Aule azzurre

di Pietro De Luca

Questa narrazione è fedele agli accadimenti, ma è mascherata da nomi fittizi per salvaguardia della privacy. Si riferisce ai miei primissimi tempi di presidenza.

Preside per caso

Ero diventato Preside quasi per caso. Da parecchi anni insegnavo ed ero vicepreside in uno storico Liceo Classico del centro di Milano. Il mio tran tran mi soddisfaceva. Nel corso di un anno scolastico, il Preside venne a mancare e l’Ufficio Scolastico (all’epoca ancora Provveditorato) mi diede l’incarico di presidenza per il resto dell’anno scolastico.

ITC nella periferia milanese

Ebbi poi il rinnovo negli anni successivi, quindi lasciai il prestigioso e centralissimo liceo milanese. Dopo il concorso ebbi l’incarico in un ITC nella periferia nord-ovest della città. La struttura scolastica ospitava anche un ITIS.

Gli spazi erano grandi, ma l’aspetto richiamava un po’ quello di una fabbrica: del resto non eravamo molto lontani dal Portello, storica sede dell’Alfa Romeo.

La scighéra milanese

Il viaggio da casa mia era agevole ma non brevissimo. A fine settembre comparivano giornate cariche di grande foschia e la prima nebbia. Avevo l’impressione di essere andato chissà dove, ma ero sempre in città e pensavo “chissà come sarà quando comincerà il vero periodo nebbioso?”

La shighéra (nebbia) milanese

Tuttavia, come può testimoniare qualunque milanese autoctono e non un trapiantato a Milano come me, seppur dal ’71, non c’è più la nebbia di una volta!

Quella nebbia che la tagliavi a fette; quella nebbia che per attraversarla in macchina dovevi rasentare la linea bianca in mezzo alla carreggiata, con indubbio rischio.

Questo era il contesto dove ero arrivato. Ero molto contento e stimolato dal nuovo compito; mi portavo dietro una quantità di esperienze didattiche arricchenti e avevo una gran voglia di condividerle nel nuovo lavoro e nella nuova scuola.

Conoscere gli studenti

Iniziata la scuola, una delle prime cose che ho voluto fare è stata incontrare gli studenti eletti nel Consiglio di Istituto (uscenti, perché si rinnovano ogni anno) unitamente a quelli del “Collettivo”.

Ogni scuola che si rispetti ne ha uno: è la fucina dove vengono forgiati gli spiriti adolescenziali dei “primini” e non solo da parte dei più grandi. E’ il luogo dove si preparano le iniziative “politiche” tese ad affermare l’autonomia di giudizio degli studenti sulle questioni che agitano il mondo della scuola e più in generale della società, con la conseguente prassi: auto-cogestione, occupazione

Chiesi alla mia Vicepreside di “combinare” l’incontro con gli studenti. Un lunedì mattina poco dopo le 10 si presentano nel mio studio due studenti, rigorosamente vestiti secondo la moda giovanile corrente:

  • Andrea, capelli rasati, jeans e maglia dell’Inter n. 4 (omaggio a capitan Javier Zanetti pensai), Nike Michael Jordan ai piedi, sguardo fiero, ma interrogativo
  • Luca, capelli rasati e testa coperta da berretto Nike, pantaloni cargo taglia comoda (un po’ giù in vita, seppur retti da cinturone con fibbione ranchero), felpa grigia con cappuccio, Nike Michael Jordan ai piedi, sguardo vivace ma circospetto

Ci accomodiamo. Dopo qualche convenevole legato alla maglia nerazzurra n. 4 mi informo sul loro curriculum scolastico. C’era stato qualche inciampo precedente, ma erano oramai avviati verso la conclusione del ciclo di studi: frequentavano due diverse classi Quarte.

La trattativa

Prendendola un po’ alla larga, arriviamo a discutere dell’annuale protesta degli studenti. Nel frattempo erano già cominciate le manifestazioni con epicentro in piazza Cairoli, quindi chiedo apertamente cosa pensano di fare.

La trattativa

Andrea resta per quasi tutto il tempo sfingeo; sguardo curioso e penetrante che sostituisce efficacemente le parole. Luca, evidentemente il portavoce, è invece aperto e colloquiale e conduce in modo serrato la “trattativa” sui giorni di “autogestione” che volevano proporre.

Sette giorni; no 2. Cinque giorni; no 2. Quattro giorni no 3.
Va bene 3. Aggiudicato!

Ci lasciamo con l’impegno che io ne avrei parlato in Collegio Docenti e che loro avrebbero portato la proposta in Collettivo. Ci saremmo quindi rivisti più avanti per definire modalità e periodo.

Un’acca di troppo?

Prima che escano richiedo loro i cognomi e a Luca chiedo dove va la “h” nel suo cognome; Andrea sgrana gli occhi divertito (evidentemente le parole le risparmiava per la curva a San Siro). Luca mi dice che, essendo italiano, il suo cognome non ha “h” e io ribatto che ci sono tanti cognomi italiani che ce l’hanno e comunque mi scusavo se potevo aver capito male.

Le comunità arbëreshë in Italia

In effetti, anche se poteva essere tranquillamente individuato di nazionalità turca, i suoi lineamenti calabresi, a me molto familiari, lo definivano perfettamente italiano.
Tuttavia il suo cognome arbëreshë mi ricordava quello di un mio compagno di studi proveniente da uno dei paesini di lingua albanese che sorgono in Calabria tra la zona del Pollino e l’Appennino pre-Sila, che la “h” ce l’aveva eccome… ma non sono stato lì a insistere.

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E tu cosa ne pensi?”

Dopo qualche giorno, vincendo un certo scetticismo serpeggiante, il Collegio Docenti prendeva atto della mia comunicazione: non ci restava che attendere gli eventi.
Nella grande mensa del centro scolastico, durante la pausa pranzo, incontrai il mio collega preside dell’ITIS adiacente, col quale c’era uno scambio di opinioni a 360 gradi. Parlavamo di questi aspetti di relazione con gli studenti.

Anche lui viveva problematiche analoghe e l’inevitabile conclusione del discorso ci portava a prendere atto della ineluttabilità delle annuali proteste studentesche, assimilabili ai primi sintomi influenzali autunnali che ogni anno ci affliggono.
Allora tanto valeva assumerle nel calendario scolastico e addivenire, con una sorta di “trattativa”  a raggiungere un punto di equilibrio soddisfacente per le parti, in modo da scongiurare azioni più laceranti o pericolose (soprattutto le occupazioni).

Il Collettivo si allarga

Nel successivo incontro con Andrea e Luca, per l’occasione allargato ad altre due studentesse e due studenti, sono stati definiti i giorni e le attività del mattino. Grazie all’aiuto di una docente di Diritto si è organizzata una conferenza su temi economici con relatore un docente della Cattolica.

