosco!

Altro giro, altra corsa!

Il primo rapporto con la nuova scuola non fu facile. A volte nelle scuole si formano paure di fronte a ogni cambiamento, ma ormai chi mi poteva fermare? Testa bassa e pedalare, così mi hanno insegnato! Nella vita non ti regala niente nessuno; ti devi conquistare tutto con la forza di volontà.

I.C. “Copernico” di Corsico MI

La scuola era un Istituto Comprensivo con tre scuole dell’infanzia, due primarie e una scuola secondaria! Un gioco da ragazzi! (beh, più o meno…). Via che si riparte! La segreteria inizialmente sembrava freddina. Dovevamo prenderci reciprocamente le misure, ma poi sarà un’intesa perfetta.

In una scuola dell’infanzia c’era una maestra che viene in vacanza nello stesso paese dove io vado da sempre e questo mi aiutò. Poi ci sono i docenti che vedono sempre lontano e capiscono che alla scuola ci tengo. I primi mesi furono faticosi, ma la passione ebbe il sopravvento sulla burocrazia. Avanti! Sostegno ai progetti in corso, nuove proposte, grande collaborazione con l’Amministrazione Comunale, soprattutto quando arrivò la Sindaca Maria Ferrucci, che era un’insegnante.

Nove anni indimenticabili

Passerò così nove anni intensi, ma pieni di gioia. Come potrò dimenticare gli occhi dei bambini quando vedevano scendere Babbo Natale dalle scale della scuola?!? Le loro domande, i loro sguardi bassi quando venivano ripresi, i loro sorrisi e i loro schiamazzi rendevano la scuola un ambiente meraviglioso! 

Furono nove anni intensi, purtroppo rovinati alla fine dalla lunga lotta per la mensa fra il Comune e le famiglie. Il Sindaco, che nel frattempo era cambiato, aveva deciso che i figli delle famiglie che non pagavano la retta non potevano mangiare in mensa. Iniziava così una battaglia, anche mediatica, con i giornalisti scatenati e i cittadini pure.

Io volevo tutelare i miei bambini. Ma secondo voi, potevo lasciare senza pranzo bambini dai 3 ai 10 anni che arrivavano a scuola alle 7.30 e magari restavano lì fino alle 17.00?

Le maestre si mobilitarono, dividevano il loro pranzo, ma il clima era infuocato e io cominciavo a non reggere il ritmo. E’ brutto dirlo, ma ero un po’ stufa!

Una nuova avventura

Fu così che chiesi il trasferimento. Volevo finire la mia carriera alle superiori, dove avevo cominciato. Mi assegnarono l’Istituto Severi Correnti a Milano, Istituto vicino alla casa dei miei genitori. Perfetto! Era, anzi è, un Istituto superiore con quattro indirizzi: Liceo scientifico e linguistico, Istituto professionale odontotecnico e meccanico. In totale mille studenti. Ma le cose semplici mai?!? Pronti via!

IIS Severi-Correnti

Arrivai in quella scuola dopo anni di reggenza e una fusione fra il Professionale e il Liceo mai digerita fino in fondo. Nell’aria respiravo un po’ di resistenza perché “la nuova Preside viene dalle medie!”.

Sentivo che mi mettevano alla prova fin dal primo collegio con l’appello nominale e capii subito che il clima era un po’ conflittuale. Pazienza: si parte!

La macchina del caffè

Da dove si comincia? Ovvio: dalla macchinetta del caffè in Presidenza! L’avevo già sperimentata in Copernico; crea un clima di accoglienza al quale non erano abituati. Solo in seguito scoprii che una famosa esperta di Organizzazione Aziendale aveva scritto un intero libro sul ruolo della macchina del caffè negli uffici…

I rapporti con la segreteria erano buoni, così come con la vicepresidenza. E gli studenti? La porta era sempre aperta per loro; partiti con calma, alla fine è nato un ottimo rapporto. Abbiamo collaborato per la cogestione, il clima era sereno.

Ho dovuto però insistere per una maggiore armonia tra il Professionale e il Liceo.

E i genitori? Forse è qui il punctum dolens. Tanti di loro erano molto collaborativi e attenti, ma troppi erano attenti solo al voto del proprio pargolo, più interessati ai diritti che ai doveri. Le mail continue, le velate minacce di ricorsi, l’attenzione alle inadempienze altrui e mai alle proprie. Si può fare meglio di così, per il bene dei propri figli.

A volte ritornano…

Un giorno tornai in Copernico per ritirare il mio fascicolo personale e i bambini mi corsero incontro urlando: “Sei tornata con noi!!! Evviva!” e giù lacrime! La spontaneità dei bambini è impagabile, irraggiungibile, commovente (a pensarci mi vengono ancora le lacrime agli occhi!).  Andai via singhiozzando, attraverso il magnifico parco Giorgella di Corsico pieno di fiori, e mi chiedevo perché me ne ero andata via.

In realtà lo sapevo: ero andata via perché non sono capace di stare ferma. Perché mi piacciono le sfide e questa sarà per me l’ultima sfida lavorativa.

Chiudere il sipario? No grazie!

Già, perché nel frattempo ero arrivata alla soglia della pensione! Evviva! Feci la mia pratica, tutto a posto. Aspettavo il grande momento ma… ecco che arriva il Covid-19! Si chiudono le scuole, inventiamo la DaD, inventiamo il tutto on line, tiriamo a campare in qualche modo. Una volta a settimana vado a scuola per bagnare le piante nel mio ufficio e per controllare che non ci siano problemi. La scuola vuota è tristissima! Regna il silenzio nel tempio del rumore, poi suona la campanella e tutto sembra normale!

E invece finirà tutto così, nel silenzio fino a giugno, quando iniziò la Maturità. Ma io ormai sono altrove. Non mi sembra di essere andata in pensione. Direi che mi sembra di essere scappata! Non ho potuto salutare nessuno; nessuna festa!  E’ giusto così, ci sarà forse tempo per recuperare, ma l’amaro in bocca resta.

Adesso faccio lezione online per l’Università della Terza Età; oh, quanto mi diverto!

