Come i diamanti: insegnare è per sempre

di Claudia Pisati

Prima ancora di laurearmi in Lingue avevo iniziato a fare supplenze già durante il secondo anno di Università; oggi sembra strano, ma una volta era normale. Da quel giorno non ho mai più smesso di insegnare.

La mia prima esperienza in cattedra non fu proprio esaltante. Entrai in classe in una seconda media dopo l’intervallo; c’era un caos totale e non sapevo da dove cominciare. Provai a richiamare l’attenzione della classe ma senza risultato.

Ero quasi disperata! Presi un ragazzino che urlava più degli altri e gli chiesi di far tacere i suoi compagni. Lui salì in piedi sulla cattedra e urlò: “Ca**o, siete dei co****ni, non vedete che è entrata la Prof? Tacete e andate al posto”.

Ero presa dal panico! E adesso cosa faccio? Gli dico di non usare queste parole? Lo faccio scendere dalla cattedra? Mentre penso cosa fare vedo che i compagni lo ascoltano e si siedono. Era il mio battesimo del fuoco!

La supplentella

Finite le lezioni, stremata per la tensione, andai in sala insegnanti e salutai i colleghi presenti “Buongiorno”. “Ecco” esplode l’insegnante di Arte “arriva la supplentella e ci fa capire che siamo dei vecchietti noi!”. Mi scusai, riposi i libri e tornai a casa esausta. Ma io voglio veramente insegnare?!? All’Università nessuno ci insegna come o cosa si insegna, quindi tutti abbiamo solo replicato ciò che avevamo subito da studenti. Funzionava così…

Comunque ormai la strada era tracciata: pronti, si parte! Girai la provincia di Milano, Melzo-Monza-Pioltello-Milano. Scuole medie e scuole superiori. Cattedre di Inglese e di Francese! Al mattino nebbioni allucinanti (ma dov’è finita la sonnacchiosa scighéra di Milano?), mettevo l’autoradio sulla mitica 126 gialla che mi sarà rubata proprio fuori da scuola. Forse volevano rubare solo l’autoradio che valeva più della macchina!

I primi dubbi: ma perché vado avanti? Le prime risposte: perché mi piace da morire! E’ una sfida continua con me stessa e con la mia timidezza. Il rapporto con gli studenti è fantastico. Forse vedevano in me una quasi amica; avevamo solo sette/otto anni di differenza. E poi mi divertivo: leggevamo Ionesco in francese, recitandolo in classe! Quante risate!!!

Concorso, figlio, ruolo e cattedra…

Poi finalmente arrivò il concorso, mentre insegnavo Francese alle superiori. Seguirono mesi di panico per prepararmi. Chiedevo clemenza agli studenti perché non riuscivo a correggere le verifiche nei soliti tempi rapidi; loro erano sempre dalla mia parte e mi hanno aiutato.

Passato il concorso di Inglese alle medie con un buon punteggio, partorii il mio primo figlio e tornai a casa dalla clinica Mangiagalli. Nello stesso giorno ricevetti il telegramma della mia immissione in ruolo!

Destinazione: corso serale a Gorgonzola, una ventina di km fuori Milano! Per me era un posto ottimo; l’assenza per maternità mi permetteva di evitare i lunghi spostamenti.

Appena preso servizio, mi ricordarono di chiedere subito il riscatto della Laurea, perché così sarebbe stato calcolato sul primo stipendio (cinquecentomila lire; oggi non sono neanche più capace di scriverlo!). Fu un consiglio fantastico; li ringrazio ancora oggi!

La prima “vera” cattedra

A febbraio mi telefonarono per dirmi che in Provveditorato stavano facendo le nomine per il ruolo. Corsi in piazza Missori, dove una volta c’era il Provveditorato, con il figlio in braccio, sperando di captare un po’ di benevolenza! Come da mia richiesta (in effetti avevo presentato un modulo!) mi assegnarono d’ufficio la scuola media di Lacchiarella. “Davvero?!? Ma è sicura???

Non le va bene, professoressa?”