Avevo chiesto a un P.M. che si occupava di reati economici e di riciclaggio di venirne a parlare coi ragazzi. L’avevo conosciuto negli anni trascorsi nel Liceo del centro.

Però la ciliegina più gradita era stato l’intervento di un noto calciatore dell’epoca che si era diplomato nell’istituto.

Questo calciatore militava in una delle due squadre genovesi e, quando segnava un goal, correva imitando l’airone: aveva l’abitudine di recarsi ogni lunedì a trovare i suoi genitori nel paese della cintura periferica milanese, proprio vicino alla nostra scuola.

La scuola di pomeriggio

C’era anche la richiesta, per i non pochi studenti che lo desideravano, di fermarsi a scuola nel pomeriggio. Questo la dice lunga sulla penuria di spazi di aggregazione a loro disposizione.

Era però difficile organizzare attività pomeridiane anche se loro, sulla scorta dell’esperienza degli anni precedenti, avrebbero voluto “socializzare” ascoltando musica. La loro esigenza era chiara, ma io avevo il problema della sorveglianza per garantire la permanenza in sicurezza; ho quindi manifestato le mie perplessità sull’idea che per tutti i tre pomeriggi si potesse soltanto ascoltare musica.

A quel punto Luca disse che volentieri avrebbero fatto altro: per esempio, ridipingere qualche aula particolarmente “messa male”.

Questo era, e credo lo sia ancora, uno dei tanti problemi delle scuole.

Infatti l’ente che dovrebbe provvedere alla loro manutenzione si occupa prevalentemente delle emergenze, lamentando la cronica penuria di risorse, ma quando queste ci sono partono solo ristrutturazioni spesso faraoniche. Mai che si provveda in modo sistematico a questa banale priorità: aule periodicamente pulite e rinfrescate.

Dipingere le aule

Valutati gli aspetti problematici legati a questa loro esigenza, correndo anche qualche rischio, butto lì che se loro fossero stati disposti a farlo io avrei messo a loro disposizione la vernice e i materiali. Accettano.

Il progetto di aula dipinta

Vinta abbastanza facilmente la resistenza del Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi (una persona pragmatica e molto innovativa, almeno rispetto allo standard che si può incontrare generalmente nella P.A.) organizziamo il tutto.

I camici vengono messi a disposizione dai Collaboratori Scolastici, divertiti ma disponibili anche a sovrintendere ai lavori e alla sorveglianza. Vengono spostate assieme le suppellettili e posti teli per terra per evitare di sporcare tutto. Arrivata la pittura, i rulli e i pennelli… pronti, si parte!

Il pomeriggio è troppo azzurro…”

Nei tre pomeriggi di co-gestione, più un quarto resosi necessario per concludere i lavori anche di pulizia, sono state ridipinte due aule: quelle delle due quarte di Luca e Andrea, uno tra i più abili nel lavoro.

Il colore era stato scelto dai ragazzi: soffitto e metà pareti idropittura in AZZURRO, il resto delle pareti fino a terra in smalto BLU. L’azzurro era stato ottenuto con l’aiuto di un collaboratore scolastico particolarmente esperto nella miscelazione dei colori.

Il colore è piaciuto tantissimo e ha sollevato la curiosità di tutti quegli studenti che, terminate le attività del mattino, andavano a casa. Era veramente un lavoro ben riuscito.


Nei giorni successivi c’era stata una lunga processione in visita a queste due aule sotto il vigile controllo di chi aveva ridipinto: erano state dettate regole severissime per chi, anche inavvertitamente, avrebbe potuto rovinare il lavoro fatto.

Il contagio

Qualche giorno dopo, i rappresentanti di classe di una prima chiedono di vedermi; erano una studentessa e uno studente. Chiedono anche loro di poter ridipingere la loro aula di AZZURRO.

Ammetto che sono rimasto molto sorpreso dalla richiesta, che proveniva da una classe prima, ma con loro credo di aver raggiunto una perfidia difficilmente eguagliabile: ho detto loro che mi riservavo di vedere i risultati del primo quadrimestre prima di accordare la richiesta e che speravo sarebbero stati mediamente positivi. Loro hanno incassato e sono tornati in classe.

Nel febbraio successivo anche una terza aula venne ridipinta in AZZURRO. Quando si dice che spesso i giovani non hanno né arte né parte…

Come i diamanti: insegnare è per sempre

di Claudia Pisati

Prima ancora di laurearmi in Lingue avevo iniziato a fare supplenze già durante il secondo anno di Università; oggi sembra strano, ma una volta era normale. Da quel giorno non ho mai più smesso di insegnare.

La mia prima esperienza in cattedra non fu proprio esaltante. Entrai in classe in una seconda media dopo l’intervallo; c’era un caos totale e non sapevo da dove cominciare. Provai a richiamare l’attenzione della classe ma senza risultato.

Ero quasi disperata! Presi un ragazzino che urlava più degli altri e gli chiesi di far tacere i suoi compagni. Lui salì in piedi sulla cattedra e urlò: “Ca**o, siete dei co****ni, non vedete che è entrata la Prof? Tacete e andate al posto”.

Ero presa dal panico! E adesso cosa faccio? Gli dico di non usare queste parole? Lo faccio scendere dalla cattedra? Mentre penso cosa fare vedo che i compagni lo ascoltano e si siedono. Era il mio battesimo del fuoco!

La supplentella

Finite le lezioni, stremata per la tensione, andai in sala insegnanti e salutai i colleghi presenti “Buongiorno”. “Ecco” esplode l’insegnante di Arte “arriva la supplentella e ci fa capire che siamo dei vecchietti noi!”. Mi scusai, riposi i libri e tornai a casa esausta. Ma io voglio veramente insegnare?!? All’Università nessuno ci insegna come o cosa si insegna, quindi tutti abbiamo solo replicato ciò che avevamo subito da studenti. Funzionava così…

Comunque ormai la strada era tracciata: pronti, si parte! Girai la provincia di Milano, Melzo-Monza-Pioltello-Milano. Scuole medie e scuole superiori. Cattedre di Inglese e di Francese! Al mattino nebbioni allucinanti (ma dov’è finita la sonnacchiosa scighéra di Milano?), mettevo l’autoradio sulla mitica 126 gialla che mi sarà rubata proprio fuori da scuola. Forse volevano rubare solo l’autoradio che valeva più della macchina!

I primi dubbi: ma perché vado avanti? Le prime risposte: perché mi piace da morire! E’ una sfida continua con me stessa e con la mia timidezza. Il rapporto con gli studenti è fantastico. Forse vedevano in me una quasi amica; avevamo solo sette/otto anni di differenza. E poi mi divertivo: leggevamo Ionesco in francese, recitandolo in classe! Quante risate!!!

