Vita dura

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

In realtà, dalle scuole serali in poi, non fu affatto semplice. L’impatto col lavoro, le difficoltà logistiche, la mancanza di tempo per studiare, i rapporti rarefatti con gli insegnanti (ne ricordo veramente pochi) furono veramente un grosso ostacolo alla concentrazione.

A quei tempi la si conquistava l’autonomia molto più facilmente di adesso, ma questo voleva dire anche essere sbalzati in un mondo di solitudine in cui dovevi assumerti le tue responsabilità e farti carico in toto dei tuoi problemi.

I miei genitori si limitavano a essere informati su quanto accadeva a scuola e lasciavano fare senza coinvolgersi più di tanto. Per loro avere una figlia che studiava ancora ovviamente faceva piacere, ma era tutto grasso che colava poiché non ne vedevano la necessità. 

Fu così che in quarta venni rimandata per la prima volta, in Diritto, una materia tecnica che non stimolava affatto i miei interessi che erano rivolti soprattutto alle materie umanistiche e alle lingue.
E in quinta, complici alcuni problemi adolescenziali e la malattia di mia madre, ma anche la mia prima relazione d’amore importante, persi la capacità di studiare e alla maturità feci un esame orale decisamente mediocre.

Questa fu una fase cruciale nella mia vita alla quale sono tornata spesso con la mente e di cui mi è rimasto il ricordo di una difficoltà, di una solitudine e di una mancanza che hanno avuto grosse ripercussioni sul mio rendimento scolastico, fonte di piacere e di autostima, di sicurezza che in quel momento vennero a mancare.

Quando si parla di disagio adolescenziale, che successivamente studiai approfonditamente, penso sempre a questa fase complessa in cui mi imbattei, tuttavia non mi lasciai scoraggiare.
Decisi di lasciare decantare questa sfiducia, questa sorta di delusione narcisistica, questo trauma e, trascorso un anno, mi iscrissi all’Università per seguire la passione che era nata in me: la Psicologia