Straniero a chi?

di Marzia Dolci

Confesso che il primo giorno che portai a scuola mio figlio rimasi parecchio turbata.
Abito a sudovest di Milano e la scuola di quartiere è, per intenderci, la stessa che frequentarono mio padre e mia zia. Allora era chiamata “la scuola dei pugliesi”, per evidenti ragioni di migrazione dal sud Italia.

Un edificio possente con ampie scalinate di marmo e con un’estensione tale che non è difficile perdercisi dentro. Una scuola di frontiera, in un quartiere da sempre molto popolare, il Giambellino.

Certamente conoscevo la composizione etnica del posto dove vivo, che concentra un numero sempre crescente di abitanti dal Nordafrica, Egitto e Marocco, principalmente. Ma l’impatto di quel primo giorno fu grande: ricordo che io e mio figlio arrivammo con molto anticipo nel vialetto che costeggia la scuola, e avvicinandoci sentivamo un rumore crescente che molto somigliava a quello del mercato del giovedì, quello con la frutta e la verdura.

C’erano bambini ovunque, di tutte le taglie, passeggini piramidali che contenevano anche quattro marmocchi alla volta, perché proprio di fronte alle elementari c’è la scuola materna.

Milano. Quartiere Giambellino negli anni ’60

Mi sentivo circondata da persone diverse da me, donne principalmente, che erano per lo più velate e già si conoscevano fra loro, chiacchierando a gran voce senza curarsi dei bambini che spesso ruzzolavano a terra, piangendo disperati.

Mi aggiravo in quel mondo che non conoscevo, straniera nel mio quartiere, cercando volti conosciuti o similari al mio, salvo imbattermi in una ragazza bionda con una bimba dell’età del mio, e chiederle se anche per lei era il primo giorno.

“Noi suntem nou la școală”:

mi ha risposto in rumeno (“Siamo nuovi della scuola”).

Mio figlio per un anno ha avuto un solo compagno con famiglia italiana, e in prima classe i bambini che parlavano e capivano l’italiano erano dieci su 21. Confesso che pensai di cambiare scuola, più e più volte in quei primi giorni.

Ma, come spesso accade, il destino ci mette sulla strada persone giuste al momento giusto. Per una serie di coincidenze conobbi Sara, una giovane donna di origine egiziana nata e cresciuta a Milano, a Porta Genova.

Ricordo che una mattina ci trovammo in coda al Centro per l’impiego, e io mi lagnai con lei di non riuscire a trovare lavoro nonostante il diploma e tanta esperienza. Lei timidamente mi disse che aveva le stesse difficoltà, nonostante la Laurea e la conoscenza di cinque lingue. Chapeau.

Sara fu il mio ponte e la mia guida in quel lembo di città che sembra il Medio Oriente. Mi spiegò tantissimo sulla religione musulmana, sul corretto approccio alle mamme che vedevo davanti a scuola, tanto che io divenni Presidente del Comitato dei Genitori quello stesso ottobre, e la primavera successiva riuscimmo a farci sovvenzionare dal Municipio una serie di letture in doppia lingua, italiano e arabo, nella biblioteca scolastica.

Milano. La scuola del Giambellino

Fu un’emozione incredibile, finalmente quei bambini sentivano la lingua parlata a casa anche a scuola, e facevano a gara a spiegare cosa significasse questo o quello, e le differenze che c’erano tra il marocchino e l’egiziano. Mimavano, interpretavano e partecipavano, tra lo stupore degli insegnanti e dei bambini italiani, che hanno vissuto il tutto come una bizzarra kermesse teatrale.

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Questo è il sesto anno per me e i miei figli nella scuola del “quartiere dei fiori”. Abbiamo organizzato decine di feste e altrettante iniziative di conoscenza e scambi culturali, e piano piano le famiglie italiane stanno tornando a iscrivere qui i propri figli.

Dallo scorso settembre un’altra Sara, figlia di una maestra che ha insegnato da noi per quarant’anni, condivide con me le gioie e le difficoltà quotidiane di questo mondo unico, dove viene da chiedersi: “Straniero a chi?”

