Il Maietr

di Luciano Berti

11 ottobre 1971: incarico annuale come Insegnante di attività parascolastiche. Refezione e giochi dalle 12,40 alle 14,40 alla scuola Elementare “Sorelle Agazzi” di P.zza Gasparri, quartiere Comasina nella periferia milanese.

Milano anni ‘70. Piazza Gasparri, quartiere Comasina

Ai confini del quartiere c’era un nucleo di fatiscenti case minime(*), che il Comune di Milano doveva abbattere. Erano case occupate da famiglie di sfrattati, sfruttati e sfruttatori con tanti figli. In attesa di sviluppi, il Comune tollerava questa situazione a patto che i bambini frequentassero la scuola.

Milano – Case minime sopravvissute fino a oggi

I bambini furono iscritti alla scuola elementare di P.zza Gasparri, dove si creò una nuova classe prima. Per formare una nuova classe non c’erano ancora gli Organi Collegiali, criteri, precedenze, equieterogeneità, semestre di nascita… Decidevano gli insegnanti.
I colleghi decisero all’unanimità di mantenere i legami sociali e di sangue che univano quel gruppo di ragazzi, così mi ritrovai con una “bella classetta” di 25 bambini dai 6 ai 9 anni, mai scolarizzati precedentemente.

Giovane e ingenuo, nel mio bagaglio pedagogico c’erano lezioni di pedagogia della “Cattolica”, il personalismo cristiano di Maratain, l’attivismo di Dewey, le visite alla “Rinnovata Pizzigoni” e alla “Pestalozzi” di Milano.
Si trattava “solo” di tradurle in azioni: pensiero e azione.

L’intervento didattico

Il mio intervento educativo si sostanziava in tre momenti:

  1. accoglienza: mettiamoli in fila e portiamoli in mensa
  2. refezione: si mangia
  3. intervallo: si gioca

Il punto 1 era il più duro: c’era chi urlava, chi si menava, chi si appiccicava al compagno davanti e si dimenava, chi scappava…

Poi, al punto 2 in mensa, calava il silenzio: tutti mangiavano. Gli “inappetenti” mangiavano due piatti di pasta al sugo. Io vigilavo e chiedevo alle cuoche il bis per tutti.

Quando chiedevo il ter mi guardavano male: “Il ter? E che è? Ah, il tris, eccerto…”.

Volendo usare i livelli della nuova valutazione della scuola primaria, possiamo dire che l’uso della forchetta era “in via di prima acquisizione”, il numero di piatti di pasta invece era in via di prima, seconda, terza e a volte quarta acquisizione. Il livello “avanzato” non era previsto.
Mangiavano tutto. Non avanzava mai nulla.

Mi volevano bene questi bambini. Mi chiamavano “Maietr”.

Il cappotto

Con il primo stipendio mi comprai un cappotto nuovo, un maxicappotto marrone, in via San Gregorio dove i grossisti al sabato vendevano al pubblico: 39mila lire. Non slanciava la mia figura, ma era alla moda.
Il lunedì successivo il “Maietr” era elegantissimo.

Tra gli alunni ce n’era uno raffreddato dal primo giorno. Aveva una “candela perenne”, ma era abilissimo nel trattenerla; mai rientrava, mai cadeva. Era sempre lì, come un carico pendente, nonostante gli inviti di tutti a soffiarsi il naso.

Quel lunedì mattina finalmente decise di pulirsi il naso! Dove? Sulla manica del mio cappotto nuovo! Quell’evento segnò la mia conversione pedagogica: dal “Credo pedagogico” di Dewey, al “Poema pedagogico” di Makarenko(**).

Traduzione per i non esperti di pedagogia: gli assestai un calcio nel culo che lo fece sobbalzare di circa un metro. Così “percosso (lui) e attonita (la classe)”, al calcio sta.

Io non mi sentii in colpa, il mio intervento aveva una legittimazione pedagogica: Makarenko, educatore sovietico (anche lui vittima di un cappotto nuovo maltrattato?).

Il gioco

Dopo la refezione, si andava in giardino a giocare. Organizzavo la partita di pallone: la mia classe (con il Maietr “fuori quota”) contro le quinte.
I ragazzi di quinta facevano i “fighetti e i veneziani”.

Il nostro schema di gioco era semplice: “densità” tutti intorno al pallone (Sacchi lo brevetterà 20 anni dopo). Io in difesa, libero: Nero Rocco, Blason e Anquilletti i miei modelli; spazzare sempre, tutto, o la palla o la gamba. Lo Zero a Zero era il nostro obiettivo.

Le due colleghe di quinta, Ginetta e Wilma, curavano le ragazze. Si sedevano in due sgabelli ai bordi del campo. Wilma era decisamente carina, capelli rossi, occhi chiari, maglione a collo altro, minigonna scozzese, ampia con un fermaglio, calze nere, velate (le scarpe non me le ricordo).
Talvolta capitava che prendessimo un goal per qualche svista o liscio del “libero”, soprattutto quando Wilma si arrabbiava con le bambine e si agitava sullo sgabello.

Il mio momento di gloria

In una delle ultime partite, un evento fortuito determinò un calcio d’angolo a nostro favore.

Abbandonai il mio presidio in difesa e andai a saltare nel cuore della difesa avversaria. La palla, per strane deviazioni, arrivò giusta. Io svettai dall’alto dei miei 164 cm e insaccai: Uno a Zero per noi.


