Il Maietr

di Luciano Berti

11 ottobre 1971: incarico annuale come Insegnante di attività parascolastiche. Refezione e giochi dalle 12,40 alle 14,40 alla scuola Elementare “Sorelle Agazzi” di P.zza Gasparri, quartiere Comasina nella periferia milanese.

Milano anni ‘70. Piazza Gasparri, quartiere Comasina

Ai confini del quartiere c’era un nucleo di fatiscenti case minime(*), che il Comune di Milano doveva abbattere. Erano case occupate da famiglie di sfrattati, sfruttati e sfruttatori con tanti figli. In attesa di sviluppi, il Comune tollerava questa situazione a patto che i bambini frequentassero la scuola.

Milano – Case minime sopravvissute fino a oggi

I bambini furono iscritti alla scuola elementare di P.zza Gasparri, dove si creò una nuova classe prima. Per formare una nuova classe non c’erano ancora gli Organi Collegiali, criteri, precedenze, equieterogeneità, semestre di nascita… Decidevano gli insegnanti.
I colleghi decisero all’unanimità di mantenere i legami sociali e di sangue che univano quel gruppo di ragazzi, così mi ritrovai con una “bella classetta” di 25 bambini dai 6 ai 9 anni, mai scolarizzati precedentemente.

Giovane e ingenuo, nel mio bagaglio pedagogico c’erano lezioni di pedagogia della “Cattolica”, il personalismo cristiano di Maratain, l’attivismo di Dewey, le visite alla “Rinnovata Pizzigoni” e alla “Pestalozzi” di Milano.
Si trattava “solo” di tradurle in azioni: pensiero e azione.

L’intervento didattico

Il mio intervento educativo si sostanziava in tre momenti:

  1. accoglienza: mettiamoli in fila e portiamoli in mensa
  2. refezione: si mangia
  3. intervallo: si gioca

Il punto 1 era il più duro: c’era chi urlava, chi si menava, chi si appiccicava al compagno davanti e si dimenava, chi scappava…

Poi, al punto 2 in mensa, calava il silenzio: tutti mangiavano. Gli “inappetenti” mangiavano due piatti di pasta al sugo. Io vigilavo e chiedevo alle cuoche il bis per tutti.

Quando chiedevo il ter mi guardavano male: “Il ter? E che è? Ah, il tris, eccerto…”.

Volendo usare i livelli della nuova valutazione della scuola primaria, possiamo dire che l’uso della forchetta era “in via di prima acquisizione”, il numero di piatti di pasta invece era in via di prima, seconda, terza e a volte quarta acquisizione. Il livello “avanzato” non era previsto.
Mangiavano tutto. Non avanzava mai nulla.

Mi volevano bene questi bambini. Mi chiamavano “Maietr”.

Il cappotto

Con il primo stipendio mi comprai un cappotto nuovo, un maxicappotto marrone, in via San Gregorio dove i grossisti al sabato vendevano al pubblico: 39mila lire. Non slanciava la mia figura, ma era alla moda.
Il lunedì successivo il “Maietr” era elegantissimo.

Tra gli alunni ce n’era uno raffreddato dal primo giorno. Aveva una “candela perenne”, ma era abilissimo nel trattenerla; mai rientrava, mai cadeva. Era sempre lì, come un carico pendente, nonostante gli inviti di tutti a soffiarsi il naso.

Quel lunedì mattina finalmente decise di pulirsi il naso! Dove? Sulla manica del mio cappotto nuovo! Quell’evento segnò la mia conversione pedagogica: dal “Credo pedagogico” di Dewey, al “Poema pedagogico” di Makarenko(**).

Traduzione per i non esperti di pedagogia: gli assestai un calcio nel culo che lo fece sobbalzare di circa un metro. Così “percosso (lui) e attonita (la classe)”, al calcio sta.

Io non mi sentii in colpa, il mio intervento aveva una legittimazione pedagogica: Makarenko, educatore sovietico (anche lui vittima di un cappotto nuovo maltrattato?).

Il gioco

Dopo la refezione, si andava in giardino a giocare. Organizzavo la partita di pallone: la mia classe (con il Maietr “fuori quota”) contro le quinte.
I ragazzi di quinta facevano i “fighetti e i veneziani”.

Il nostro schema di gioco era semplice: “densità” tutti intorno al pallone (Sacchi lo brevetterà 20 anni dopo). Io in difesa, libero: Nero Rocco, Blason e Anquilletti i miei modelli; spazzare sempre, tutto, o la palla o la gamba. Lo Zero a Zero era il nostro obiettivo.