Perché, nel bene e nel male, sono sempre una professoressa.
Perché la scuola e l’insegnamento sono come i diamanti: quando sono un regalo è per sempre

Un bambino degli anni ‘50

di Giacinto Aversa

In un uggioso ottobre 1960, dopo un viaggio in treno di quattordici ore, un bambino nato nel 1950 finalmente arrivò di mattina alla grande città conosciuta solo nei suoi sogni: Milano, la grande capitale dell’industria italiana.
Quel bambino ero io. Venivo da Torre del Greco, vicino a Napoli, con la mia famiglia di emigranti.

Milano anni ’60. Immigrati alla Stazione Centrale

Come gli attuali migranti che arrivano da ogni angolo del pianeta, i miei genitori lasciavano un passato di miseria in cerca di un futuro migliore.
Avevano tre figli; oltre a me dovevano dare da mangiare anche a due sorelle minori.



Il mio futuro immediato era già scritto: dovevo assolvere in fretta l’obbligo scolastico, che a quel tempo era costituito da otto anni di studio, per poi cercare un lavoro che mi permettesse di aiutare la famiglia. Ero fresco di licenza di scuola elementare, quindi mi mancavano ancora tre anni di studio.

Torre del Greco 1955. L’asilo infantile

Non c’era ancora la Scuola Media Unica.
Dopo le Elementari bisognava “scegliere”: chi era destinato a frequentare le Superiori si iscriveva alla Scuola Media, chi invece “sceglieva” di andare a lavorare a 14 anni si iscriveva all’Avviamento Professionale.

1962. Nasce la Scuola Media Unica

Dopo i primi giorni di spaesamento i miei genitori “scelsero” di iscrivermi all’Avviamento Professionale all’Istituto Industriale Statale “Settembrini”, nel quartiere milanese di Greco.
La scuola si trovava a circa un chilometro dal nostro alloggio di fortuna, la nuova casa (provvisoria) presso un’amica di mia madre.

Avviamento “Settembrini”; laboratorio di Aggiustaggio meccanico

L’Avviamento aveva in gran parte le stesse materie di studio della Media, tranne il Latino.
Poiché lo scopo del percorso di istruzione era preparare bravi operai o artigiani, erano previste moltissime ore di laboratorio.
Questo comportava otto ore di frequenza giornaliera e quattro ore al sabato mattina. Erano previsti corsi di Falegnameria, di Aggiustaggio meccanico (usare la lima), Torneria e macchine utensili, Chimica e tecnologie. Era prevista anche un’ora settimanale di canto corale, una di lingua straniera (che per me fu il francese) e un’ora di religione cattolica.

Credo che l’Avviamento sia stata un’ottima scuola per me, il giusto equilibrio fra pratica e cultura di base. Conclusi il percorso scolastico con un buon vuoto quindi decisi, in accordo con i miei genitori, di non interrompere gli studi e mi iscrissi a un Istituto Tecnico Industriale.
La mia prima scelta fu per un indirizzo diverso da quello che poi mi vide diplomato; frequentai il primo biennio presso l’ITIS Molinari di Città Studi.

ITIS Molinari. Anno scolastico 1965/66

Era una scuola dalla reputazione molto severa in cui era privilegiato lo studio della Chimica con i relativi laboratori. Tuttavia mi accorsi presto che la chimica non era la mia vera aspirazione e che non faceva per me!



Ritornai quindi ai miei interessi iniziali: l’Elettrotecnica e le sue applicazioni.
La materia mi piaceva fin da ragazzino, quando sapevo realizzare circuiti per accendere e spegnere le lampadine o far marciare il trenino elettrico.
Decisi pertanto di iscrivermi al terzo anno di Elettrotecnica presso l’ITIS Feltrinelli in piazza Tito Lucrezio Caro.

1967: la Prof.ssa Crespi interroga Giacinto in Italiano,
ma chi sarà quel compagno visto di schiena?

Questa fu l’esperienza più formativa della mia vita, sia per le discipline, sia per le alte qualità professionali degli insegnanti. Presso quella scuola ho ricevuto una preparazione culturale e umana, oltre che tecnica, veramente superlativa.

Non dimenticherò mai gli insegnanti che mi hanno donato un patrimonio di conoscenza; a loro sono ancora grato. La professoressa di Italiano e storia, Giuseppina Crespi, il professore di Elettrotecnica e misure elettriche, Ing. Antonio Pacinotti, erano sicuramente tra i migliori.

Mi diplomai come Perito Industriale Capotecnico specializzato in elettrotecnica nel fatidico anno scolastico 1968/69, agli albori della stagione del Sessantotto.

Milano ITIS Feltrinelli.
Il leggendario professor Pacinotti in gita scolastica

Avevo urgenza di trovare un lavoro per dare sollievo economico alla mia famiglia. Non fu difficile; erano altri tempi! Nel volgere di un paio di mesi ebbi da vagliare ben cinque proposte di lavoro e scelsi quella che mi parve più interessante.


Al tempo stesso decisi di iscrivermi, con altri amici e compagni di classe, alla Facoltà di Fisica dell’Università Statale di Milano. Eravamo tutti stimolati dalle lezioni affascinanti del Prof. Pacinotti, che era stato capace di suscitare in noi la curiosità e l’interesse per la Fisica.
Oltretutto, con il mio sia pur modesto 43/sessantesimi ottenuto alla Maturità, avrei evitato di pagare interamente le tasse universitarie.

Iniziai a lavorare presso un’azienda costruttrice di apparecchiature pneumatiche per l’automazione industriale. L’azienda mi offriva, previo l’affiancamento con un ingegnere tecnico esperto, un lavoro di progettazione e sviluppo di sistemi di processo e macchine di varia natura. Lavoravo sulla progettazione di nuovi impianti e sulla manutenzione di quelli esistenti presso la clientela, soprattutto italiana ma anche internazionale.

Automazione industriale

Ovviamente mi era impossibile la frequenza alle lezioni universitarie diurne, quindi dovevo adattarmi ai corsi serali tenuti dagli assistenti universitari. Mi era d’aiuto anche mantenere un utile contatto con gli altri compagni di corso.

Quale migliore occasione per la mia maturazione professionale!
La concomitanza dello studio dell’algebra booleana all’Università e la necessità di metterla in pratica sul lavoro erano per me una cosa entusiasmante.

