La capanna dello zio Tom

di Teresa Lovati

Sarà stato mio padre che faceva il tipografo e spesso portava a casa alcuni libri.
O forse sarà stata mia sorella maggiore che faceva le elementari e aveva già i suoi libri personali e ha fatto nascere, nell’emulatrice che ero, la voglia di diventare anch’io un studentessa come lei.
Sta di fatto che i libri mi hanno sempre attratto.

Nel periodo prescolare li sfogliavo e mia sorella mi spiegava le figure. Poi lei leggeva e io la ascoltavo.
Alla fine sono stata in grado di cavarmela da sola e all’inizio della prima elementare per me la lettura non aveva più segreti.

In seguito il gusto di sfogliare i libri scolastici mi ha accompagnato per tutta la carriera di studentessa: il libro di lettura, il sussidiario, i testi delle medie e quelli di matematica e geometria alle superiori.

Ho ancora in mente l’illustrazione dell’apparato digerente del sussidiario;
era un disegno su sfondo nero posizionato in alto sulla pagina sinistra
della sezione Scienze.

Invece facevo scorrere velocemente i libri di matematica e geometria per andare in fretta a sbirciare gli esercizi.
Anche se non capivo ancora nulla, mi piaceva leggere il testo di qualche problema.

Molti termini mi erano ancora sconosciuti, ma questo mi dava la misura di quanto avrei imparato durante l’anno.

Ho così scoperto che si potevano risolvere alcuni problemi matematici anche senza avere dati numerici!

A quei tempi avevo molta fiducia nei miei insegnanti, ma in seguito ho capito che qualche volta la mia fiducia era mal riposta.

All’inizio della seconda elementare, nel giro di poco tempo avevo già letto quasi tutti i racconti contenuti nel libro di lettura.

Ce n’era uno che mi piaceva particolarmente; era una storia di animali che parlavano tra loro. Lo lessi più volte, drammatizzando le voci e usando le pause, proprio come mi aveva insegnato mia sorella.

Una mattina la maestra ci disse che c’era un concorso di lettura e avrebbe scelto la vincitrice dopo aver fatto leggere a voce alta un brano preso a caso dal libro di lettura. Che bella combinazione!
Ero molto emozionata, ma sono riuscita a leggere bene. La maestra era indecisa tra me e una mia compagna, ma alla fine l’ho spuntata io.

La copertina del mio libro

Fu così che, accompagnata dal mio orgogliosissimo padre, mi sono recata con il foglio di vincitrice al Centro Sociale dove si tenevano le premiazioni.
Il premio era un libro: “La capanna dello zio Tom”, di cui sono riuscita a trovare l’immagine di copertina.

Negli anni successivi ho letto e riletto più volte quel libro e sono riuscita a conservarlo fino a pochi anni fa, quando ormai la rilegatura non aveva più retto, usurata dal tempo e dagli assalti di un coniglio.
Quel libro è sempre stato per me un ricordo indelebile della mia seconda elementare.

La strada maestra

di Mimosa Gialla

Nota della redazione:
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Anche successivamente usufruii dei benefici di quell’esplosione creativa: alle medie l’educazione artistica era una delle mie materie preferite, insieme a quelle umanistiche. 

Non ero una secchiona ma studiare mi piaceva e mi riusciva facile (o forse era il contrario) e i risultati erano buoni.

Ricordo che ci fu un momento di particolare gratificazione quando, forse in seconda media, alcuni dei miei insegnanti lodarono le mie qualità nella pittura a tempera (complice anche il fatto di avere un padre molto bravo a disegnare), nella scultura, in quelle che si chiamavano attività manuali e pratiche, oltre che nei temi.

Questo non toglie che una volta mi sentii particolarmente umiliata dalla professoressa di lettere che mi rimproverò per non avere studiato “L’Infinito” di Leopardi dandomi della pigra! Mi misi anche a piangere. Nonostante quella mia “pigrizia”… (in realtà mi piaceva molto anche giocare con gli amici), uscii dalle medie con Ottimo.

Poiché ero particolarmente capace nei temi, un giorno l’insegnante di Lettere mi propose di partecipare a un concorso per una borsa di studio. Si trattava proprio di fare un tema. Lì per lì fui perplessa e risposi ingenuamente che io non avevo bisogno di una borsa di studio perché i miei genitori non erano poveri. Ma l’insegnante disse che certamente non erano ricchi e quindi mi suggerì di cogliere questa opportunità.

Beh, anche questo mi servì per consolidare la mia autostima scolastica perché inaspettatamente quella borsa di studio la vinsi davvero.

Quest’esperienza mi ha fatto capire nel tempo l’importanza della gratificazione, una soddisfazione che non sentii mai più nella mia vita, soprattutto nella scuola professionale. Non capii mai il perché di questa mancanza di soddisfazione, dato che anche lì i risultati scolastici furono ottimi.
Questo però non fece crollare la mia motivazione allo studio e quando cominciai a lavorare, a 17 anni, continuai a studiare alle scuole serali e successivamente mi iscrissi all’Università.