Le due colleghe di quinta, Ginetta e Wilma, curavano le ragazze. Si sedevano in due sgabelli ai bordi del campo. Wilma era decisamente carina, capelli rossi, occhi chiari, maglione a collo altro, minigonna scozzese, ampia con un fermaglio, calze nere, velate (le scarpe non me le ricordo).
Talvolta capitava che prendessimo un goal per qualche svista o liscio del “libero”, soprattutto quando Wilma si arrabbiava con le bambine e si agitava sullo sgabello.

Il mio momento di gloria

In una delle ultime partite, un evento fortuito determinò un calcio d’angolo a nostro favore.

Abbandonai il mio presidio in difesa e andai a saltare nel cuore della difesa avversaria. La palla, per strane deviazioni, arrivò giusta. Io svettai dall’alto dei miei 164 cm e insaccai: Uno a Zero per noi.


Clamoroso al Cibali!”(***)


Fui sommerso dagli abbracci. Quando riemersi la mia T-shirt bianca aveva tutti i colori dei miei alunni: giallonaso, rossosugo, neromani, marronenonèdatosapere.

Anche Wilma esultò e mi sorrise.
Io le sorrisi.
La guardai.
Negli occhi.
Aveva i pantaloni

(*) Case minime, case costruite in epoca fascista per far fronte all’emergenza abitativa. Erano alloggi piccolissimi e privi di qualunque elemento decorativo, destinati provvisoriamente ai senzatetto, agli immigrati e agli sfrattati

(**) Anton Semenovič Makarenko, pedagogista e educatore sovietico. “Non lo sapevo ancora, ma avevo un lontano presentimento, che né la disciplina del singolo né la completa libertà del singolo fossero la nostra musica”.

(***) Clamoroso al Cibali! è una celebre locuzione coniata domenica 4 giugno 1961 durante la partita Catania-Inter giocata allo stadio Cibali. Contrariamente ai pronostici, la squadra siciliana vinse 2-0 contro i nerazzurri milanesi.

Non tutti i Presidi vengono per nuocere!

di Nadia Di Maria

Non so quanti Presidi e vice-Presidi ho conosciuto fin dalla metà degli anni ’80.

Erano anni di precariato, anni in cui sei come una foglia trasportata dal vento e pressoché trasparente. Anni in cui la freschezza dell’età ti fa divertire a cogliere l’assonanza tra alcuni nomi o cognomi e il modo di essere del loro proprietario.
Poi la carriera continua ma a volte il gioco rimane…

La città dell’oro

Ho iniziato a insegnare Educazione Fisica sulle rive del Po, nella città dell’oro; ricordate qual è? Le graduatorie erano ancora divise e noi donne avevamo più possibilità di esser chiamate (incredibile, ma vero…) poiché solo a noi toccavano le supplenze sulle maternità. I miei studenti erano solo ragazze e sul certificato di servizio spiccava ancora la dicitura Supplenza ed. fisica femminile.

Nel mio primo Liceo Scientifico c’erano solo due sezioni, la A e la B. La Preside era una donna avanti con gli anni: tailleur severo, chignon grigio a banana, linguaggio forbito e d’altri tempi. Era poco interessata alla mia preoccupazione per una sistemazione logistica nel paesino in cui ero appena arrivata.

A Natale regalava il panettone a tutto il Collegio. Quando a metà anno scolastico si sposò con un suo collega, anche lui avanti con gli anni, il giorno seguente era ancora dietro la sua scrivania.

Non si concesse neanche la stravaganza del viaggio di nozze
Durante gli scrutini del primo trimestre quella donna tutta d’un pezzo e perfettina decise che la mia grafia era chiara e ordinata, così ebbi l’onore e l’onere di compilare a mano le pagelle degli studenti con un’elegante stilografica che mi venne prestata allo scopo.

Una baby-insegnante?

In seguito mi trovai in un ITC, sempre in Piemonte. Il Preside confondeva sempre il mio nome e mi chiamava Maria Di Nadia… Quando glielo facevo notare, ripeteva: “Ah già, professoressa Di Maria, Di Gesù…”. Un po’ distratto, mi tolse dieci anni dal certificato di servizio, quindi risultò che insegnavo già a 14 anni! Troppa grazia San…Salvatore!