Nel frattempo avevo già da tempo stretto un rapporto più che amichevole con la donna che diventerà la mia futura moglie. Con un impegno davvero notevole, dopo oltre un anno di lavoro riuscii a dare solo due esami: Analisi matematica-1 (24) e Fisica-1 (26).

Purtroppo però il lavoro mi impegnava tantissimo. Dovetti trasferirmi per due mesi a Torino, tornando a casa solo nel fine settimana. Lo studio assorbiva tutto il mio tempo libero e a un certo punto non riuscivo più a reggere il ritmo.

Dopo due anni di rinvio del servizio militare decisi di interrompere gli studi per partire soldato. Mi spiacque molto, ma a quel punto le alternative erano poche. Con molta sofferenza si concludeva così la mia esperienza scolastica.

Nel 1981, in seguito allo stato di crisi dell’azienda dove lavoravo, e forte della vasta esperienza maturata, iniziai un’attività economica in proprio.

Questa attività è ancora in essere e attualmente è diretta da mio figlio, ingegnere informatico.
Quel bambino degli anni ’50 adesso passa il testimone a un’altra generazione.
La scuola è stata la protagonista silenziosa della crescita di almeno tre generazioni.
In qualche modo ancora oggi la storia continua…

Il Maietr

di Luciano Berti

11 ottobre 1971: incarico annuale come Insegnante di attività parascolastiche. Refezione e giochi dalle 12,40 alle 14,40 alla scuola Elementare “Sorelle Agazzi” di P.zza Gasparri, quartiere Comasina nella periferia milanese.

Milano anni ‘70. Piazza Gasparri, quartiere Comasina

Ai confini del quartiere c’era un nucleo di fatiscenti case minime(*), che il Comune di Milano doveva abbattere. Erano case occupate da famiglie di sfrattati, sfruttati e sfruttatori con tanti figli. In attesa di sviluppi, il Comune tollerava questa situazione a patto che i bambini frequentassero la scuola.

Milano – Case minime sopravvissute fino a oggi

I bambini furono iscritti alla scuola elementare di P.zza Gasparri, dove si creò una nuova classe prima. Per formare una nuova classe non c’erano ancora gli Organi Collegiali, criteri, precedenze, equieterogeneità, semestre di nascita… Decidevano gli insegnanti.
I colleghi decisero all’unanimità di mantenere i legami sociali e di sangue che univano quel gruppo di ragazzi, così mi ritrovai con una “bella classetta” di 25 bambini dai 6 ai 9 anni, mai scolarizzati precedentemente.

Giovane e ingenuo, nel mio bagaglio pedagogico c’erano lezioni di pedagogia della “Cattolica”, il personalismo cristiano di Maratain, l’attivismo di Dewey, le visite alla “Rinnovata Pizzigoni” e alla “Pestalozzi” di Milano.
Si trattava “solo” di tradurle in azioni: pensiero e azione.

L’intervento didattico

Il mio intervento educativo si sostanziava in tre momenti:

  1. accoglienza: mettiamoli in fila e portiamoli in mensa
  2. refezione: si mangia
  3. intervallo: si gioca

Il punto 1 era il più duro: c’era chi urlava, chi si menava, chi si appiccicava al compagno davanti e si dimenava, chi scappava…

Poi, al punto 2 in mensa, calava il silenzio: tutti mangiavano. Gli “inappetenti” mangiavano due piatti di pasta al sugo. Io vigilavo e chiedevo alle cuoche il bis per tutti.

Quando chiedevo il ter mi guardavano male: “Il ter? E che è? Ah, il tris, eccerto…”.

Volendo usare i livelli della nuova valutazione della scuola primaria, possiamo dire che l’uso della forchetta era “in via di prima acquisizione”, il numero di piatti di pasta invece era in via di prima, seconda, terza e a volte quarta acquisizione. Il livello “avanzato” non era previsto.
Mangiavano tutto. Non avanzava mai nulla.

Mi volevano bene questi bambini. Mi chiamavano “Maietr”.

Il cappotto

Con il primo stipendio mi comprai un cappotto nuovo, un maxicappotto marrone, in via San Gregorio dove i grossisti al sabato vendevano al pubblico: 39mila lire. Non slanciava la mia figura, ma era alla moda.
Il lunedì successivo il “Maietr” era elegantissimo.

Tra gli alunni ce n’era uno raffreddato dal primo giorno. Aveva una “candela perenne”, ma era abilissimo nel trattenerla; mai rientrava, mai cadeva. Era sempre lì, come un carico pendente, nonostante gli inviti di tutti a soffiarsi il naso.

Quel lunedì mattina finalmente decise di pulirsi il naso! Dove? Sulla manica del mio cappotto nuovo! Quell’evento segnò la mia conversione pedagogica: dal “Credo pedagogico” di Dewey, al “Poema pedagogico” di Makarenko(**).

Traduzione per i non esperti di pedagogia: gli assestai un calcio nel culo che lo fece sobbalzare di circa un metro. Così “percosso (lui) e attonita (la classe)”, al calcio sta.

Io non mi sentii in colpa, il mio intervento aveva una legittimazione pedagogica: Makarenko, educatore sovietico (anche lui vittima di un cappotto nuovo maltrattato?).

Il gioco

Dopo la refezione, si andava in giardino a giocare. Organizzavo la partita di pallone: la mia classe (con il Maietr “fuori quota”) contro le quinte.
I ragazzi di quinta facevano i “fighetti e i veneziani”.

Il nostro schema di gioco era semplice: “densità” tutti intorno al pallone (Sacchi lo brevetterà 20 anni dopo). Io in difesa, libero: Nero Rocco, Blason e Anquilletti i miei modelli; spazzare sempre, tutto, o la palla o la gamba. Lo Zero a Zero era il nostro obiettivo.

Le due colleghe di quinta, Ginetta e Wilma, curavano le ragazze. Si sedevano in due sgabelli ai bordi del campo. Wilma era decisamente carina, capelli rossi, occhi chiari, maglione a collo altro, minigonna scozzese, ampia con un fermaglio, calze nere, velate (le scarpe non me le ricordo).
Talvolta capitava che prendessimo un goal per qualche svista o liscio del “libero”, soprattutto quando Wilma si arrabbiava con le bambine e si agitava sullo sgabello.

Il mio momento di gloria

In una delle ultime partite, un evento fortuito determinò un calcio d’angolo a nostro favore.