Concorso, figlio, ruolo e cattedra…

Poi finalmente arrivò il concorso, mentre insegnavo Francese alle superiori. Seguirono mesi di panico per prepararmi. Chiedevo clemenza agli studenti perché non riuscivo a correggere le verifiche nei soliti tempi rapidi; loro erano sempre dalla mia parte e mi hanno aiutato.

Passato il concorso di Inglese alle medie con un buon punteggio, partorii il mio primo figlio e tornai a casa dalla clinica Mangiagalli. Nello stesso giorno ricevetti il telegramma della mia immissione in ruolo!

Destinazione: corso serale a Gorgonzola, una ventina di km fuori Milano! Per me era un posto ottimo; l’assenza per maternità mi permetteva di evitare i lunghi spostamenti.

Appena preso servizio, mi ricordarono di chiedere subito il riscatto della Laurea, perché così sarebbe stato calcolato sul primo stipendio (cinquecentomila lire; oggi non sono neanche più capace di scriverlo!). Fu un consiglio fantastico; li ringrazio ancora oggi!

La prima “vera” cattedra

A febbraio mi telefonarono per dirmi che in Provveditorato stavano facendo le nomine per il ruolo. Corsi in piazza Missori, dove una volta c’era il Provveditorato, con il figlio in braccio, sperando di captare un po’ di benevolenza! Come da mia richiesta (in effetti avevo presentato un modulo!) mi assegnarono d’ufficio la scuola media di Lacchiarella. “Davvero?!? Ma è sicura???

Non le va bene, professoressa?”

Va BENISSIMO! È a 8 minuti da casa mia! Evvvaiiii!!!!”

Andai a scuola il giorno seguente per presentarmi e vedere l’ambiente. Una meraviglia! Nove classi, un bel paese… ero proprio contenta! Il Preside mi presentò l’insegnante che dovevo sostituire (era una supplente), che mi terrorizzò con i racconti più beceri per dissuadermi dal prenderle il posto. Chiesi “Ma tu l’hai fatto il concorso?”. Mi rispose “Sì, ma non l’ho passato”. “E allora?!? Questa è la mia cattedra; a settembre io prenderò servizio qui”.

Inizierà così la mia lunga avventura a Lacchiarella; 22 anni perfetti! Beh, per essere sinceri all’inizio non furono proprio perfetti; il primo giorno tornai a casa in lacrime. Ero entrata in una prima. “Prof, posso usare la biro blu?” “Prof, vuole il quaderno a righe o a quadretti? Con i margini o senza?” Pensai che non ce l’avrei mai fatta! E invece iniziò così l’amore per questi scavezzacolli meravigliosi che ancora adesso mi chiamano Prof e mi presentano orgogliosi i loro figli.

Lo ammetto: torno spesso a Lacchiarella. Quando sono andata a fare la Preside a Corsico ho lasciato lì il mio cuore.

Preside? Ma siamo matti?

Francesco Cappelli.
Un grande insegnante. Un grande Preside.

La Preside? Ma cosa mi era venuto in mente? Tutta “colpa” di Francesco Cappelli, il più grande Preside che ho incontrato sulla mia strada. Prima Francesco era stato mio collega; insegnava Matematica e Scienze. Era una grande persona, sempre attento agli studenti e a noi colleghi. Poi lui è andato a fare il Preside incaricato altrove.
Quando è ritornato da noi era già di ruolo e mi ha convinta a tentare il concorso per Dirigenti.

Chi io? Ma no dai!”. Ma lui ci credeva e ha insistito, così ci ho provato.

Mi aspettavano le tappe del concorso: prove scritte a settembre 2005, orali a giugno 2006, anno di formazione nel 2006-2007 a Crescenzago (e chi se lo dimentica!). Il tutto, naturalmente, senza perdere una sola ora di lezione a scuola!

Nel luglio 2007, prima di partire per Oxford con alcuni studenti, andai all’Ufficio Scolastico Regionale per avere la nomina a Dirigente Scolastico: Istituto Comprensivo “Copernico” a Corsico! Bene, almeno c’è un maestro che conosco!

Altro giro, altra corsa!

Il primo rapporto con la nuova scuola non fu facile. A volte nelle scuole si formano paure di fronte a ogni cambiamento, ma ormai chi mi poteva fermare? Testa bassa e pedalare, così mi hanno insegnato! Nella vita non ti regala niente nessuno; ti devi conquistare tutto con la forza di volontà.

I.C. “Copernico” di Corsico MI

La scuola era un Istituto Comprensivo con tre scuole dell’infanzia, due primarie e una scuola secondaria! Un gioco da ragazzi! (beh, più o meno…). Via che si riparte! La segreteria inizialmente sembrava freddina. Dovevamo prenderci reciprocamente le misure, ma poi sarà un’intesa perfetta.

In una scuola dell’infanzia c’era una maestra che viene in vacanza nello stesso paese dove io vado da sempre e questo mi aiutò. Poi ci sono i docenti che vedono sempre lontano e capiscono che alla scuola ci tengo. I primi mesi furono faticosi, ma la passione ebbe il sopravvento sulla burocrazia. Avanti! Sostegno ai progetti in corso, nuove proposte, grande collaborazione con l’Amministrazione Comunale, soprattutto quando arrivò la Sindaca Maria Ferrucci, che era un’insegnante.

Nove anni indimenticabili

Passerò così nove anni intensi, ma pieni di gioia. Come potrò dimenticare gli occhi dei bambini quando vedevano scendere Babbo Natale dalle scale della scuola?!? Le loro domande, i loro sguardi bassi quando venivano ripresi, i loro sorrisi e i loro schiamazzi rendevano la scuola un ambiente meraviglioso! 

Furono nove anni intensi, purtroppo rovinati alla fine dalla lunga lotta per la mensa fra il Comune e le famiglie. Il Sindaco, che nel frattempo era cambiato, aveva deciso che i figli delle famiglie che non pagavano la retta non potevano mangiare in mensa. Iniziava così una battaglia, anche mediatica, con i giornalisti scatenati e i cittadini pure.

Io volevo tutelare i miei bambini. Ma secondo voi, potevo lasciare senza pranzo bambini dai 3 ai 10 anni che arrivavano a scuola alle 7.30 e magari restavano lì fino alle 17.00?

Le maestre si mobilitarono, dividevano il loro pranzo, ma il clima era infuocato e io cominciavo a non reggere il ritmo. E’ brutto dirlo, ma ero un po’ stufa!

Una nuova avventura

Fu così che chiesi il trasferimento. Volevo finire la mia carriera alle superiori, dove avevo cominciato. Mi assegnarono l’Istituto Severi Correnti a Milano, Istituto vicino alla casa dei miei genitori. Perfetto! Era, anzi è, un Istituto superiore con quattro indirizzi: Liceo scientifico e linguistico, Istituto professionale odontotecnico e meccanico. In totale mille studenti. Ma le cose semplici mai?!? Pronti via!