Insegnare Italiano ai tempi del Covid

di Capelli Bianchi

Una chiacchierata con Capelli Bianchi, ex-insegnante di Italiano che, per non dimenticare decenni di esperienza in aula, vuole ripensare al lavoro che ha fatto con centinaia di studenti.
Ne escono preziosi suggerimenti per le nuove generazioni di insegnanti, invitati a evitare l’errore di tenere la Scienza lontano dalla Letteratura.

Sono questi gli anticorpi necessari per fare crescere gli studenti consapevoli dei tesori che la Cultura, umanistica e scientifica insieme, mette loro a disposizione per difendersi dalle future pandemie e non solo. Ecco cosa risponde Capelli Bianchi a qualche semplice domanda.

Perché oggi a scuola non basta insegnare Italiano?

Nelle nostre scuole non si insegnano Educazione all’igiene e Storia delle scienze, cioè la storia del lavoro che il progresso della Medicina è costato a medici e ricercatori. Sono insegnamenti interdisciplinari che richiedono competenze scientifiche, storiche e umanistiche.

Ma Covid non è la prima pandemia…

E’ vero, ma nei manuali di storia si dedicano vari capitoli alla Grande Guerra.; Invece, se va bene, è riservato un solo paragrafo alla pandemia di Spagnola e all’eroismo delle infermiere e dei medici che si sono sacrificati per curarla. La Spagnola, un tristissimo corollario di quella guerra, ha mietuto più vittime della guerra stessa (sembra 50 milioni).

Oggi siamo stati colti impreparati al Covid. Davamo per scontato che se hai un po’ di febbre e mal di gola ti prendi un antibiotico e il giorno seguente torni al lavoro. A scuola non ci viene ricordato che fino a pochi anni fa le cose erano ben diverse.

Quando ero piccola, tante famiglie piangevano la morte di bambini uccisi in tenera età dalla difterite per mancanza di antibiotici e vaccini. Oggi invece nessuno teme questo killer.

Milano, Piazza Luigi Cadorna, generale italiano (1850-1928). Principale merito: avere mandato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro. E’ la piazza di interscambio più importante di Milano: una stazione ferroviaria, due linee di metropolitana, sei linee auto-tranviarie, partenza del Malpensa-Express, una grande installazione artistica. Piazza conosciuta da tutti i milanesi, dai pendolari e dai turisti

Milano. Via Alexander Fleming, biologo inglese (1881-1955). Principale merito: avere salvato dalla morte miliardi di persone. Strada periferica lunga circa 100 metri. Via sconosciuta ai milanesi che non abitano lì vicino

Eppure a Fleming, che con la scoperta della penicillina ha salvato miliardi di vite, Milano ha intitolato una viuzza periferica nota solo a chi ci vive. Viali e piazze del centro sono intitolate a potenti e a generali più o meno vittoriosi, che hanno guidato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro.

Nella letteratura si parla di pandemie?

Fin dalle origini della nostra tradizione letteraria, il fragore delle armi ha riscosso più interesse di quello dedicato alla guerra silenziosa che l’Umanità ha sempre combattuto contro le malattie. L’hanno combattuta uomini e donne (spesso perseguitate come streghe) cercando rimedi naturali.

Nel Primo Libro dell’Iliade Omero dedica una decina di versi alla pestilenza che stava decimando il campo degli Achei. Invece in tutti i 24 Libri di questo sterminato poema si snodano descrizioni particolareggiate di battaglie, duelli, fabbricazione di armi e celebrazioni di eroi.

Dante colloca Ippocrate e Galieno con grande onore nel Limbo, ma i libri di storia ci dicono pochissimo di questi antichi medici. Eppure ancora oggi i medici pronunciano il Giuramento di Ippocrate all’atto della Laurea e i farmaci preparati dai farmacisti si chiamano ancora galenici.