Va BENISSIMO! È a 8 minuti da casa mia! Evvvaiiii!!!!”

Andai a scuola il giorno seguente per presentarmi e vedere l’ambiente. Una meraviglia! Nove classi, un bel paese… ero proprio contenta! Il Preside mi presentò l’insegnante che dovevo sostituire (era una supplente), che mi terrorizzò con i racconti più beceri per dissuadermi dal prenderle il posto. Chiesi “Ma tu l’hai fatto il concorso?”. Mi rispose “Sì, ma non l’ho passato”. “E allora?!? Questa è la mia cattedra; a settembre io prenderò servizio qui”.

Inizierà così la mia lunga avventura a Lacchiarella; 22 anni perfetti! Beh, per essere sinceri all’inizio non furono proprio perfetti; il primo giorno tornai a casa in lacrime. Ero entrata in una prima. “Prof, posso usare la biro blu?” “Prof, vuole il quaderno a righe o a quadretti? Con i margini o senza?” Pensai che non ce l’avrei mai fatta! E invece iniziò così l’amore per questi scavezzacolli meravigliosi che ancora adesso mi chiamano Prof e mi presentano orgogliosi i loro figli.

Lo ammetto: torno spesso a Lacchiarella. Quando sono andata a fare la Preside a Corsico ho lasciato lì il mio cuore.

Preside? Ma siamo matti?

Francesco Cappelli.
Un grande insegnante. Un grande Preside.

La Preside? Ma cosa mi era venuto in mente? Tutta “colpa” di Francesco Cappelli, il più grande Preside che ho incontrato sulla mia strada. Prima Francesco era stato mio collega; insegnava Matematica e Scienze. Era una grande persona, sempre attento agli studenti e a noi colleghi. Poi lui è andato a fare il Preside incaricato altrove.
Quando è ritornato da noi era già di ruolo e mi ha convinta a tentare il concorso per Dirigenti.

Chi io? Ma no dai!”. Ma lui ci credeva e ha insistito, così ci ho provato.

Mi aspettavano le tappe del concorso: prove scritte a settembre 2005, orali a giugno 2006, anno di formazione nel 2006-2007 a Crescenzago (e chi se lo dimentica!). Il tutto, naturalmente, senza perdere una sola ora di lezione a scuola!

Nel luglio 2007, prima di partire per Oxford con alcuni studenti, andai all’Ufficio Scolastico Regionale per avere la nomina a Dirigente Scolastico: Istituto Comprensivo “Copernico” a Corsico! Bene, almeno c’è un maestro che conosco!

Altro giro, altra corsa!

Il primo rapporto con la nuova scuola non fu facile. A volte nelle scuole si formano paure di fronte a ogni cambiamento, ma ormai chi mi poteva fermare? Testa bassa e pedalare, così mi hanno insegnato! Nella vita non ti regala niente nessuno; ti devi conquistare tutto con la forza di volontà.

I.C. “Copernico” di Corsico MI

La scuola era un Istituto Comprensivo con tre scuole dell’infanzia, due primarie e una scuola secondaria! Un gioco da ragazzi! (beh, più o meno…). Via che si riparte! La segreteria inizialmente sembrava freddina. Dovevamo prenderci reciprocamente le misure, ma poi sarà un’intesa perfetta.

In una scuola dell’infanzia c’era una maestra che viene in vacanza nello stesso paese dove io vado da sempre e questo mi aiutò. Poi ci sono i docenti che vedono sempre lontano e capiscono che alla scuola ci tengo. I primi mesi furono faticosi, ma la passione ebbe il sopravvento sulla burocrazia. Avanti! Sostegno ai progetti in corso, nuove proposte, grande collaborazione con l’Amministrazione Comunale, soprattutto quando arrivò la Sindaca Maria Ferrucci, che era un’insegnante.

Nove anni indimenticabili

Passerò così nove anni intensi, ma pieni di gioia. Come potrò dimenticare gli occhi dei bambini quando vedevano scendere Babbo Natale dalle scale della scuola?!? Le loro domande, i loro sguardi bassi quando venivano ripresi, i loro sorrisi e i loro schiamazzi rendevano la scuola un ambiente meraviglioso! 