Clamoroso al Cibali!”(***)


Fui sommerso dagli abbracci. Quando riemersi la mia T-shirt bianca aveva tutti i colori dei miei alunni: giallonaso, rossosugo, neromani, marronenonèdatosapere.

Anche Wilma esultò e mi sorrise.
Io le sorrisi.
La guardai.
Negli occhi.
Aveva i pantaloni

(*) Case minime, case costruite in epoca fascista per far fronte all’emergenza abitativa. Erano alloggi piccolissimi e privi di qualunque elemento decorativo, destinati provvisoriamente ai senzatetto, agli immigrati e agli sfrattati

(**) Anton Semenovič Makarenko, pedagogista e educatore sovietico. “Non lo sapevo ancora, ma avevo un lontano presentimento, che né la disciplina del singolo né la completa libertà del singolo fossero la nostra musica”.

(***) Clamoroso al Cibali! è una celebre locuzione coniata domenica 4 giugno 1961 durante la partita Catania-Inter giocata allo stadio Cibali. Contrariamente ai pronostici, la squadra siciliana vinse 2-0 contro i nerazzurri milanesi.

Straniero a chi?

di Marzia Dolci

Confesso che il primo giorno che portai a scuola mio figlio rimasi parecchio turbata.
Abito a sudovest di Milano e la scuola di quartiere è, per intenderci, la stessa che frequentarono mio padre e mia zia. Allora era chiamata “la scuola dei pugliesi”, per evidenti ragioni di migrazione dal sud Italia.

Un edificio possente con ampie scalinate di marmo e con un’estensione tale che non è difficile perdercisi dentro. Una scuola di frontiera, in un quartiere da sempre molto popolare, il Giambellino.

Certamente conoscevo la composizione etnica del posto dove vivo, che concentra un numero sempre crescente di abitanti dal Nordafrica, Egitto e Marocco, principalmente. Ma l’impatto di quel primo giorno fu grande: ricordo che io e mio figlio arrivammo con molto anticipo nel vialetto che costeggia la scuola, e avvicinandoci sentivamo un rumore crescente che molto somigliava a quello del mercato del giovedì, quello con la frutta e la verdura.

C’erano bambini ovunque, di tutte le taglie, passeggini piramidali che contenevano anche quattro marmocchi alla volta, perché proprio di fronte alle elementari c’è la scuola materna.

Milano. Quartiere Giambellino negli anni ’60

Mi sentivo circondata da persone diverse da me, donne principalmente, che erano per lo più velate e già si conoscevano fra loro, chiacchierando a gran voce senza curarsi dei bambini che spesso ruzzolavano a terra, piangendo disperati.

Mi aggiravo in quel mondo che non conoscevo, straniera nel mio quartiere, cercando volti conosciuti o similari al mio, salvo imbattermi in una ragazza bionda con una bimba dell’età del mio, e chiederle se anche per lei era il primo giorno.

“Noi suntem nou la școală”:

mi ha risposto in rumeno (“Siamo nuovi della scuola”).

Mio figlio per un anno ha avuto un solo compagno con famiglia italiana, e in prima classe i bambini che parlavano e capivano l’italiano erano dieci su 21. Confesso che pensai di cambiare scuola, più e più volte in quei primi giorni.

Ma, come spesso accade, il destino ci mette sulla strada persone giuste al momento giusto. Per una serie di coincidenze conobbi Sara, una giovane donna di origine egiziana nata e cresciuta a Milano, a Porta Genova.

Ricordo che una mattina ci trovammo in coda al Centro per l’impiego, e io mi lagnai con lei di non riuscire a trovare lavoro nonostante il diploma e tanta esperienza. Lei timidamente mi disse che aveva le stesse difficoltà, nonostante la Laurea e la conoscenza di cinque lingue. Chapeau.

Sara fu il mio ponte e la mia guida in quel lembo di città che sembra il Medio Oriente. Mi spiegò tantissimo sulla religione musulmana, sul corretto approccio alle mamme che vedevo davanti a scuola, tanto che io divenni Presidente del Comitato dei Genitori quello stesso ottobre, e la primavera successiva riuscimmo a farci sovvenzionare dal Municipio una serie di letture in doppia lingua, italiano e arabo, nella biblioteca scolastica.

Milano. La scuola del Giambellino

Fu un’emozione incredibile, finalmente quei bambini sentivano la lingua parlata a casa anche a scuola, e facevano a gara a spiegare cosa significasse questo o quello, e le differenze che c’erano tra il marocchino e l’egiziano. Mimavano, interpretavano e partecipavano, tra lo stupore degli insegnanti e dei bambini italiani, che hanno vissuto il tutto come una bizzarra kermesse teatrale.

———————————————————-

Questo è il sesto anno per me e i miei figli nella scuola del “quartiere dei fiori”. Abbiamo organizzato decine di feste e altrettante iniziative di conoscenza e scambi culturali, e piano piano le famiglie italiane stanno tornando a iscrivere qui i propri figli.

Dallo scorso settembre un’altra Sara, figlia di una maestra che ha insegnato da noi per quarant’anni, condivide con me le gioie e le difficoltà quotidiane di questo mondo unico, dove viene da chiedersi: “Straniero a chi?”