Abbandonai il mio presidio in difesa e andai a saltare nel cuore della difesa avversaria. La palla, per strane deviazioni, arrivò giusta. Io svettai dall’alto dei miei 164 cm e insaccai: Uno a Zero per noi.


Clamoroso al Cibali!”(***)


Fui sommerso dagli abbracci. Quando riemersi la mia T-shirt bianca aveva tutti i colori dei miei alunni: giallonaso, rossosugo, neromani, marronenonèdatosapere.

Anche Wilma esultò e mi sorrise.
Io le sorrisi.
La guardai.
Negli occhi.
Aveva i pantaloni

(*) Case minime, case costruite in epoca fascista per far fronte all’emergenza abitativa. Erano alloggi piccolissimi e privi di qualunque elemento decorativo, destinati provvisoriamente ai senzatetto, agli immigrati e agli sfrattati

(**) Anton Semenovič Makarenko, pedagogista e educatore sovietico. “Non lo sapevo ancora, ma avevo un lontano presentimento, che né la disciplina del singolo né la completa libertà del singolo fossero la nostra musica”.

(***) Clamoroso al Cibali! è una celebre locuzione coniata domenica 4 giugno 1961 durante la partita Catania-Inter giocata allo stadio Cibali. Contrariamente ai pronostici, la squadra siciliana vinse 2-0 contro i nerazzurri milanesi.

Non tutti i Presidi vengono per nuocere!

di Nadia Di Maria

Non so quanti Presidi e vice-Presidi ho conosciuto fin dalla metà degli anni ’80.

Erano anni di precariato, anni in cui sei come una foglia trasportata dal vento e pressoché trasparente. Anni in cui la freschezza dell’età ti fa divertire a cogliere l’assonanza tra alcuni nomi o cognomi e il modo di essere del loro proprietario.
Poi la carriera continua ma a volte il gioco rimane…

La città dell’oro

Ho iniziato a insegnare Educazione Fisica sulle rive del Po, nella città dell’oro; ricordate qual è? Le graduatorie erano ancora divise e noi donne avevamo più possibilità di esser chiamate (incredibile, ma vero…) poiché solo a noi toccavano le supplenze sulle maternità. I miei studenti erano solo ragazze e sul certificato di servizio spiccava ancora la dicitura Supplenza ed. fisica femminile.

Nel mio primo Liceo Scientifico c’erano solo due sezioni, la A e la B. La Preside era una donna avanti con gli anni: tailleur severo, chignon grigio a banana, linguaggio forbito e d’altri tempi. Era poco interessata alla mia preoccupazione per una sistemazione logistica nel paesino in cui ero appena arrivata.

A Natale regalava il panettone a tutto il Collegio. Quando a metà anno scolastico si sposò con un suo collega, anche lui avanti con gli anni, il giorno seguente era ancora dietro la sua scrivania.

Non si concesse neanche la stravaganza del viaggio di nozze
Durante gli scrutini del primo trimestre quella donna tutta d’un pezzo e perfettina decise che la mia grafia era chiara e ordinata, così ebbi l’onore e l’onere di compilare a mano le pagelle degli studenti con un’elegante stilografica che mi venne prestata allo scopo.

Una baby-insegnante?

In seguito mi trovai in un ITC, sempre in Piemonte. Il Preside confondeva sempre il mio nome e mi chiamava Maria Di Nadia… Quando glielo facevo notare, ripeteva: “Ah già, professoressa Di Maria, Di Gesù…”. Un po’ distratto, mi tolse dieci anni dal certificato di servizio, quindi risultò che insegnavo già a 14 anni! Troppa grazia San…Salvatore!

Bandiera Rossi

Nello stesso anno, ancora nella stessa città, trovai nel Liceo Classico un Preside vistosamente di sinistra. A differenza della Preside tutta d’un pezzo e perfettina, lui si interessò al mio alloggio e mi sconsigliò il convitto delle suore (“… dovresti rientrare alle 8 di sera!”).

Al primo Collegio, quando era ancora concesso fumare, ebbi un mancamento per aver respirato le nubi tossiche nella sala riunioni. Il Preside, facendomi accomodare nel suo ufficio, mi domandò se fossi incinta e mi offrì una grappa per tirarmi su! Dietro la sua scrivania campeggiava una bandiera Rossi.

Presentat-arm!

Siamo giunti così alla successiva supplenza: “Dov’è finito il Preside?” “Non pervenuto!”. Però ci fece l’onore di apparire agli scrutini finali. In quell’occasione mi consigliò di rimandare a settembre in Educazione Fisica una studentessa poco partecipativa. Era la prima volta che mi capitava: “Agli ordini Generale La Marmora!”.

Çiuri, çiuri…

A fine anni ’80 ebbi la mia prima supplenza in Lombardia. Il Preside del Liceo Scientifico era un po’ razzista e non vedeva di buon occhio le mie origini siciliane. Alla mia rispettosissima richiesta di spostare uno scrutinio perché il primo scrutinio di quel giovedì sarebbe stato alle 9 di mattina e il successivo alle 17 del pomeriggio mi rispose: ”Fatti suoi signorina!”. In effetti erano fatti miei, ma non era proibito essere più educato!

Per arrivare a scuola facevo la pendolare da Milano, prendendo il treno tutte le mattine alle 6:00. Tuttavia, anche se un po’ maleducato, devo ringraziare quel Preside; infatti quel giorno, finita la riunione mattutina, presi il treno per Desenzano e passai la giornata a godermi il sole sul lago di Garda per poi rientrare a scuola e partecipare allo scrutinio successivo delle 17.  Non tutti i mali (o i Presidi…) vengono per nuocere

La congiura dei Pazzi

Nello stesso anno il Preside di un Istituto Magistrale dove completavo l’orario dichiarava a gran voce: “Il giorno libero non è un diritto! E’ un privilegio dato dal Preside, se lo ritiene opportuno!”. Ma qui siamo davvero Pazzi!

Il ghiacciaio del monte Bianco

Nell’anno successivo iniziai a insegnare in una scuola media nelle vicinanze di Milano. Il Preside era un omone alto e grosso che non fece un plissè quando la squadra di rugby della scuola passò alle fasi nazionali. Incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!