Cattedrale di Anagni: Ippocrate Galeno, XII secolo

Anche se studiamo la storia di Atene e le imprese di Giustiniano, conosciamo pochissimo della peste di Atene e di quella di Giustiniano. Quel poco che studiamo a scuola lo dobbiamo a grandi narratori come Boccaccio, Manzoni e Camus.

Manzoni, in particolare, è il primo che capovolge il rapporto tra lo spazio dato alla guerra e quello assegnato alla pestilenza. Dedica un paio di capitoli alla guerra di successione al ducato di Mantova e alla calata dei Lanzichenecchi che diffuse la peste in Lombardia. Invece alla peste dedica sette lunghi capitoli, fra i più potenti del Romanzo.

Sono capitoli intrecciati fra Storia documentata e invenzione narrativa (ma la Storia prevale), che ci mostrano le sofferenze della popolazione, il coraggio e il sacrificio di grandi medici come Tadino e Settala, l’abnegazione dei Cappuccini che curano i malati al Lazzaretto, le misure prese dal Cardinal Federigo Borromeo per contenere quel flagello, le dinamiche sociali perverse come la caccia agli untori.

I ragazzi possono capire il senso di questi scritti?

Se oggi mi trovassi ancora di fronte agli studenti farei loro ascoltare le bellissime registrazioni pubblicate da La Repubblica sulla pagina web https://www.repubblica.it/salute/dossier/noi-e-loro/ .

Sono letture di testi letterari tenute dai bravissimi attori Sonia Bergamasco e Neri Marcorè, commentate dal Dott. Alberto Mantovani, uno degli immunologi più importanti al mondo.

I ragazzi potrebbero così ascoltare quello che duemila anni fa Tucidide scriveva sulla peste durante la guerra del Peloponneso e interpretare quel testo con gli occhi della scienza moderna.

Lo stesso potrebbero fare, sullo stesso sito web, anche con i testi di Lucano, Lady Mary Montagu, Giuseppe Parini, Albert Camus e Voltaire. Sono opere di grande pregio pre-scientifico che, interpretate scientificamente da un grande scienziato, assumono un valore storico e documentale che può arrivare diritto al cuore e alla testa dei nostri studenti.

E’ possibile a scuola capire il ruolo culturale della scienza?

Per rispondere bastano un paio di esempi. I nostri Istituti Tecnici preparano ottimi Periti Chimici, ma pochi di loro conoscono la storia della chimica. Per esempio, molti ignorano la vita di Maria Sklodowska Curie, distrutta dalle radiazioni che studiava e di cui l’odierna medicina si serve.

Esemplare è la storia del medico ungherese Semmelweis. A metà dell’Ottocento si rese conto che molte donne povere, che partorivano in ospedale in perfetta salute, morivano poco dopo per le infezioni puerperali.

Semmelweis capì che venivano infettate dai medici che le aiutavano a partorire senza prima essersi lavati le mani con cui avevano toccato malati e cadaveri. Per questo introdusse la disinfezione obbligatoria delle mani, ma l’invidia e l’insipienza dei suoi colleghi lo ridussero a morire in manicomio.
Fu la tristissima sorte di un uomo che aveva salvato la vita di innumerevoli donne, ma oggi igiene e antisepsi sono imprescindibili in qualsiasi luogo di cura.

Cosa dire poi di farmaci e vaccini? Oltre a quello antidifterico, occorrerebbe un trattato per parlare di Pasteur, Jenner, Koch, Sabin e cento altri.

Albert Sabin


Pochi di noi ricordano che a scienziati come loro dobbiamo essere grati se oggi non abbiamo più paura del vaiolo, della poliomielite, della tubercolosi e di altre malattie che fino all’ultima guerra erano endemiche in Italia e in Europa.
Purtroppo lo sono ancora in Paesi meno fortunati.

Come possiamo parlarne con i giovani?

