Lavorare come psicologa nelle scuole

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Nelle tre storie precedenti (Reverie, La strana maestra, Vita dura), corrispondenti alle tre fasi della mia vita scolastica, ho indirettamente parlato di come possa avvenire la nascita della motivazione all’apprendimento, dell’importanza del suo consolidamento e di come il successo scolastico conseguente contribuisca all’acquisizione di un buon livello di autostima nell’area scolastica, che in genere rappresenta uno degli elementi costitutivi dell’autostima globale e quindi della fiducia in sé.

In altri termini, si tratta dell’importanza nel corso dello sviluppo psicologico individuale, dell’integrazione del Sé scolastico, ossia del passaggio da una concezione dello studio come obbligo esterno a una motivazione personale e, di conseguenza, all’assunzione di una responsabilità in merito. In genere questo passaggio avviene alle Medie ma può arrivare anche successivamente e a volte mai.

In base alla mia esperienza, un atteggiamento attivo dell’insegnante sia nei termini di stimolo a un apprendimento creativo e non passivo e sia di gratificazione degli aspetti di funzionamento, assieme ad altri fattori esterni (per esempio la famiglia o come è strutturato psicologicamente lo studente) possono dare un notevole contributo.

Anche la gratificazione da parte dell’insegnante, assunto come figura adulta significativa che a volta affianca in modo complementare e altre volte si pone come alternativa ai genitori, funziona da rinforzo positivo nei confronti dell’apprendimento stesso. Si tratta di insegnante attenta/o al clima emotivo che si crea in classe, come fattore che è stato dimostrato essere fondamentale per l’apprendimento. 

Nel mio racconto ho indirettamente parlato anche dell’influenza dei fattori ambientali come elementi che possono disturbare, essere fonte di trauma, crisi e depressione e influenzare negativamente il successo scolastico.

Anche in questi casi si evidenzia la necessità, soprattutto nella scuola Primaria e Secondaria di primo grado ma, perché no, anche in quella di Secondo Grado, di un/a insegnante attento/a e attivo/a nel cogliere quegli elementi di fragilità connessi agli stati d’animo in generale e in particolare al disagio adolescenziale. So anche bene che questa è una questione controversa.

Credo che sia successo, sulla scorta di questi ricordi, del loro impatto emotivo e della loro elaborazione che nel 1993 sono stata entusiasta del programma di educazione socio-affettiva e sessuale promosso dall’Azienda Sanitaria Locale per cui lavoravo. Da allora ho tenuto diversi corsi di formazione sulla comunicazione agli insegnanti di scuola primaria e secondaria di primo grado e in due Centri Educativi Permanenti del Comune contro la dispersione scolastica (non mi è mai riuscito di portarli nelle secondarie di secondo grado).

In particolare ero rimasta affascinata dal Metodo Gordon (Insegnanti Efficaci o Genitori Efficaci – Thomas Gordon – Ed. La Meridiana) che ho percepito come una folgorazione sulla via di Damasco utile anche nella vita, nelle relazioni interpersonali e nella risoluzione dei conflitti sociali. A questo metodo si aggiungeva inoltre la tecnica del Circle Time (o Tempo del Cerchio), particolarmente utile per favorire la comunicazione e un buon clima emotivo in classe.

A questo metodo dopo il 2000 si aggiungeva, in modo complementare, il programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1994 sulle Life Skills (Abilità per la vita), atto a favorire nei bambini e nei ragazzi le competenze cognitive, personali e interpersonali; un lavoro formativo molto intenso emotivamente per gli insegnanti, basato sull’apprendimento attivo ed esperienziale.

Mi è piaciuto molto operare nelle scuole. Ho lavorato con entusiasmo e passione. E’ stata per me un’esperienza professionale e umana importante. Ho trovato insegnanti affaticati da un lavoro molto duro e poco riconosciuto, ma sensibili e affamati di strumenti che li aiutassero a gestire meglio i problemi in classe e con meno stress.

Mi piace pensare che il mio lavoro sia servito a qualcosa perché tutto ciò che ho fatto, una mole enorme di studio, preparazione, incontri, collaborazioni con colleghi, a giudicare dai feed-back, è stato per me fonte di grande soddisfazione e gratificazione in linea con la mia esperienza personale scolastica, ciò che ho ricevuto e ciò che mi è mancato.