Come insegnante di sostegno seguivo Pietro, un ragazzino con la sindrome di Down. Lo aiutai a preparare una poesia che avrebbe recitato davanti a tutti durante il saggio di fine anno. Per lui era un obiettivo molto ambizioso e fu uno sforzo infinito, per me e per lui. Come era emozionato Pietro! Quando arrivò il suo momento il Preside sospese l’intervento perché si era fatto tardi e, secondo lui, il ragazzino avrebbe impiegato troppo tempo con la sua esposizione (come dicevamo? ah sì; incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!). Quando lo venne a sapere la faccia di Pietro divenne un cencio Bianco.

Addio occhi sorgenti…

A inizio anni ’90 vagavo ancora nell’hinterland milanese e mi trovai nella sezione staccata di un Liceo Scientifico. Niente Preside in loco, ma forse era un privilegio. Un giorno andai nella sede centrale dell’Istituto per parlare con il Preside.
Mi fece accomodare nel suo ufficio e, prima di degnarsi di alzare gli occhi dai documenti che era intento a leggere, mi lasciò circa dieci minuti impalata sull’attenti ad aspettare il sorgere dei suoi occhi. Non mi salutò nemmeno e non considerò la mia richiesta. Mi trattò con denti Aguzzi.

Ufo robot

Nelle scuole civiche di un corso serale trovai un Preside di tipo goliardico. Un giorno venne in palestra e, notato che io e la mia collega ci cambiavamo nello spogliatoio, ci chiese scherzando (mica tanto però…) se poteva partecipare alla nostra lezione e cambiarsi con noi…

Nello stesso anno, in un’altra scuola civica, il Preside giocava a Tetris con il computer del suo ufficio.

Sempre in ambito tecnologico, nel successivo ITIS la Preside mi convocò per chiedermi cos’era un robot giocattolo appena sequestrato a uno studente. Secondo lei, vista la mia giovane età, potevo essere ben informata sulle nuove tecnologie (o forse pensava che anch’io giocassi con i robot?).

Dispari opportunità

Primi anni ’90, sempre dalle parti di Milano. Il Preside non era un acuto osservatore e restò allibito quando a dicembre entrai in maternità. Non si era accorto che ormai ero al settimo mese… Pochi anni dopo il vice-Preside, saputo che quell’anno sarei andata in maternità, mi guardò infastidito e mormorò: ”Ancora???”. Così capii che le Pari Opportunità potevano andare a farsi… Benedictis.

Una vita graffiante

A fine anni ’90 finalmente feci il mio anno di prova in un Liceo Scientifico del bergamasco. La Preside portava capelli alla maschietta, tailleur rosa shocking, labbra rosso fuoco. Una vita dedicata alla scuola!

Un pomeriggio mi vide in corridoio con mia figlia di tre anni per mano e ci guardò con disprezzo. Il giorno seguente mi riprese facendomi notare che avrei dovuto essere più organizzata, visto che avevo scelto di avere sia una famiglia sia un lavoro.
Secondo lei dovevo avere delle priorità… Leggevo fra le righe che avrei dovuto prediligere la scuola. Che tipo! Graffiante come i Gatti.

Desperate Housewives

Arrivò il terzo millennio e finalmente ottenni il trasferimento provvisorio in un ITIS vicino a Milano. La Dirigente (ormai si chiamavano così i Presidi!) era una signora corpulenta e un po’ mascolina. Anche se brusca nei modi celava un animo gentile, un po’ da nonna. Rimasi in quell’Istituto per cinque anni, un ciclo completo del neoarrivato Liceo Scientifico Tecnologico.

In palestra avevo un collega misantropo che nulla voleva avere a che fare con le classi femminili. Chiamava le studentesse “casalinghe frustrate”; quasi quasi mi faceva rimpiangere i tempi delle vecchie graduatorie divise per genere!

Piccone e baffetto, DS perfetto!

La mia scuola successiva fu un Liceo Scientifico. Quando arrivai notai subito che il Preside che mi accolse era una persona elegante, sempre in giacca e cravatta.

Aveva un accento emiliano e due baffetti che lo facevano somigliare a D’Alema. Dietro le spalle nascondeva un piccone, ma non era Jack lo Squartatore! Chi lo avrebbe mai detto che di domenica si dilettava a scalare le montagne?

Baywatch

Quando lo scalatore gentile andò in pensione arrivò una nuova Dirigente, una donna che mise subito il veto agli studenti che volevano venire a scuola in bermuda: ”Niente gambe pelose in vista”. Non posso dire che fosse retrograda, visto che nei primi anni del ‘900 i pantaloni corti erano l’abbigliamento consigliato ai giovani ragazzi; doveva essere solo un suo gusto del tutto personale. Rimase in quella scuola soltanto due anni, poi scelse di essere avvicinata alla sua città di origine; Lazzarona!

Principessa Triste

Altro giro, altra corsa! Ci risiamo un’altra volta! Al Collegio docenti di settembre ecco che si presentò l’ennesimo Preside. Che burbero che appariva! Distaccato, meticoloso, cavilloso; restiamo tutti un po’ in soggezione.  Si capiva subito che era un tecnico e che odiava i ritardatari.

Ricordo che al mio primo scrutinio arrivai con cinque minuti di ritardo e lui mi fece una di quelle girate davanti all’intero Consiglio di Classe che me ne ricordo ancora oggi. Beh, non che io sia una serial-ritardataria, ma dopo quella figuraccia arrivai sempre con almeno 15 minuti di anticipo!

Era un periodo alquanto difficile della mia vita privata ed evidentemente, senza rendermene conto, spesso vagavo per i corridoi della scuola con in volto un’espressione non proprio felice. Un pomeriggio, al termine del mio servizio, incrociai il Preside nell’atrio. Mi fermò con fare gentile e delicato e mi disse: ”Buongiorno professoressa! Mi scusi, ma non vedo molto bene da lontano, però l’ho riconosciuta dal suo incedere da Principessa Triste…”. 

Quella frase mi scrollò di dosso la nebbia che mi avvolgeva; sorrisi e, ricambiando il saluto, proseguii verso l’uscita. Rimasi molto colpita dalla considerazione scaturita da una persona all’apparenza così distaccata che invece aveva colto il mio stato d’animo senza sapere nulla dei miei travagli personali.
Con una sola frase mi fece uscire dall’anonimato in cui mi sentivo rinchiusa. Fu così che la mia prima impressione si frantumò, lasciando il posto all’idea che dietro (ma neanche tanto…) si celava una persona sensibile e attenta, magari solo un po’ riservata ed estremamente educata.