IIS Severi-Correnti

Arrivai in quella scuola dopo anni di reggenza e una fusione fra il Professionale e il Liceo mai digerita fino in fondo. Nell’aria respiravo un po’ di resistenza perché “la nuova Preside viene dalle medie!”.

Sentivo che mi mettevano alla prova fin dal primo collegio con l’appello nominale e capii subito che il clima era un po’ conflittuale. Pazienza: si parte!

La macchina del caffè

Da dove si comincia? Ovvio: dalla macchinetta del caffè in Presidenza! L’avevo già sperimentata in Copernico; crea un clima di accoglienza al quale non erano abituati. Solo in seguito scoprii che una famosa esperta di Organizzazione Aziendale aveva scritto un intero libro sul ruolo della macchina del caffè negli uffici…

I rapporti con la segreteria erano buoni, così come con la vicepresidenza. E gli studenti? La porta era sempre aperta per loro; partiti con calma, alla fine è nato un ottimo rapporto. Abbiamo collaborato per la cogestione, il clima era sereno.

Ho dovuto però insistere per una maggiore armonia tra il Professionale e il Liceo.

E i genitori? Forse è qui il punctum dolens. Tanti di loro erano molto collaborativi e attenti, ma troppi erano attenti solo al voto del proprio pargolo, più interessati ai diritti che ai doveri. Le mail continue, le velate minacce di ricorsi, l’attenzione alle inadempienze altrui e mai alle proprie. Si può fare meglio di così, per il bene dei propri figli.

A volte ritornano…

Un giorno tornai in Copernico per ritirare il mio fascicolo personale e i bambini mi corsero incontro urlando: “Sei tornata con noi!!! Evviva!” e giù lacrime! La spontaneità dei bambini è impagabile, irraggiungibile, commovente (a pensarci mi vengono ancora le lacrime agli occhi!).  Andai via singhiozzando, attraverso il magnifico parco Giorgella di Corsico pieno di fiori, e mi chiedevo perché me ne ero andata via.

In realtà lo sapevo: ero andata via perché non sono capace di stare ferma. Perché mi piacciono le sfide e questa sarà per me l’ultima sfida lavorativa.

Chiudere il sipario? No grazie!

Già, perché nel frattempo ero arrivata alla soglia della pensione! Evviva! Feci la mia pratica, tutto a posto. Aspettavo il grande momento ma… ecco che arriva il Covid-19! Si chiudono le scuole, inventiamo la DaD, inventiamo il tutto on line, tiriamo a campare in qualche modo. Una volta a settimana vado a scuola per bagnare le piante nel mio ufficio e per controllare che non ci siano problemi. La scuola vuota è tristissima! Regna il silenzio nel tempio del rumore, poi suona la campanella e tutto sembra normale!

E invece finirà tutto così, nel silenzio fino a giugno, quando iniziò la Maturità. Ma io ormai sono altrove. Non mi sembra di essere andata in pensione. Direi che mi sembra di essere scappata! Non ho potuto salutare nessuno; nessuna festa!  E’ giusto così, ci sarà forse tempo per recuperare, ma l’amaro in bocca resta.

Adesso faccio lezione online per l’Università della Terza Età; oh, quanto mi diverto!

Perché, nel bene e nel male, sono sempre una professoressa.
Perché la scuola e l’insegnamento sono come i diamanti: quando sono un regalo è per sempre

Non tutti i Presidi vengono per nuocere!

di Nadia Di Maria

Non so quanti Presidi e vice-Presidi ho conosciuto fin dalla metà degli anni ’80.

Erano anni di precariato, anni in cui sei come una foglia trasportata dal vento e pressoché trasparente. Anni in cui la freschezza dell’età ti fa divertire a cogliere l’assonanza tra alcuni nomi o cognomi e il modo di essere del loro proprietario.
Poi la carriera continua ma a volte il gioco rimane…

La città dell’oro

Ho iniziato a insegnare Educazione Fisica sulle rive del Po, nella città dell’oro; ricordate qual è? Le graduatorie erano ancora divise e noi donne avevamo più possibilità di esser chiamate (incredibile, ma vero…) poiché solo a noi toccavano le supplenze sulle maternità. I miei studenti erano solo ragazze e sul certificato di servizio spiccava ancora la dicitura Supplenza ed. fisica femminile.

Nel mio primo Liceo Scientifico c’erano solo due sezioni, la A e la B. La Preside era una donna avanti con gli anni: tailleur severo, chignon grigio a banana, linguaggio forbito e d’altri tempi. Era poco interessata alla mia preoccupazione per una sistemazione logistica nel paesino in cui ero appena arrivata.

A Natale regalava il panettone a tutto il Collegio. Quando a metà anno scolastico si sposò con un suo collega, anche lui avanti con gli anni, il giorno seguente era ancora dietro la sua scrivania.

Non si concesse neanche la stravaganza del viaggio di nozze
Durante gli scrutini del primo trimestre quella donna tutta d’un pezzo e perfettina decise che la mia grafia era chiara e ordinata, così ebbi l’onore e l’onere di compilare a mano le pagelle degli studenti con un’elegante stilografica che mi venne prestata allo scopo.

Una baby-insegnante?

In seguito mi trovai in un ITC, sempre in Piemonte. Il Preside confondeva sempre il mio nome e mi chiamava Maria Di Nadia… Quando glielo facevo notare, ripeteva: “Ah già, professoressa Di Maria, Di Gesù…”. Un po’ distratto, mi tolse dieci anni dal certificato di servizio, quindi risultò che insegnavo già a 14 anni! Troppa grazia San…Salvatore!

Bandiera Rossi

Nello stesso anno, ancora nella stessa città, trovai nel Liceo Classico un Preside vistosamente di sinistra. A differenza della Preside tutta d’un pezzo e perfettina, lui si interessò al mio alloggio e mi sconsigliò il convitto delle suore (“… dovresti rientrare alle 8 di sera!”).

Al primo Collegio, quando era ancora concesso fumare, ebbi un mancamento per aver respirato le nubi tossiche nella sala riunioni. Il Preside, facendomi accomodare nel suo ufficio, mi domandò se fossi incinta e mi offrì una grappa per tirarmi su! Dietro la sua scrivania campeggiava una bandiera Rossi.

Presentat-arm!

Siamo giunti così alla successiva supplenza: “Dov’è finito il Preside?” “Non pervenuto!”. Però ci fece l’onore di apparire agli scrutini finali. In quell’occasione mi consigliò di rimandare a settembre in Educazione Fisica una studentessa poco partecipativa. Era la prima volta che mi capitava: “Agli ordini Generale La Marmora!”.