Vita dura

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

In realtà, dalle scuole serali in poi, non fu affatto semplice. L’impatto col lavoro, le difficoltà logistiche, la mancanza di tempo per studiare, i rapporti rarefatti con gli insegnanti (ne ricordo veramente pochi) furono veramente un grosso ostacolo alla concentrazione.

A quei tempi la si conquistava l’autonomia molto più facilmente di adesso, ma questo voleva dire anche essere sbalzati in un mondo di solitudine in cui dovevi assumerti le tue responsabilità e farti carico in toto dei tuoi problemi.

I miei genitori si limitavano a essere informati su quanto accadeva a scuola e lasciavano fare senza coinvolgersi più di tanto. Per loro avere una figlia che studiava ancora ovviamente faceva piacere, ma era tutto grasso che colava poiché non ne vedevano la necessità. 

Fu così che in quarta venni rimandata per la prima volta, in Diritto, una materia tecnica che non stimolava affatto i miei interessi che erano rivolti soprattutto alle materie umanistiche e alle lingue.
E in quinta, complici alcuni problemi adolescenziali e la malattia di mia madre, ma anche la mia prima relazione d’amore importante, persi la capacità di studiare e alla maturità feci un esame orale decisamente mediocre.

Questa fu una fase cruciale nella mia vita alla quale sono tornata spesso con la mente e di cui mi è rimasto il ricordo di una difficoltà, di una solitudine e di una mancanza che hanno avuto grosse ripercussioni sul mio rendimento scolastico, fonte di piacere e di autostima, di sicurezza che in quel momento vennero a mancare.

Quando si parla di disagio adolescenziale, che successivamente studiai approfonditamente, penso sempre a questa fase complessa in cui mi imbattei, tuttavia non mi lasciai scoraggiare.
Decisi di lasciare decantare questa sfiducia, questa sorta di delusione narcisistica, questo trauma e, trascorso un anno, mi iscrissi all’Università per seguire la passione che era nata in me: la Psicologia

La strada maestra

di Mimosa Gialla

Nota della redazione:
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Anche successivamente usufruii dei benefici di quell’esplosione creativa: alle medie l’educazione artistica era una delle mie materie preferite, insieme a quelle umanistiche. 

Non ero una secchiona ma studiare mi piaceva e mi riusciva facile (o forse era il contrario) e i risultati erano buoni.

Ricordo che ci fu un momento di particolare gratificazione quando, forse in seconda media, alcuni dei miei insegnanti lodarono le mie qualità nella pittura a tempera (complice anche il fatto di avere un padre molto bravo a disegnare), nella scultura, in quelle che si chiamavano attività manuali e pratiche, oltre che nei temi.

Questo non toglie che una volta mi sentii particolarmente umiliata dalla professoressa di lettere che mi rimproverò per non avere studiato “L’Infinito” di Leopardi dandomi della pigra! Mi misi anche a piangere. Nonostante quella mia “pigrizia”… (in realtà mi piaceva molto anche giocare con gli amici), uscii dalle medie con Ottimo.

Poiché ero particolarmente capace nei temi, un giorno l’insegnante di Lettere mi propose di partecipare a un concorso per una borsa di studio. Si trattava proprio di fare un tema. Lì per lì fui perplessa e risposi ingenuamente che io non avevo bisogno di una borsa di studio perché i miei genitori non erano poveri. Ma l’insegnante disse che certamente non erano ricchi e quindi mi suggerì di cogliere questa opportunità.

Beh, anche questo mi servì per consolidare la mia autostima scolastica perché inaspettatamente quella borsa di studio la vinsi davvero.

Quest’esperienza mi ha fatto capire nel tempo l’importanza della gratificazione, una soddisfazione che non sentii mai più nella mia vita, soprattutto nella scuola professionale. Non capii mai il perché di questa mancanza di soddisfazione, dato che anche lì i risultati scolastici furono ottimi.
Questo però non fece crollare la mia motivazione allo studio e quando cominciai a lavorare, a 17 anni, continuai a studiare alle scuole serali e successivamente mi iscrissi all’Università.