Non ricordo se in quell’anno o nel successivo mi spinse a frequentare un corso di aggiornamento di inglese per poter insegnare in modalità CLIL. All’inizio accolsi l’invito poco convinta, ma poi ho rinnovato l’iscrizione per quattro anni consecutivi, arricchendo lo studio con l’esperienza in famiglia all’estero per tre estati consecutive.

Questo è stato per me quel raro caso di headmaster (dopo il corso di inglese ormai chiamo così i Presidi!) che se lo incontri per le scale la mattina prima di iniziare, ti fa cominciare bene la giornata.

E allora posso dirlo a voce alta: “Non tutti i Presidi vengono per nuocere!”

Ti mando dal Preside

di Aldo Tropea

Questa è una storia vera, che brevemente riassumo cambiando solo il nome della protagonista.

Preside, scusi, c’è una ragazza che è stata inviata da lei dalla professoressa X. Può entrare?” Così una mattina il bidello incaricato di sovraintendere l’atrio antistante il mio ufficio introdusse l’arrivo di una ragazza mentre io stavo lavorando alla formulazione di una circolare sui criteri per la misurazione delle prove e sui rapporti con la valutazione deliberati dal Collegio Docenti.

Si certo. Un attimo”. La ragazza entrò e timidamente restò in piedi di fronte alla scrivania, aspettando che finissi il mio lavoro al computer.

Siediti pure. Come ti chiami?”
Martina B.”

Allora, cosa è successo?”

Niente, Preside. Solo sono stata rimproverata dalla professoressa perché non stavo attenta e quando ho chiesto a voce un po’ alta una cosa alla mia compagna di banco mi ha detto che siccome spesso non capivo i suoi inviti, era meglio che mi facessi spiegare dal Preside il senso della disciplina a scuola
Ah, ma allora non era la prima volta che succedeva!”

Rossa in volto, dopo qualche esitazione la ragazza balbettò: “No, in effetti è capitato qualche altra volta.”
Ti rendi conto di avere sbagliato? Non solo non seguivi la lezione, ma hai disturbato anche la tua compagna! E perché non eri attenta?”
Perché la lezione era molto noiosa e avevo voglia di pensare ad altro chiacchierando un po’ con le mie amiche.”
Guarda, capita di distrarsi perché una lezione non è particolarmente interessante, ma potevi anche sopportarlo ed evitare di disturbare i compagni di classe, soprattutto se eri già stata richiamata per questo… Piuttosto dimmi: al di là delle lezioni a volte noiose, c’è qualche altra cosa che non ti piace in questa scuola?”

Visibilmente imbarazzata, Martina trovò qualche parola di scuse e mormorò che quanto alla mia domanda doveva pensarci. Allora io feci il mio dovere, ricordandole che lo studio può anche essere faticoso a volte ma è sempre necessario e alla lunga soddisfacente come tante altre cose nella vita. Poi le proposi un patto.

Ascoltami, Martina. Tu oggi sei venuta qui perché hai fatto un errore e io ti ho rimproverato per questo. Vorrei però che tu mi facessi una cortesia. Torna qui da me quando vuoi per dirmi liberamente cosa c’è in questa scuola che ti disturba, a cominciare dai miei modi di fare il Preside per poi toccare tutti gli argomenti che vuoi. Sicuramente ci sono molte cose da correggere e se qualcuno me lo fa presente e mi offre dei suggerimenti mi aiuterebbe molto. D’accordo?”

Stupita, Martina mi guardò come se stesse elaborando dentro di sé una lunga serie di domande sullo strano andamento del colloquio e rispose con un sorriso perplesso.
Sì preside, d’accordo. Lo farò.”

Ci rivedemmo da allora qualche altra volta, ma non spessissimo. Mai più per rimproverarla.

Ricordo questo episodio perché, in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione della scuola che ho diretto fino al 2000, il docente incaricato della pubblicazione di un libro per la ricorrenza chiese una serie di testimonianze, tra cui – lo scoprii leggendola – quella di Martina. Non viveva più in Italia e raccontava di quell’incontro in presidenza come di un episodio che aveva completamente cambiato il suo modo di vivere la scuola e il rapporto con gli adulti, facendola profondamente maturare verso la logica della responsabilità.

Io invece me ne ero completamente dimenticato e quella testimonianza diventò per me la cosa più preziosa di un libro che di cose belle ne diceva parecchie.

Così, poiché questo è un sito di “storie di scuola”, ho pensato di raccontarla.

Lavorare come psicologa nelle scuole

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Nelle tre storie precedenti (Reverie, La strana maestra, Vita dura), corrispondenti alle tre fasi della mia vita scolastica, ho indirettamente parlato di come possa avvenire la nascita della motivazione all’apprendimento, dell’importanza del suo consolidamento e di come il successo scolastico conseguente contribuisca all’acquisizione di un buon livello di autostima nell’area scolastica, che in genere rappresenta uno degli elementi costitutivi dell’autostima globale e quindi della fiducia in sé.

In altri termini, si tratta dell’importanza nel corso dello sviluppo psicologico individuale, dell’integrazione del Sé scolastico, ossia del passaggio da una concezione dello studio come obbligo esterno a una motivazione personale e, di conseguenza, all’assunzione di una responsabilità in merito. In genere questo passaggio avviene alle Medie ma può arrivare anche successivamente e a volte mai.

In base alla mia esperienza, un atteggiamento attivo dell’insegnante sia nei termini di stimolo a un apprendimento creativo e non passivo e sia di gratificazione degli aspetti di funzionamento, assieme ad altri fattori esterni (per esempio la famiglia o come è strutturato psicologicamente lo studente) possono dare un notevole contributo.

Anche la gratificazione da parte dell’insegnante, assunto come figura adulta significativa che a volta affianca in modo complementare e altre volte si pone come alternativa ai genitori, funziona da rinforzo positivo nei confronti dell’apprendimento stesso. Si tratta di insegnante attenta/o al clima emotivo che si crea in classe, come fattore che è stato dimostrato essere fondamentale per l’apprendimento. 