Çiuri, çiuri…

A fine anni ’80 ebbi la mia prima supplenza in Lombardia. Il Preside del Liceo Scientifico era un po’ razzista e non vedeva di buon occhio le mie origini siciliane. Alla mia rispettosissima richiesta di spostare uno scrutinio perché il primo scrutinio di quel giovedì sarebbe stato alle 9 di mattina e il successivo alle 17 del pomeriggio mi rispose: ”Fatti suoi signorina!”. In effetti erano fatti miei, ma non era proibito essere più educato!

Per arrivare a scuola facevo la pendolare da Milano, prendendo il treno tutte le mattine alle 6:00. Tuttavia, anche se un po’ maleducato, devo ringraziare quel Preside; infatti quel giorno, finita la riunione mattutina, presi il treno per Desenzano e passai la giornata a godermi il sole sul lago di Garda per poi rientrare a scuola e partecipare allo scrutinio successivo delle 17.  Non tutti i mali (o i Presidi…) vengono per nuocere

La congiura dei Pazzi

Nello stesso anno il Preside di un Istituto Magistrale dove completavo l’orario dichiarava a gran voce: “Il giorno libero non è un diritto! E’ un privilegio dato dal Preside, se lo ritiene opportuno!”. Ma qui siamo davvero Pazzi!

Il ghiacciaio del monte Bianco

Nell’anno successivo iniziai a insegnare in una scuola media nelle vicinanze di Milano. Il Preside era un omone alto e grosso che non fece un plissè quando la squadra di rugby della scuola passò alle fasi nazionali. Incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!

Come insegnante di sostegno seguivo Pietro, un ragazzino con la sindrome di Down. Lo aiutai a preparare una poesia che avrebbe recitato davanti a tutti durante il saggio di fine anno. Per lui era un obiettivo molto ambizioso e fu uno sforzo infinito, per me e per lui. Come era emozionato Pietro! Quando arrivò il suo momento il Preside sospese l’intervento perché si era fatto tardi e, secondo lui, il ragazzino avrebbe impiegato troppo tempo con la sua esposizione (come dicevamo? ah sì; incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!). Quando lo venne a sapere la faccia di Pietro divenne un cencio Bianco.

Addio occhi sorgenti…

A inizio anni ’90 vagavo ancora nell’hinterland milanese e mi trovai nella sezione staccata di un Liceo Scientifico. Niente Preside in loco, ma forse era un privilegio. Un giorno andai nella sede centrale dell’Istituto per parlare con il Preside.
Mi fece accomodare nel suo ufficio e, prima di degnarsi di alzare gli occhi dai documenti che era intento a leggere, mi lasciò circa dieci minuti impalata sull’attenti ad aspettare il sorgere dei suoi occhi. Non mi salutò nemmeno e non considerò la mia richiesta. Mi trattò con denti Aguzzi.

Ufo robot

Nelle scuole civiche di un corso serale trovai un Preside di tipo goliardico. Un giorno venne in palestra e, notato che io e la mia collega ci cambiavamo nello spogliatoio, ci chiese scherzando (mica tanto però…) se poteva partecipare alla nostra lezione e cambiarsi con noi…

Nello stesso anno, in un’altra scuola civica, il Preside giocava a Tetris con il computer del suo ufficio.

Sempre in ambito tecnologico, nel successivo ITIS la Preside mi convocò per chiedermi cos’era un robot giocattolo appena sequestrato a uno studente. Secondo lei, vista la mia giovane età, potevo essere ben informata sulle nuove tecnologie (o forse pensava che anch’io giocassi con i robot?).

Dispari opportunità

Primi anni ’90, sempre dalle parti di Milano. Il Preside non era un acuto osservatore e restò allibito quando a dicembre entrai in maternità. Non si era accorto che ormai ero al settimo mese… Pochi anni dopo il vice-Preside, saputo che quell’anno sarei andata in maternità, mi guardò infastidito e mormorò: ”Ancora???”. Così capii che le Pari Opportunità potevano andare a farsi… Benedictis.

Una vita graffiante

A fine anni ’90 finalmente feci il mio anno di prova in un Liceo Scientifico del bergamasco. La Preside portava capelli alla maschietta, tailleur rosa shocking, labbra rosso fuoco. Una vita dedicata alla scuola!

Un pomeriggio mi vide in corridoio con mia figlia di tre anni per mano e ci guardò con disprezzo. Il giorno seguente mi riprese facendomi notare che avrei dovuto essere più organizzata, visto che avevo scelto di avere sia una famiglia sia un lavoro.
Secondo lei dovevo avere delle priorità… Leggevo fra le righe che avrei dovuto prediligere la scuola. Che tipo! Graffiante come i Gatti.

Desperate Housewives

Arrivò il terzo millennio e finalmente ottenni il trasferimento provvisorio in un ITIS vicino a Milano. La Dirigente (ormai si chiamavano così i Presidi!) era una signora corpulenta e un po’ mascolina. Anche se brusca nei modi celava un animo gentile, un po’ da nonna. Rimasi in quell’Istituto per cinque anni, un ciclo completo del neoarrivato Liceo Scientifico Tecnologico.

In palestra avevo un collega misantropo che nulla voleva avere a che fare con le classi femminili. Chiamava le studentesse “casalinghe frustrate”; quasi quasi mi faceva rimpiangere i tempi delle vecchie graduatorie divise per genere!

Piccone e baffetto, DS perfetto!

La mia scuola successiva fu un Liceo Scientifico. Quando arrivai notai subito che il Preside che mi accolse era una persona elegante, sempre in giacca e cravatta.

Aveva un accento emiliano e due baffetti che lo facevano somigliare a D’Alema. Dietro le spalle nascondeva un piccone, ma non era Jack lo Squartatore! Chi lo avrebbe mai detto che di domenica si dilettava a scalare le montagne?

Baywatch

Quando lo scalatore gentile andò in pensione arrivò una nuova Dirigente, una donna che mise subito il veto agli studenti che volevano venire a scuola in bermuda: ”Niente gambe pelose in vista”. Non posso dire che fosse retrograda, visto che nei primi anni del ‘900 i pantaloni corti erano l’abbigliamento consigliato ai giovani ragazzi; doveva essere solo un suo gusto del tutto personale. Rimase in quella scuola soltanto due anni, poi scelse di essere avvicinata alla sua città di origine; Lazzarona!

Principessa Triste

Altro giro, altra corsa! Ci risiamo un’altra volta! Al Collegio docenti di settembre ecco che si presentò l’ennesimo Preside. Che burbero che appariva! Distaccato, meticoloso, cavilloso; restiamo tutti un po’ in soggezione.  Si capiva subito che era un tecnico e che odiava i ritardatari.