Nel 1972 si è introdotta nelle scuole italiane la vaccinazione contro la Rosolia per tutte le bambine e le ragazze non ancora mestruate; in seguito la vaccinazione è stata estesa a tutti i bambini entro i 15 mesi di età.
Prima di allora, le donne che contraevano la rosolia in gravidanza correvano un rischio terribile: il feto poteva subire malformazioni gravissime. Oggi invece nessuna mamma in attesa deve più patire questa angoscia.

Contemporaneamente, i nati nel 1972 sono stati gli ultimi obbligati a vaccinarsi contro il vaiolo perché, grazie ad anni di vaccinazione di massa, il vaiolo era stato sconfitto definitivamente, dopo aver seminato morte e sfigurato volti fino a metà Novecento.

Analogamente, nel secolo scorso si è sconfitta la tubercolosi. Tuttavia, fino a 30 anni fa studenti, insegnanti, e altri lavoratori a diretto contatto col pubblico, erano tenuti a fare periodicamente la schermografia del torace, o il test Mantoux per isolare gli eventuali portatori del bacillo di Koch.

Se oggi tutto questo venisse studiato a scuola, pochi ragazzi snobberebbero la mascherina e nessuno si sognerebbe di andare ad ammassarsi in discoteca, non lavarsi accuratamente le mani e ritenere inutile la vaccinazione.


Non vedremmo sui social le scene penose di giovani che insultano e minacciano di morte la prima infermiera che si è fatta vaccinare contro il Covid, una ragazza che l’ha fatto per il bene non solo suo, ma di tutti i suoi pazienti e degli stessi insultatori via web.

Cosa possiamo dire ai giovani del vaccino?

Il vaccino ci salverà, ma solo se ci sarà per tutti, non solo per i Paesi più ricchi. Papa Francesco lo ripete nei suoi accorati appelli alla pace e alla solidarietà: non ci si salva da soli, ma insieme.
Questa pandemia ci insegnerà a sostituire la cultura della competizione, dell’accaparramento, della morte, con quella della condivisione, del rispetto della Casa comune, della vita?

Il vaccino è arrivato: i media l’hanno presentato con un po’ di inevitabile retorica, ma anche con la sincera commozione di medici e infermieri che in questi mesi hanno visto morire troppe persone e che meritano tutta la nostra riconoscenza.

Ci hanno curato e continuano a curarci, mettendo a rischio la loro stessa vita, salvando molti di noi. Adesso accettano di essere vaccinati per primi, per proteggersi, ma anche per darci un esempio di coraggio e un motivo di speranza. Eroi li abbiamo spesso definiti, ma il Paese smemorato si ricorderà di loro quando il pericolo sarà passato?

Purtroppo la nostra memoria è corta, soprattutto per quanto riguarda le cose veramente importanti, come l’impegno e i sacrifici di chi ci ha permesso, nel corso della storia, di migliorare le nostre condizioni di vita, di allungare il nostro futuro, di difenderci sempre meglio dagli agguati che la natura, madre ma spesso anche matrigna, ci ha teso e continua a tenderci.

E’ nostro dovere dirlo ai giovani. E’ dovere degli insegnanti parlarne nelle classi, in presenza e a distanza.

Il primo giorno di scuola

di Laura Crisafulli

Una delle fortune di essere insegnante è che ogni anno puoi rivivere il primo giorno di scuola!
In realtà ci sono due primi giorni di scuola: quello come docente solo con i colleghi e quello in cui entri in classe con gli alunni.

Lasciamo perdere tutto quello che c’è stato sempre “dietro” il mio primo giorno (attesa della nomina, posti disponibili, punteggi e precedenze, ricorsi, ecc.).

Fino all’anno scorso ogni primo giorno era una scoperta: dove si trova la scuola? Come si raggiunge? In quanto tempo? Superati i primi interrogativi entri e….ti senti persa! Tutti, più o meno, si conoscono, sono appena tornati dalle vacanze, si salutano, si baciano, si abbracciano e tu sei lì, con un sorriso di circostanza che non sai che fare, non sai neanche dov’è la “sala prof”!