Furono nove anni intensi, purtroppo rovinati alla fine dalla lunga lotta per la mensa fra il Comune e le famiglie. Il Sindaco, che nel frattempo era cambiato, aveva deciso che i figli delle famiglie che non pagavano la retta non potevano mangiare in mensa. Iniziava così una battaglia, anche mediatica, con i giornalisti scatenati e i cittadini pure.

Io volevo tutelare i miei bambini. Ma secondo voi, potevo lasciare senza pranzo bambini dai 3 ai 10 anni che arrivavano a scuola alle 7.30 e magari restavano lì fino alle 17.00?

Le maestre si mobilitarono, dividevano il loro pranzo, ma il clima era infuocato e io cominciavo a non reggere il ritmo. E’ brutto dirlo, ma ero un po’ stufa!

Una nuova avventura

Fu così che chiesi il trasferimento. Volevo finire la mia carriera alle superiori, dove avevo cominciato. Mi assegnarono l’Istituto Severi Correnti a Milano, Istituto vicino alla casa dei miei genitori. Perfetto! Era, anzi è, un Istituto superiore con quattro indirizzi: Liceo scientifico e linguistico, Istituto professionale odontotecnico e meccanico. In totale mille studenti. Ma le cose semplici mai?!? Pronti via!

IIS Severi-Correnti

Arrivai in quella scuola dopo anni di reggenza e una fusione fra il Professionale e il Liceo mai digerita fino in fondo. Nell’aria respiravo un po’ di resistenza perché “la nuova Preside viene dalle medie!”.

Sentivo che mi mettevano alla prova fin dal primo collegio con l’appello nominale e capii subito che il clima era un po’ conflittuale. Pazienza: si parte!

La macchina del caffè

Da dove si comincia? Ovvio: dalla macchinetta del caffè in Presidenza! L’avevo già sperimentata in Copernico; crea un clima di accoglienza al quale non erano abituati. Solo in seguito scoprii che una famosa esperta di Organizzazione Aziendale aveva scritto un intero libro sul ruolo della macchina del caffè negli uffici…

I rapporti con la segreteria erano buoni, così come con la vicepresidenza. E gli studenti? La porta era sempre aperta per loro; partiti con calma, alla fine è nato un ottimo rapporto. Abbiamo collaborato per la cogestione, il clima era sereno.

Ho dovuto però insistere per una maggiore armonia tra il Professionale e il Liceo.

E i genitori? Forse è qui il punctum dolens. Tanti di loro erano molto collaborativi e attenti, ma troppi erano attenti solo al voto del proprio pargolo, più interessati ai diritti che ai doveri. Le mail continue, le velate minacce di ricorsi, l’attenzione alle inadempienze altrui e mai alle proprie. Si può fare meglio di così, per il bene dei propri figli.

A volte ritornano…

Un giorno tornai in Copernico per ritirare il mio fascicolo personale e i bambini mi corsero incontro urlando: “Sei tornata con noi!!! Evviva!” e giù lacrime! La spontaneità dei bambini è impagabile, irraggiungibile, commovente (a pensarci mi vengono ancora le lacrime agli occhi!).  Andai via singhiozzando, attraverso il magnifico parco Giorgella di Corsico pieno di fiori, e mi chiedevo perché me ne ero andata via.

In realtà lo sapevo: ero andata via perché non sono capace di stare ferma. Perché mi piacciono le sfide e questa sarà per me l’ultima sfida lavorativa.

Chiudere il sipario? No grazie!

Già, perché nel frattempo ero arrivata alla soglia della pensione! Evviva! Feci la mia pratica, tutto a posto. Aspettavo il grande momento ma… ecco che arriva il Covid-19! Si chiudono le scuole, inventiamo la DaD, inventiamo il tutto on line, tiriamo a campare in qualche modo. Una volta a settimana vado a scuola per bagnare le piante nel mio ufficio e per controllare che non ci siano problemi. La scuola vuota è tristissima! Regna il silenzio nel tempio del rumore, poi suona la campanella e tutto sembra normale!

