Nei primi anni in cui lavoravo a scuola entravo con il cappello dell’animatore teatrale. Animare: dare vita.
Me lo ripetevo tutti i giorni. L’energia, Luca, l’energia l’energia. Porta la tua energia, alza la temperatura del gruppo classe, non farli respirare, non dare loro il tempo di pensare, se no poi stanno nella testa, fai succedere cose, fai succedere qualsiasi cosa ma non lasciar cadere la palla.

Come ogni cosa, in questa energia alta abita una luce e un’ombra. Col tempo, ho smesso di entrare a scuola come animatore e mi sono trasformato sempre di più in educatore. Cosa significa, per me? Può voler dire tante cose, ma una in particolare mi sovviene: il tempo.
Adesso, se entro in classe e faccio una domanda – magari una domanda difficile, aspetto. L’animatore che è dentro di me frigge. Sta cadendo la palla, dai, allora, ci muoviamo? Ritmo! Non è il solo a friggere. Anche la docente, spesso, frigge con il mio animatore interno. Allora, bambini? Su. Il cantastorie vi ha fatto una domanda. Dai. Io, invece, aspetto.

Il ritmo casca, è vero.
Anzi, per dirla tutta: se ne va proprio a farsi friggere (insieme all’animatore e alla docente).
Ma quello che ne guadagno è la risposta dell’ultima fila.
Se tengo alto il ritmo, di sicuro risponderanno i primi della classe: i reattivi, i creativi, i semprepronti, quelli che ci danno sempre un sacco di soddisfazioni. Ma ho imparato – non accade sempre, ma spesso – che se mi do il permesso di aspettare, arriverà un regalo dalle retrovie.
E quel tempo, quel silenzio, sarà vissuto come un’opportunità da coloro che non gridano, non reagiscono, non sono semprepronti. Da quell’ultima fila vera o metaforica ho visto piovere risposte memorabili, che non sarebbero mai arrivato se avessi ascoltato il mio animatore interno: ritmo! Invece così, alle volte, ho ricevuto doni inaspettati dai bambini invisibili, lieti per una volta che qualcuno avesse disegnato uno spazio e un tempo in cui potersi esprimere, senza per forza dover mettere la mano al pulsante.

Una bambina in quarta elementare mi chiese: da dove arriva la fantasia?
Aspettai un istante, e invece di rispondere chiesi: chi lo sa? Silenzio.
Poi una mano, due occhi neri vividi, dal fondo: dal fatto che la vita non è come vuoi tu e così te la inventi.
In terza media, dall’ultima fila, una ragazza mi chiede: perché i genitori si preoccupano così tanto per noi?
Piccoli esempi, schegge di intelligenza e di sensibilità. Non capita sempre, e non sempre sono capace di aspettare. Ma a volte sì. Chi c’era in ultima fila, in classe mia, quando ero alle medie? Non lo ricordo.