Poi al collegio docenti ti guardi attorno, ascolti, cerchi di capire fin dall’inizio le dinamiche del gruppo (che più o meno sono sempre le stesse in ogni scuola, cambiano solo i protagonisti). Ti devi fare forza e coraggio, si ricomincia sempre da capo…


Lo stesso con gli studenti, non sai come sono, loro non sanno nulla di te, devi conoscerli e devi farti conoscere. Un avvicinamento lento, un adeguamento mirato e non sempre facile e spontaneo.

Quest’anno sono io a salutare, abbracciare e baciare ex colleghi dopo le vacanze. E’ una sensazione bellissima. Soprattutto per chi la prova per la prima volta. Sì perché oggi è, ancora una volta, un primo giorno di scuola! Sono felice, dopo tanti anni di attesa; non voglio perdermi neanche un istante e godermi fino in fondo questo momento prima di iniziare la frenesia del nuovo anno scolastico.

Mi guardo di nuovo intorno ed ecco che incontro qualche sguardo nuovo che vaga spaurito, gli rispondo con un sorriso, mi avvicino e gli propongo, dopo il collegio, un breve tour nella scuola, nei luoghi più importanti: sala prof, servizi e ovviamente bar e macchinette. Ora sono di casa.

Buon anno scolastico.
1 settembre 2016

La storia del bruco è la nostra storia

Spesso si pensa che il bruco nel suo bozzolo passi del tempo in attesa della sua trasformazione. Ma il bruco non attende. Lavora. Costruisce. Proprio come noi in queste storie di scuola durante il Covid

di Maria Falivene
(appunti scritti durante la quarantena da Covid)

Ci sentiamo come dentro un bozzolo, il nostro bozzolo che ci protegge da tutto quello che ci circonda, ci minaccia, ci spaventa. Siamo chiusi, ma non siamo fermi e neppure a riposo. Come il bruco, in questo grande e lungo momento difficile stiamo costruendo le nostre ali!

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La scuola non è chiusa, no non è chiusa! I non addetti ai lavori, gran parte dell’opinione pubblica, le famiglie, tanti pensano che sia tutto fermo! Non è così. Stiamo trasformando un periodo estremamente difficile in un momento di duro lavoro, con mille problemi ma mille e una motivazioni per affrontare questo cambiamento a testa alta.

Quante persone che conosco sono state contagiate dal virus! Colleghi, studenti con le loro famiglie, amici e conoscenti. In tanti ce l’hanno fatta. Qualcuno purtroppo è andato via, senza neanche una carezza.

Ce la stiamo mettendo tutta. Tavolette grafiche, Meet, videolezioni registrate. Ma come tutti, soprattutto ora, abbiamo bisogno di una certezza: non dobbiamo accontentarci. Oggi, 4 gennaio 2021, non sappiamo ancora quale sarà il nostro “destino”: presenza? distanza? quale sarà l’efficacia degli scaglionamenti orari? e dei mezzi di trasporto?

Tra tutti questi “forse” la sicurezza è in noi stessi, nel nostro lavoro, nella nostra testardaggine. Ho conosciuto colleghi che hanno continuato a lavorare tra difficoltà pazzesche. Ho visto ragazzi appassionarsi alla materia di Educazione Civica con un entusiasmo che non avevo mai visto. Ho ascoltato storie di sofferenza terribile mista ad un’invincibile speranza.

Ora il vaccino è arrivato. La scienza sta per vincere la sua ennesima battaglia. Grazie a giovani ragazzi che qualche anno fa erano sui banchi di scuola a sperare un giorno di cambiare il mondo.

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Grazie a giovani ragazzi che qualche anno fa erano sui banchi di scuola a sperare un giorno di cambiare il mondo. Avevano ragione: ce l’hanno fatta. E con loro ce l’hanno fatta tutti quelli che credono nelle loro scoperte, che decideranno di vaccinarsi e lo faranno sentendosi infinitamente fortunati.
I nostri sforzi adesso sono per loro. Sono per la loro trasformazione in meravigliose farfalle.