E invece finirà tutto così, nel silenzio fino a giugno, quando iniziò la Maturità. Ma io ormai sono altrove. Non mi sembra di essere andata in pensione. Direi che mi sembra di essere scappata! Non ho potuto salutare nessuno; nessuna festa!  E’ giusto così, ci sarà forse tempo per recuperare, ma l’amaro in bocca resta.

Adesso faccio lezione online per l’Università della Terza Età; oh, quanto mi diverto!

Perché, nel bene e nel male, sono sempre una professoressa.
Perché la scuola e l’insegnamento sono come i diamanti: quando sono un regalo è per sempre

Battipaglia-Roma-Goteborg-Milano

di Maria Falivene

Roma, Facoltà di Fisica

Nata nel 1981, fin da bambina sono sempre stata appassionata alla Matematica e alla Fisica. Dopo aver frequentato il liceo scientifico a Battipaglia (SA) mi sono laureata in Fisica all’Università di Roma “La Sapienza”.

So che l’argomento della mia tesi non interessa quasi a nessuno, comunque voglio scriverlo lo stesso: riguardava l’analisi spettroscopica dell’absorbimento del DNA su vescicole sintetiche. Chiaro? No? Beh, non importa…

Appena toltami dalla testa la corona di alloro, solo due giorni dopo la laurea sono partita per Goteborg, in Svezia.
Ero stata mandata da un’azienda che produce strumenti scientifici per laboratori.

Lavoravo come Sales Engineer per l’installazione di microscopi a forza atomica e camere CCD con il monitoraggio della dissipazione. Va bene, anche su questo so che l’argomento non dice nulla a molti lettori, ma per me è importante dirlo a voce alta.

Il lavoro mi piaceva, ma il mio sogno era sempre stato fare l’insegnante.
Fu così che nel 2007 superai il concorso per l’ammissione a Milano alla scuola di specializzazione per l’insegnamento di “Matematica e Fisica”.
Cominciava così la mia avventura nella scuola.

Milano, IIS “Marie Curie – Sraffa”

Infatti, dopo poche settimane, ricevetti la mia prima convocazione per insegnare in un Liceo Scientifico. Ero felice, ma la vera svolta arrivò poco dopo, nel febbraio 2008, con la mia prima supplenza fino al termine delle lezioni all’IIS “Marie Curie” di Milano.

In quella scuola conobbi il mio primo Preside, che mi accompagnò nella scoperta di un nuovo, complicato e affascinante mondo.
Inoltre provavo l’emozione di vedere in classe i miei primi studenti, che mi sembravano i miei fratelli minori.

Per esempio, ricordo un ragazzo di quinta di circa 20 anni che aveva ripetuto qualche anno e si sentiva demotivato a continuare. Ci eravamo conosciuti a febbraio, aveva valutazioni insufficienti in Matematica, non perché gli mancasse la capacità di capire, ma non aveva più nessuna voglia di studiare ed era prossimo al ritiro.

Insegnare Fisica sorridendo (dal web)

Anche se non ero esperta di didattica, ho provato ad aiutare quel ragazzo.
Siamo riusciti insieme a trovare il giusto slancio, la forza e la voglia di continuare.

Ha così iniziato a credere di potercela fare e ce la fece! Anche bene! Alla fine si sono visti i risultati ed è stato proprio così!

Ero un po’ imbarazzata con i nuovi colleghi. Sarà stato per la mia giovane età, o forse per la mia altezza, anzi bassezza, ma in aula insegnanti qualche collega mi prendeva per una studentessa mandata a prendere un registro.

Una volta ero davanti allo sportello della segreteria in fila per chiedere delle informazioni e un collega mi disse che dovevo tornare in classe.
Inizialmente non capii la sua osservazione. Poi lessi su un avviso che gli orari di accesso alla segreteria erano diversi per docenti e studenti. Fu così che realizzai che il collega mi aveva scambiato per una studentessa!