Ricordo che al mio primo scrutinio arrivai con cinque minuti di ritardo e lui mi fece una di quelle girate davanti all’intero Consiglio di Classe che me ne ricordo ancora oggi. Beh, non che io sia una serial-ritardataria, ma dopo quella figuraccia arrivai sempre con almeno 15 minuti di anticipo!

Era un periodo alquanto difficile della mia vita privata ed evidentemente, senza rendermene conto, spesso vagavo per i corridoi della scuola con in volto un’espressione non proprio felice. Un pomeriggio, al termine del mio servizio, incrociai il Preside nell’atrio. Mi fermò con fare gentile e delicato e mi disse: ”Buongiorno professoressa! Mi scusi, ma non vedo molto bene da lontano, però l’ho riconosciuta dal suo incedere da Principessa Triste…”. 

Quella frase mi scrollò di dosso la nebbia che mi avvolgeva; sorrisi e, ricambiando il saluto, proseguii verso l’uscita. Rimasi molto colpita dalla considerazione scaturita da una persona all’apparenza così distaccata che invece aveva colto il mio stato d’animo senza sapere nulla dei miei travagli personali.
Con una sola frase mi fece uscire dall’anonimato in cui mi sentivo rinchiusa. Fu così che la mia prima impressione si frantumò, lasciando il posto all’idea che dietro (ma neanche tanto…) si celava una persona sensibile e attenta, magari solo un po’ riservata ed estremamente educata.

Non ricordo se in quell’anno o nel successivo mi spinse a frequentare un corso di aggiornamento di inglese per poter insegnare in modalità CLIL. All’inizio accolsi l’invito poco convinta, ma poi ho rinnovato l’iscrizione per quattro anni consecutivi, arricchendo lo studio con l’esperienza in famiglia all’estero per tre estati consecutive.

Questo è stato per me quel raro caso di headmaster (dopo il corso di inglese ormai chiamo così i Presidi!) che se lo incontri per le scale la mattina prima di iniziare, ti fa cominciare bene la giornata.

E allora posso dirlo a voce alta: “Non tutti i Presidi vengono per nuocere!”

Khalida

Una ragazza pakistana riesce a evitare il matrimonio combinato a Islamabad e trova la sua strada grazie all’aiuto della scuola

di Roberto Ceriani

Questa è una storia vera. I nomi e i riferimenti sono inventati per non rendere riconoscibili i protagonisti.

…………………

Khalida era una ragazza pakistana di 17 anni nata in Italia; parlava perfettamente italiano.
Morto suo padre, Khalida viveva con la madre. Per tradizione del suo Paese il fratello del defunto, lo zio di Khalida che viveva a Islamabad, era diventato il capo famiglia. La madre dipendeva da lui e doveva comunicargli i comportamenti di Khalida.

Un giorno Khalida si legò a un compagno di scuola, immigrato da un altro Paese. Ricevuta la grave notizia, lo zio pretese che Khalida tornasse immediatamente sulla buona strada, ma Khalida sembrava irrecuperabile. Inoltre Khalida si rifiutava di trasferirsi in Pakistan dove lo zio le aveva trovato un marito.

Lo zio venne a Milano per rimproverare la madre di Khalida e fare un ultimo tentativo per fare desistere la ragazza dalla vita peccaminosa.
Vista l’inutilità di qualsiasi sforzo, lo zio e un amico caricarono Khalida in macchina e la portarono a forza a Malpensa.

Tenendola rigidamente sotto controllo, la condussero al check-in e le diedero la carta d’imbarco per Islamabad e il passaporto. Khalida era senza bagaglio e non aveva con sé nemmeno un euro, una penna o un foglio di carta. A Islamabad la aspettava il futuro marito.

Pochi minuti prima dell’imbarco Khalida, seduta da sola su una panca vicino al gate, scoppiò a piangere e si avvicinò a una poliziotta: “Io non voglio partire”. Chiamati i colleghi, i poliziotti l’ascoltarono e, mentre l’aereo era già in pista, le chiesero se c’era qualcuno di cui si fidava.

Khalida ricordava a memoria il numero di telefono di un suo professore. Un poliziotto lo chiamò col suo telefono personale e il professore si precipitò a Malpensa. Contattato il Magistrato e sbrigate le pratiche necessarie, il giorno seguente Khalida era già ospite di una struttura protetta, il cui indirizzo era sconosciuto anche a sua madre.

Per andare a scuola e tornare nella residenza protetta fu organizzato un percorso di sicurezza con la cooperazione fra scuola e servizi sociali. I compagni di classe non sapevano nulla e anche fra i docenti la vicenda era nota solo quel poco che bastava per proteggerla. Per mantenersi Khalida lavorava di sera in nero in un bar.

Dopo qualche mese, verso l’ora di fine lezioni, fu notato fuori dalla scuola un tipo sospetto; una bidella che aveva intuito qualcosa lo fotografò di nascosto. Vedendo la foto Khalida sbiancò in volto: “E’ mio zio! E’ tornato!”.

Una professoressa che veniva a scuola con una specie di furgoncino caricò Khalida sul retro e la fece uscire passando proprio vicino allo zio che, nel frattempo, veniva identificato dalla Polizia.

Dopo varie settimane Khalida compì 18 anni e, di mattina presto, aveva l’appuntamento all’Ufficio Immigrazione per ottenere la cittadinanza italiana.
A fine mattinata il Preside sentì bussare al suo ufficio. Entrò una bellissima ragazza con lunghi capelli neri che le cadevano sulle spalle.

Buongiorno! Cosa desidera?”
Ma come, Preside, non mi riconosce?”
No, mi scusi io non…”
Sono Khalida! Sono cittadina italiana!”
Erano solo cinque parole, non una di più. Cinque parole pronunciate con enorme sicurezza, orgoglio, decisione, forza, speranza
Cinque parole che sembravano profumare di futuro…
Cinque parole che si scolpirono indimenticabili nella mente del Preside…

Mentre le pronunciava, Khalida sfoderò un meraviglioso sorriso luminoso che sembrava luccicare sulla sua pelle scura. Il Preside sentì tremare le gambe; con fatica si alzò dalla sedia per andare vicino a Khalida. “Khalida? Ma sei veramente tu? Non ti avrei mai riconosciuta… Così, senza il velo… I capelli…
Ma sai che hai dei bellissimi capelli…”

Quel giorno per Khalida fu una tappa fondamentale del suo percorso di liberazione e la scuola si rivelò essere un tassello decisivo di questo percorso.
Ora Khalida vive in una grande città europea e forse pensa ancora alla sua vecchia scuola in Italia.