Bandiera Rossi

Nello stesso anno, ancora nella stessa città, trovai nel Liceo Classico un Preside vistosamente di sinistra. A differenza della Preside tutta d’un pezzo e perfettina, lui si interessò al mio alloggio e mi sconsigliò il convitto delle suore (“… dovresti rientrare alle 8 di sera!”).

Al primo Collegio, quando era ancora concesso fumare, ebbi un mancamento per aver respirato le nubi tossiche nella sala riunioni. Il Preside, facendomi accomodare nel suo ufficio, mi domandò se fossi incinta e mi offrì una grappa per tirarmi su! Dietro la sua scrivania campeggiava una bandiera Rossi.

Presentat-arm!

Siamo giunti così alla successiva supplenza: “Dov’è finito il Preside?” “Non pervenuto!”. Però ci fece l’onore di apparire agli scrutini finali. In quell’occasione mi consigliò di rimandare a settembre in Educazione Fisica una studentessa poco partecipativa. Era la prima volta che mi capitava: “Agli ordini Generale La Marmora!”.

Çiuri, çiuri…

A fine anni ’80 ebbi la mia prima supplenza in Lombardia. Il Preside del Liceo Scientifico era un po’ razzista e non vedeva di buon occhio le mie origini siciliane. Alla mia rispettosissima richiesta di spostare uno scrutinio perché il primo scrutinio di quel giovedì sarebbe stato alle 9 di mattina e il successivo alle 17 del pomeriggio mi rispose: ”Fatti suoi signorina!”. In effetti erano fatti miei, ma non era proibito essere più educato!

Per arrivare a scuola facevo la pendolare da Milano, prendendo il treno tutte le mattine alle 6:00. Tuttavia, anche se un po’ maleducato, devo ringraziare quel Preside; infatti quel giorno, finita la riunione mattutina, presi il treno per Desenzano e passai la giornata a godermi il sole sul lago di Garda per poi rientrare a scuola e partecipare allo scrutinio successivo delle 17.  Non tutti i mali (o i Presidi…) vengono per nuocere

La congiura dei Pazzi

Nello stesso anno il Preside di un Istituto Magistrale dove completavo l’orario dichiarava a gran voce: “Il giorno libero non è un diritto! E’ un privilegio dato dal Preside, se lo ritiene opportuno!”. Ma qui siamo davvero Pazzi!

Il ghiacciaio del monte Bianco

Nell’anno successivo iniziai a insegnare in una scuola media nelle vicinanze di Milano. Il Preside era un omone alto e grosso che non fece un plissè quando la squadra di rugby della scuola passò alle fasi nazionali. Incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!

Come insegnante di sostegno seguivo Pietro, un ragazzino con la sindrome di Down. Lo aiutai a preparare una poesia che avrebbe recitato davanti a tutti durante il saggio di fine anno. Per lui era un obiettivo molto ambizioso e fu uno sforzo infinito, per me e per lui. Come era emozionato Pietro! Quando arrivò il suo momento il Preside sospese l’intervento perché si era fatto tardi e, secondo lui, il ragazzino avrebbe impiegato troppo tempo con la sua esposizione (come dicevamo? ah sì; incoraggiare e valorizzare non era proprio il suo forte!). Quando lo venne a sapere la faccia di Pietro divenne un cencio Bianco.

Addio occhi sorgenti…

A inizio anni ’90 vagavo ancora nell’hinterland milanese e mi trovai nella sezione staccata di un Liceo Scientifico. Niente Preside in loco, ma forse era un privilegio. Un giorno andai nella sede centrale dell’Istituto per parlare con il Preside.
Mi fece accomodare nel suo ufficio e, prima di degnarsi di alzare gli occhi dai documenti che era intento a leggere, mi lasciò circa dieci minuti impalata sull’attenti ad aspettare il sorgere dei suoi occhi. Non mi salutò nemmeno e non considerò la mia richiesta. Mi trattò con denti Aguzzi.

Ufo robot

Nelle scuole civiche di un corso serale trovai un Preside di tipo goliardico. Un giorno venne in palestra e, notato che io e la mia collega ci cambiavamo nello spogliatoio, ci chiese scherzando (mica tanto però…) se poteva partecipare alla nostra lezione e cambiarsi con noi…

Nello stesso anno, in un’altra scuola civica, il Preside giocava a Tetris con il computer del suo ufficio.

Sempre in ambito tecnologico, nel successivo ITIS la Preside mi convocò per chiedermi cos’era un robot giocattolo appena sequestrato a uno studente. Secondo lei, vista la mia giovane età, potevo essere ben informata sulle nuove tecnologie (o forse pensava che anch’io giocassi con i robot?).