Oltre a insegnare in classe, oggi collaboro alla stesura di alcuni esercizi per testi di matematica per i licei. Nel frattempo, dal 2015, sono diventata docente di ruolo di Matematica e Fisica in un liceo artistico della Brianza, dove collaboro con la mia radiosa, coraggiosa e determinata preside.

Anche se non sono più una supplente alle prime armi, insegnare è per me sempre un motivo di scoperta. Però mi piace tantissimo anche cucinare, stare in mezzo alla gente e sorridere.
Continuo a sorridere del mondo, del futuro e del mio meraviglioso lavoro.

Le mie prime supplenze

di Roberto Ceriani

(testo tratto da un post su FaceBook del 5/11/20)

Le linee celeri dell’Adda (oggi metro M2)

Uscito nel 1969 dall’ITIS Feltrinelli di Milano come Perito Elettrotecnico, mi ero iscritto a Fisica a Milano. Dopo un paio di mesi lavoravo in fabbrica come disegnatore di impianti elettrici. Ero orgoglioso di aver progettato l’illuminazione della sala comandi dell’impianto petrolchimico di Gela, ma poi il petrolchimico è fallito (che siano rimasti al buio?).

La prima supplenza non si scorda mai

Lavoravo frequentando l’Università un po’ sì e un po’ no. Dopo un anno non reggevo più il ritmo di studente-lavoratore, oltretutto condito con intense attività politiche e studio serale di inglese e russo. Ho allora cercato supplenze nelle scuole.

A quel tempo c’era una tale penuria di insegnanti che, anche se ero solo uno studente al secondo anno di Fisica, mi hanno assegnato la prima supplenza il 5 novembre 1970, (il 4 novembre era festa nazionale per ricordare la prima vittoria dopo le guerre puniche).

Insegnavo Elettrotecnica al Professionale Cesare Correnti di Milano, nella sede staccata di Gorgonzola, sul canale Molgora, dove “La ghéra nà scighera che la se pùdea tajà cűnt el curtéll” (Per i non milanesi: “C’era una tale nebbia che si poteva tagliarla con il coltello”).

Uscivo di casa alle 6 per raggiungere la scuola con il leggendario trenino giallo delle Linee Celeri dell’Adda (oggi metro linea 2). Giocando con l’orario scolastico riuscivo a frequentare un po’ l’Università e guadagnare le 130.000 lire al mese che mi permettevano di vivere e pagare gli studi.

Quando portavo gli studenti a visitare una centrale elettrica (sull’Adda ci sono stupende centrali idroelettriche di inizio ‘900), l’ENEL chiedeva l’autorizzazione scritta dei genitori degli studenti perché erano minorenni. Io nascondevo la mia età perché ero minorenne anch’io! Avevo 20 anni e a quel tempo si diventava maggiorenni a 21.

Le supplenze sono come le ciliegie: una tira l’altra

Insegnare mi piaceva, così ho continuato a farlo per tutti gli anni successivi di Università, tranne i 13 mesi in divisa da soldato semplice. Ho fatto poche supplenze nelle scuole medie; ne ho fatte invece molte negli ITIS e nei Professionali.

Insegnavo Matematica, Fisica ed Elettrotecnica. Ho persino insegnato (si fa per dire…) “Disegno di Costruzioni Meccaniche” nei corsi serali di un ITIS, frequentati da lavoratori che di giorno usavano il disegno meccanico e di sera lo spiegavano a me…

La tentazione da insider trader

Agli esami di settembre mi pagavano le “propine esame”. Era un misterioso regalo (in spagnolo propina significa mancia) di circa 70 lire per ogni studente esaminato. Un anziano segretario mi spiegò che dagli anni ‘30 le propine erano una speciale indennità per le spese di risuolatura delle scarpe dovute al percorso a piedi per raggiungere la scuola sede d’esame. Ammetto di avere avuto la tentazione di rimandare a settembre una decina di studenti e guadagnare così 700 lire, ma ho resistito alla tentazione, anche perché mi sarei rovinato troppe scarpe…