Per lei la scuola è il numero di telefono di un professore, per lei la scuola è una bidella fotografa, per lei la scuola è il furgoncino di una professoressa, per lei la scuola è un Preside che trema di fronte ai suoi bellissimi capelli neri.
Anche questo è la scuola…

Ti mando dal Preside

di Aldo Tropea

Questa è una storia vera, che brevemente riassumo cambiando solo il nome della protagonista.

Preside, scusi, c’è una ragazza che è stata inviata da lei dalla professoressa X. Può entrare?” Così una mattina il bidello incaricato di sovraintendere l’atrio antistante il mio ufficio introdusse l’arrivo di una ragazza mentre io stavo lavorando alla formulazione di una circolare sui criteri per la misurazione delle prove e sui rapporti con la valutazione deliberati dal Collegio Docenti.

Si certo. Un attimo”. La ragazza entrò e timidamente restò in piedi di fronte alla scrivania, aspettando che finissi il mio lavoro al computer.

Siediti pure. Come ti chiami?”
Martina B.”

Allora, cosa è successo?”

Niente, Preside. Solo sono stata rimproverata dalla professoressa perché non stavo attenta e quando ho chiesto a voce un po’ alta una cosa alla mia compagna di banco mi ha detto che siccome spesso non capivo i suoi inviti, era meglio che mi facessi spiegare dal Preside il senso della disciplina a scuola
Ah, ma allora non era la prima volta che succedeva!”

Rossa in volto, dopo qualche esitazione la ragazza balbettò: “No, in effetti è capitato qualche altra volta.”
Ti rendi conto di avere sbagliato? Non solo non seguivi la lezione, ma hai disturbato anche la tua compagna! E perché non eri attenta?”
Perché la lezione era molto noiosa e avevo voglia di pensare ad altro chiacchierando un po’ con le mie amiche.”
Guarda, capita di distrarsi perché una lezione non è particolarmente interessante, ma potevi anche sopportarlo ed evitare di disturbare i compagni di classe, soprattutto se eri già stata richiamata per questo… Piuttosto dimmi: al di là delle lezioni a volte noiose, c’è qualche altra cosa che non ti piace in questa scuola?”

Visibilmente imbarazzata, Martina trovò qualche parola di scuse e mormorò che quanto alla mia domanda doveva pensarci. Allora io feci il mio dovere, ricordandole che lo studio può anche essere faticoso a volte ma è sempre necessario e alla lunga soddisfacente come tante altre cose nella vita. Poi le proposi un patto.

Ascoltami, Martina. Tu oggi sei venuta qui perché hai fatto un errore e io ti ho rimproverato per questo. Vorrei però che tu mi facessi una cortesia. Torna qui da me quando vuoi per dirmi liberamente cosa c’è in questa scuola che ti disturba, a cominciare dai miei modi di fare il Preside per poi toccare tutti gli argomenti che vuoi. Sicuramente ci sono molte cose da correggere e se qualcuno me lo fa presente e mi offre dei suggerimenti mi aiuterebbe molto. D’accordo?”

Stupita, Martina mi guardò come se stesse elaborando dentro di sé una lunga serie di domande sullo strano andamento del colloquio e rispose con un sorriso perplesso.
Sì preside, d’accordo. Lo farò.”

Ci rivedemmo da allora qualche altra volta, ma non spessissimo. Mai più per rimproverarla.

Ricordo questo episodio perché, in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione della scuola che ho diretto fino al 2000, il docente incaricato della pubblicazione di un libro per la ricorrenza chiese una serie di testimonianze, tra cui – lo scoprii leggendola – quella di Martina. Non viveva più in Italia e raccontava di quell’incontro in presidenza come di un episodio che aveva completamente cambiato il suo modo di vivere la scuola e il rapporto con gli adulti, facendola profondamente maturare verso la logica della responsabilità.

Io invece me ne ero completamente dimenticato e quella testimonianza diventò per me la cosa più preziosa di un libro che di cose belle ne diceva parecchie.

Così, poiché questo è un sito di “storie di scuola”, ho pensato di raccontarla.

Presidi indimenticabili

di Roberto Ceriani

In mezzo secolo di lavoro nella scuola ho conosciuto un numero enorme di Presidi. Ne ho conosciuti quando ero insegnante e poi ho fatto progetti insieme a loro quando lavoravo all’IRRE Lombardia. In seguito ne ho conosciuti molti facendo io stesso il Preside e poi facendo il valutatore di scuole e di Presidi. Tutto senza contare poi le decine di convegni.

Ma come sono fatti i Presidi? Esattamente come gli insegnanti: anche loro sono di solito competenti e capaci, ma anche fra i Presidi non manca qualche imboscato specialista in fancazzismo. Niente di nuovo sotto il cielo…

Qui racconto alcuni episodi vissuti con vari Presidi, mascherando le storie in modo da non rendere riconoscibili i protagonisti. Per questo sono storie semi-vere.

Teatro a tempo perso

Ero un giovane insegnante e lui era un bravo Preside, serio e incoraggiante. Un giorno scoprii che era anche attore in un importante teatro. Diceva di essere un Preside che recita a tempo perso.

Una sera andai a un suo spettacolo e lo vidi recitare in modo meraviglioso. Era uno dei migliori attori che avessi mai visto recitare.
Il giorno seguente gli dissi “Lei non è un Preside che recita a tempo perso, ma un attore che fa il Preside a tempo perso!”. Mi sorrise e, senza dire una parola, mi portò al bar per offrirmi una birra

Vietato fumare. O no?

Lo conoscevo di fama come un ottimo Preside, molto capace e di grande umanità. L’avevo visto alcune volte di sfuggita, ma non l’avevo mai conosciuto personalmente.

Un giorno, per una breve riunione di lavoro, ebbi l’occasione di entrare nel suo ufficio. Mi accolse gentilmente e subito notai una cosa strana: tutte le finestre erano spalancate! Era pieno inverno e in Presidenza faceva un freddo terribile. Si giustificò dicendo che pativa il caldo quindi…

Tenendo sempre addosso il cappotto, a metà riunione chiesi di andare in bagno e mi indicò i servizi riservati alla Presidenza. Appena entrato in bagno vidi un posacenere pieno di decine di mozziconi di sigaretta. Ecco scoperto il segreto: il Preside fumava di nascosto e apriva le finestre per non far sentire l’odore di fumo! Proprio come i ragazzini! Ma i suoi studenti lo sapevano? Chissà cosa dicevano quando venivano beccati in bagno a fumare…

Signori si nasce (ma qualcuno non lo nacque)

(testo tratto da un post su FaceBook del 14 novembre 2020)

Avevo partecipato al concorso per ricercatori didattici IRRSAE/IRRE Lombardia su suggerimento di una collega che mi aveva segnalato il bando su una fotocopia illeggibile trovata su una sedia in aula insegnanti. A mia insaputa partecipò allo stesso concorso anche il mio Preside di allora, che però non lo superò.

