Note della redazione.
1) Dall’Enciclopedia Treccani: rêverie ‹revrì› s. f., fr. [der. di rêve «sogno»]. – Fantasticheria, come condizione di chi si abbandona al fantasticare e come opera che riflette questo stato: Alberto si era inabissato in una r. così profonda da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico (Capuana). È usato in italiano soprattutto nel linguaggio della critica letteraria, artistica e musicale
2) Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.
Ricordo come in un sogno. Ero in quarta elementare, quindi era il 1965. La nuova insegnante era rimasta a casa per gravidanza e l’aveva sostituita una giovane donna dai capelli lunghi e rossi; credo che si chiamasse Ornella.
Era molto dolce e, per la mia prima comunione, mi aveva regalato un quadernetto dalla copertina bianca con un lucchetto. O forse no; forse vi aveva soltanto scritto una frase di buon auspicio. Ma questo non ha importanza.

Avrà avuto non più di 27 anni e portava con sé una ventata di rinnovamento, probabilmente dovuta alle più recenti idee della pedagogia di quegli anni.
Ricordo che una mattina ci fece mettere i banchi a isole, a quattro a quattro. Piano piano tutto si trasformava: il modo di fare lezione dell’insegnante, il lavoro in classe, i compiti a casa. Non so dire se fosse già lavoro di gruppo ma la creatività, la libera espressione, era alla base di tutto.

Ricordo alcuni disegni personali: per la storia un castello costruito su della carta da pacchi, il disegno di San Francesco, di Carlo Magno. Per l’educazione artistica il laboratorio di marionette di carta pesta. Per le scienze coltivazione in classe di semi.
Non ricordo molto di più nello specifico se non che probabilmente nasceva la motivazione scolastica: un interesse, un’energia che si sprigionava dentro di me. Non avrei perso la lezione di scienze per niente al mondo… e una mattina ero particolarmente angosciata perché ero in ritardo! Ma, più in generale, non c’era una materia che non mi piacesse.
Una motivazione ad apprendere che non mi avrebbe più abbandonato.
Lei era dolce, non particolarmente ciarliera, sempre incoraggiante. Si andava verso il ’68 e probabilmente risentiva delle nuove idee di pedagogia libertaria di quei tempi.

Rimase solo per quell’anno. Purtroppo. Ma mi sono convinta che tutti, nella vita, dovrebbero avere almeno un’opportunità di questo genere.
Credo che questa esperienza maieutica, quella libertà creativa, quel rispetto, mi abbiano dato molta fiducia in me stessa e fatto nascere l’idea di fare l’insegnante, ambizione che non si poté realizzare perché i miei genitori mi indirizzarono verso altro. Ma più avanti, molto più in là nel tempo, di occuparmi di scuola in modo indiretto.