Nel mio racconto ho indirettamente parlato anche dell’influenza dei fattori ambientali come elementi che possono disturbare, essere fonte di trauma, crisi e depressione e influenzare negativamente il successo scolastico.

Anche in questi casi si evidenzia la necessità, soprattutto nella scuola Primaria e Secondaria di primo grado ma, perché no, anche in quella di Secondo Grado, di un/a insegnante attento/a e attivo/a nel cogliere quegli elementi di fragilità connessi agli stati d’animo in generale e in particolare al disagio adolescenziale. So anche bene che questa è una questione controversa.

Credo che sia successo, sulla scorta di questi ricordi, del loro impatto emotivo e della loro elaborazione che nel 1993 sono stata entusiasta del programma di educazione socio-affettiva e sessuale promosso dall’Azienda Sanitaria Locale per cui lavoravo. Da allora ho tenuto diversi corsi di formazione sulla comunicazione agli insegnanti di scuola primaria e secondaria di primo grado e in due Centri Educativi Permanenti del Comune contro la dispersione scolastica (non mi è mai riuscito di portarli nelle secondarie di secondo grado).

In particolare ero rimasta affascinata dal Metodo Gordon (Insegnanti Efficaci o Genitori Efficaci – Thomas Gordon – Ed. La Meridiana) che ho percepito come una folgorazione sulla via di Damasco utile anche nella vita, nelle relazioni interpersonali e nella risoluzione dei conflitti sociali. A questo metodo si aggiungeva inoltre la tecnica del Circle Time (o Tempo del Cerchio), particolarmente utile per favorire la comunicazione e un buon clima emotivo in classe.

A questo metodo dopo il 2000 si aggiungeva, in modo complementare, il programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1994 sulle Life Skills (Abilità per la vita), atto a favorire nei bambini e nei ragazzi le competenze cognitive, personali e interpersonali; un lavoro formativo molto intenso emotivamente per gli insegnanti, basato sull’apprendimento attivo ed esperienziale.

Mi è piaciuto molto operare nelle scuole. Ho lavorato con entusiasmo e passione. E’ stata per me un’esperienza professionale e umana importante. Ho trovato insegnanti affaticati da un lavoro molto duro e poco riconosciuto, ma sensibili e affamati di strumenti che li aiutassero a gestire meglio i problemi in classe e con meno stress.

Mi piace pensare che il mio lavoro sia servito a qualcosa perché tutto ciò che ho fatto, una mole enorme di studio, preparazione, incontri, collaborazioni con colleghi, a giudicare dai feed-back, è stato per me fonte di grande soddisfazione e gratificazione in linea con la mia esperienza personale scolastica, ciò che ho ricevuto e ciò che mi è mancato.

Vita dura

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

In realtà, dalle scuole serali in poi, non fu affatto semplice. L’impatto col lavoro, le difficoltà logistiche, la mancanza di tempo per studiare, i rapporti rarefatti con gli insegnanti (ne ricordo veramente pochi) furono veramente un grosso ostacolo alla concentrazione.

A quei tempi la si conquistava l’autonomia molto più facilmente di adesso, ma questo voleva dire anche essere sbalzati in un mondo di solitudine in cui dovevi assumerti le tue responsabilità e farti carico in toto dei tuoi problemi.

I miei genitori si limitavano a essere informati su quanto accadeva a scuola e lasciavano fare senza coinvolgersi più di tanto. Per loro avere una figlia che studiava ancora ovviamente faceva piacere, ma era tutto grasso che colava poiché non ne vedevano la necessità. 

Fu così che in quarta venni rimandata per la prima volta, in Diritto, una materia tecnica che non stimolava affatto i miei interessi che erano rivolti soprattutto alle materie umanistiche e alle lingue.
E in quinta, complici alcuni problemi adolescenziali e la malattia di mia madre, ma anche la mia prima relazione d’amore importante, persi la capacità di studiare e alla maturità feci un esame orale decisamente mediocre.

Questa fu una fase cruciale nella mia vita alla quale sono tornata spesso con la mente e di cui mi è rimasto il ricordo di una difficoltà, di una solitudine e di una mancanza che hanno avuto grosse ripercussioni sul mio rendimento scolastico, fonte di piacere e di autostima, di sicurezza che in quel momento vennero a mancare.

Quando si parla di disagio adolescenziale, che successivamente studiai approfonditamente, penso sempre a questa fase complessa in cui mi imbattei, tuttavia non mi lasciai scoraggiare.
Decisi di lasciare decantare questa sfiducia, questa sorta di delusione narcisistica, questo trauma e, trascorso un anno, mi iscrissi all’Università per seguire la passione che era nata in me: la Psicologia

La strada maestra

di Mimosa Gialla

Nota della redazione:
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Anche successivamente usufruii dei benefici di quell’esplosione creativa: alle medie l’educazione artistica era una delle mie materie preferite, insieme a quelle umanistiche. 

Non ero una secchiona ma studiare mi piaceva e mi riusciva facile (o forse era il contrario) e i risultati erano buoni.

Ricordo che ci fu un momento di particolare gratificazione quando, forse in seconda media, alcuni dei miei insegnanti lodarono le mie qualità nella pittura a tempera (complice anche il fatto di avere un padre molto bravo a disegnare), nella scultura, in quelle che si chiamavano attività manuali e pratiche, oltre che nei temi.

Questo non toglie che una volta mi sentii particolarmente umiliata dalla professoressa di lettere che mi rimproverò per non avere studiato “L’Infinito” di Leopardi dandomi della pigra! Mi misi anche a piangere. Nonostante quella mia “pigrizia”… (in realtà mi piaceva molto anche giocare con gli amici), uscii dalle medie con Ottimo.

Poiché ero particolarmente capace nei temi, un giorno l’insegnante di Lettere mi propose di partecipare a un concorso per una borsa di studio. Si trattava proprio di fare un tema. Lì per lì fui perplessa e risposi ingenuamente che io non avevo bisogno di una borsa di studio perché i miei genitori non erano poveri. Ma l’insegnante disse che certamente non erano ricchi e quindi mi suggerì di cogliere questa opportunità.

Beh, anche questo mi servì per consolidare la mia autostima scolastica perché inaspettatamente quella borsa di studio la vinsi davvero.