Non essendo esattamente un gran signore, piuttosto arrabbiato il Preside mi convocò in Presidenza per dirmi che lui conosceva bene i membri della Commissione Esaminatrice e sapeva che non capivano nulla. Io, che neanche sapevo esistesse una Commissione, ho così appreso che la graduatoria era stata pubblicata e che il mio nome era il primo nell’elenco.
Grazie Preside per l’informazione…

Aborto 1

Non occorrono indagini scientifiche per sapere che gli studenti vanno a scuola con il loro corpo. Corpo come quello di chiunque. Corpo che a volte crea problemi.

Era stata approvata da poco la Legge sul diritto di aborto. Una studentessa incinta si rivolse al Giudice Tutelare per abortire. Qualcuno l’aveva informata che l’art. 12 della Legge 194 prevede questo caso per le minorenni, che così possono abortire senza farlo sapere ai genitori.

Un’insegnante di CL venne a saperlo. A dispetto della privacy, prontamente diffuse la voce fra i colleghi ciellini e insieme si rivolsero al Preside per evitare questo “delitto”. Mr. Ponzio Pilato non prese posizione, ma convocò i genitori della ragazza perché “c’erano state varie assenze”. Durante il colloquio fece emergere un sospetto e, piano piano, la verità venne a galla.

I docenti ciellini parlarono con i genitori e tutti insieme fecero pressione sulla ragazza fino a quando l’aborto venne evitato. Gli insegnanti ciellini festeggiarono la notizia in aula insegnanti esclamando a voce alta “Ha vinto la vita!”.

Dopo pochi mesi la ragazza abbandonò la scuola. In seguito si separò dal padre di suo figlio e, per mantenere sé stessa e il figlio, iniziò a lavorare facendo le pulizie nelle case.  
Non so se puliva anche le case dei docenti ciellini…

Aborto 2

In anni recenti una ragazza minorenne andò dal Preside “Domani abortirò con l’autorizzazione del Giudice. Non voglio che i miei genitori lo sappiano, ma domani sarò assente e a loro arriverà l’SMS automatico mandato dal Registro Elettronico. Le chiedo di evitarlo”.

Il Preside, che aveva mille difetti ma almeno non si chiamava Ponzio Pilato, cercò inutilmente di contattare il Giudice, senza però riuscirci. Come fare?

Il giorno seguente un misterioso e inspiegabile guasto ai servizi informatici della scuola impedì la trasmissione di tutti gli SMS alle famiglie dei ragazzi assenti. Il giorno successivo, come per miracolo, il servizio informatico riprese a funzionare. I tecnici non hanno mai capito la causa di quel misterioso guasto.

Questa volta “non vinse la vita”, ma almeno la ragazza finì il Liceo e in seguito si iscrisse a Medicina. Forse un giorno, come Dottoressa, farà vincere la vita in un altro modo…

Non conosco nessuno…

Era un Preside appena arrivato a Milano. Un suo insegnante doveva mandare in Provveditorato la richiesta di partecipare a un convegno o qualche cosa di simile, quindi andò in Presidenza per fare firmare la domanda.

Il Preside accolse l’insegnante gentilmente, ma si rifiutò di firmare la richiesta dicendo che “era appena arrivato in città e non conosceva nessuno in Provveditorato”. Il povero docente spiegò che non occorreva conoscere nessuno; si trattava solo di spedire una lettera firmata.

Il Preside si mostrò molto dubbioso e chiese se a Milano è possibile mandare una lettera a un destinatario che non si conosce personalmente. Dopo un po’ di trattativa si convinse a firmare e la segreteria inviò la lettera che arrivò regolarmente e la richiesta contenuta fu accettata. Forse il Preside doveva ancora capire la differenza fra Provveditorato e Babbo Natale…

Camionisti focosi

Lei era una brava Preside, puntigliosa e determinata. Un po’ autoritaria, pretendeva sempre di tenere tutto sotto il suo controllo. Era molto orgogliosa del suo ruolo e ne aveva ottime ragioni: la sua scuola funzionava benissimo e gran parte del merito era suo.

Un giorno ricevette la telefonata di un genitore che chiedeva l’autorizzazione per fare uscire anticipatamente la figlia per una visita medica urgente. Accordato il permesso aveva continuato il suo lavoro.

Nei giorni seguenti l’episodio si ripeté con un’altra ragazza. Poi, sempre avendo le due stesse ragazze come protagoniste, ricevette altre telefonate simili e sempre fece uscire le diciasettenni.

Dopo un po’ di settimane la Preside ebbe qualche dubbio e attivò alcune verifiche. Non le fu difficile scoprire che, più che Preside, il suo ruolo era diventato quello di tenutaria di una casa d’appuntamenti. Infatti le due povere ragazze erano finite in un giro di prostituzione minorile e i clienti erano camionisti in sosta a un Autogrill lungo la Tangenziale.

Dopo essersi ripresa dallo shock, la Preside coinvolse la Polizia e i servizi sociali, senza dimenticare di fare una circolare per i genitori, con cui proibiva i permessi d’uscita in base a semplici telefonate…

Piccoli episodi di grandi Presidi

(testo tratto da un post su FaceBook del 6 novembre 2020)

Per vari anni ho insegnato “Matematica e Fisica” in vari Licei Scientifici milanesi. Molti Licei erano ancora senza nome: si chiamavano il VI, il VII… fino al XIV (praticamente erano come i nomi dei Papi).

Di quegli anni sono ancora in debito personale e professionale con due grandi Presidi che mi hanno insegnato la passione per la scuola: Giorgio Levis e Romeo Brambilla.

Molti consideravano Levis un pazzo, ma quel bravissimo pazzo mi ha insegnato la passione per l’innovazione didattica e ha dato grandi spinte alla mia formazione professionale.

Non era molto diplomatico; anzi era piuttosto burbero. Indimenticabili quelle volte che in corridoio si incazzava con un insegnante o con uno studente: i vetri della scuola tremavano e tutti scappavano nelle aule temendo lo scatenarsi di un conflitto a fuoco!

Da Brambilla ho imparato l’attenzione agli studenti e alle loro fragilità. Era ancora più burbero di Levis, ma quanta sensibilità nascondeva dietro quella folta barba!

A quei tempi a scuola si fumava senza neanche il bisogno di nascondersi; molti insegnanti fumavano persino in aula. Nonostante l’enorme pancia, Brambilla correva nei corridoi per raggiungere gli studenti che fumavano.

Con il suo vocione tenebroso urlava dicendo che il fumo faceva male e loro dovevano spegnere la sigaretta. Urlava tutto sudato, avvolto dal fumo puzzolente del suo sigaro toscano perennemente acceso…