Quest’esperienza mi ha fatto capire nel tempo l’importanza della gratificazione, una soddisfazione che non sentii mai più nella mia vita, soprattutto nella scuola professionale. Non capii mai il perché di questa mancanza di soddisfazione, dato che anche lì i risultati scolastici furono ottimi.
Questo però non fece crollare la mia motivazione allo studio e quando cominciai a lavorare, a 17 anni, continuai a studiare alle scuole serali e successivamente mi iscrissi all’Università.

L’ultima fila

di Luca Chieregato

Nei primi anni in cui lavoravo a scuola entravo con il cappello dell’animatore teatrale. Animare: dare vita.

Me lo ripetevo tutti i giorni. L’energia, Luca, l’energia l’energia. Porta la tua energia, alza la temperatura del gruppo classe, non farli respirare, non dare loro il tempo di pensare, se no poi stanno nella testa, fai succedere cose, fai succedere qualsiasi cosa ma non lasciar cadere la palla.

Come ogni cosa, in questa energia alta abita una luce e un’ombra. Col tempo, ho smesso di entrare a scuola come animatore e mi sono trasformato sempre di più in educatore. Cosa significa, per me? Può voler dire tante cose, ma una in particolare mi sovviene: il tempo.

Adesso, se entro in classe e faccio una domanda – magari una domanda difficile, aspetto. L’animatore che è dentro di me frigge. Sta cadendo la palla, dai, allora, ci muoviamo? Ritmo! Non è il solo a friggere. Anche la docente, spesso, frigge con il mio animatore interno. Allora, bambini? Su. Il cantastorie vi ha fatto una domanda. Dai. Io, invece, aspetto.

Il ritmo casca, è vero.
Anzi, per dirla tutta: se ne va proprio a farsi friggere (insieme all’animatore e alla docente).
Ma quello che ne guadagno è la risposta dell’ultima fila.

Se tengo alto il ritmo, di sicuro risponderanno i primi della classe: i reattivi, i creativi, i semprepronti, quelli che ci danno sempre un sacco di soddisfazioni. Ma ho imparato – non accade sempre, ma spesso – che se mi do il permesso di aspettare, arriverà un regalo dalle retrovie.

E quel tempo, quel silenzio, sarà vissuto come un’opportunità da coloro che non gridano, non reagiscono, non sono semprepronti. Da quell’ultima fila vera o metaforica ho visto piovere risposte memorabili, che non sarebbero mai arrivato se avessi ascoltato il mio animatore interno: ritmo! Invece così, alle volte, ho ricevuto doni inaspettati dai bambini invisibili, lieti per una volta che qualcuno avesse disegnato uno spazio e un tempo in cui potersi esprimere, senza per forza dover mettere la mano al pulsante.

Una bambina in quarta elementare mi chiese: da dove arriva la fantasia?
Aspettai un istante, e invece di rispondere chiesi: chi lo sa? Silenzio.
Poi una mano, due occhi neri vividi, dal fondo: dal fatto che la vita non è come vuoi tu e così te la inventi.

In terza media, dall’ultima fila, una ragazza mi chiede: perché i genitori si preoccupano così tanto per noi?

Piccoli esempi, schegge di intelligenza e di sensibilità. Non capita sempre, e non sempre sono capace di aspettare. Ma a volte sì. Chi c’era in ultima fila, in classe mia, quando ero alle medie? Non lo ricordo.

La prima volta

di Luca Chieregato

La prima volta che sono entrato a scuola da adulto avevo ventiquattro anni.

Era la scuola elementare di Zibido San Giacomo: ricordo ancora che, nel varcare il cancello, ebbi un pensiero che poi ho capito essere negli anni un’intuizione. Questo è il primo giorno di tanti, sussurrò al mio orecchio la mia intuizione, e aveva ragione. Oggi, che di anni ne ho quarantacinque, ancora varco la soglia scolastica pensando di entrare in un luogo magico, dove possono avvenire cose incredibili, non tutte bellissime.

Non sono un insegnante. Sono uno scrittore, un attore, un cantastorie; a scuola ci entro con un cappello speciale, sicuramente più vantaggioso di quello indossato dal docente.
Arrivi, fai la magia, e poi vai via; alcuni me l’hanno raccontato così, il mio modo di stare a scuola.

In questi ventun anni a scuola ho insegnato teatro, scrittura creativa, ho condotto laboratori di animazione sociale, coordinato consigli comunali dei ragazzi, recitato e diretto spettacoli, dibattiti, tenuto riunioni. Ma ancora, come il primo giorno, mi sento di entrare in luogo sacro, pieno di persone vulnerabili che hanno diritto al mio rispetto, alla mia cura, alla mia compassione, alla mia comprensione, alla mia creatività.

Spesso ho sbagliato, a scuola: nel rispondere come non dovevo a un docente, nell’interpretare il comportamento di un ragazzo, nell’assegnare piccole punizioni. Mi ricordo quella volta in cui ho rimproverato un insegnante per come rispose a un ragazzo, e non avevo dati sufficienti per valutare; oppure quando pensavo che Davide, in seconda media, avesse bisogno di essere contenuto e invece aveva bisogno di essere ascoltato.

Si fa, si sbaglia, ogni tanto si legge male. Ricordo anche la bambina che non mi diceva il suo nome, ma se le chiedevo il verso della papera mi rispondeva: qua. E tante altre cose: momenti, immagini, fotografie in movimento di tante emozioni.

Questa è la mia esperienza: quella di qualcuno che arriva da fuori, sente la bellezza dell’ambiente in cui passeggia e ne vede la potenza, la fragilità, la forza, la meraviglia.

Ho sempre avuto grande rispetto per gli insegnanti, anche quando mi è parso di avere di fronte qualcuno che non sapeva per quale motivo fosse lì. Uno dei motivi del rispetto è, per certi versi, il rovescio della medaglia di ciò che dicevo prima: loro non fanno la magia e poi vanno via. Loro fanno la magia alla prima ora, alla seconda ora, e poi ancora domani, e dopodomani… non è facile, per loro.

Ogni tanto, nel guardarli lavorare, mi sono domandato se ricordassero la loro esperienza di bambini, di studenti, prima che di docenti. La prima volta di tutto è sempre un bellissimo mistero.