Dispari opportunità

Primi anni ’90, sempre dalle parti di Milano. Il Preside non era un acuto osservatore e restò allibito quando a dicembre entrai in maternità. Non si era accorto che ormai ero al settimo mese… Pochi anni dopo il vice-Preside, saputo che quell’anno sarei andata in maternità, mi guardò infastidito e mormorò: ”Ancora???”. Così capii che le Pari Opportunità potevano andare a farsi… Benedictis.

Una vita graffiante

A fine anni ’90 finalmente feci il mio anno di prova in un Liceo Scientifico del bergamasco. La Preside portava capelli alla maschietta, tailleur rosa shocking, labbra rosso fuoco. Una vita dedicata alla scuola!

Un pomeriggio mi vide in corridoio con mia figlia di tre anni per mano e ci guardò con disprezzo. Il giorno seguente mi riprese facendomi notare che avrei dovuto essere più organizzata, visto che avevo scelto di avere sia una famiglia sia un lavoro.
Secondo lei dovevo avere delle priorità… Leggevo fra le righe che avrei dovuto prediligere la scuola. Che tipo! Graffiante come i Gatti.

Desperate Housewives

Arrivò il terzo millennio e finalmente ottenni il trasferimento provvisorio in un ITIS vicino a Milano. La Dirigente (ormai si chiamavano così i Presidi!) era una signora corpulenta e un po’ mascolina. Anche se brusca nei modi celava un animo gentile, un po’ da nonna. Rimasi in quell’Istituto per cinque anni, un ciclo completo del neoarrivato Liceo Scientifico Tecnologico.

In palestra avevo un collega misantropo che nulla voleva avere a che fare con le classi femminili. Chiamava le studentesse “casalinghe frustrate”; quasi quasi mi faceva rimpiangere i tempi delle vecchie graduatorie divise per genere!

Piccone e baffetto, DS perfetto!

La mia scuola successiva fu un Liceo Scientifico. Quando arrivai notai subito che il Preside che mi accolse era una persona elegante, sempre in giacca e cravatta.

Aveva un accento emiliano e due baffetti che lo facevano somigliare a D’Alema. Dietro le spalle nascondeva un piccone, ma non era Jack lo Squartatore! Chi lo avrebbe mai detto che di domenica si dilettava a scalare le montagne?

Baywatch

Quando lo scalatore gentile andò in pensione arrivò una nuova Dirigente, una donna che mise subito il veto agli studenti che volevano venire a scuola in bermuda: ”Niente gambe pelose in vista”. Non posso dire che fosse retrograda, visto che nei primi anni del ‘900 i pantaloni corti erano l’abbigliamento consigliato ai giovani ragazzi; doveva essere solo un suo gusto del tutto personale. Rimase in quella scuola soltanto due anni, poi scelse di essere avvicinata alla sua città di origine; Lazzarona!

Principessa Triste

Altro giro, altra corsa! Ci risiamo un’altra volta! Al Collegio docenti di settembre ecco che si presentò l’ennesimo Preside. Che burbero che appariva! Distaccato, meticoloso, cavilloso; restiamo tutti un po’ in soggezione.  Si capiva subito che era un tecnico e che odiava i ritardatari.

Ricordo che al mio primo scrutinio arrivai con cinque minuti di ritardo e lui mi fece una di quelle girate davanti all’intero Consiglio di Classe che me ne ricordo ancora oggi. Beh, non che io sia una serial-ritardataria, ma dopo quella figuraccia arrivai sempre con almeno 15 minuti di anticipo!

Era un periodo alquanto difficile della mia vita privata ed evidentemente, senza rendermene conto, spesso vagavo per i corridoi della scuola con in volto un’espressione non proprio felice. Un pomeriggio, al termine del mio servizio, incrociai il Preside nell’atrio. Mi fermò con fare gentile e delicato e mi disse: ”Buongiorno professoressa! Mi scusi, ma non vedo molto bene da lontano, però l’ho riconosciuta dal suo incedere da Principessa Triste…”. 

Quella frase mi scrollò di dosso la nebbia che mi avvolgeva; sorrisi e, ricambiando il saluto, proseguii verso l’uscita. Rimasi molto colpita dalla considerazione scaturita da una persona all’apparenza così distaccata che invece aveva colto il mio stato d’animo senza sapere nulla dei miei travagli personali.
Con una sola frase mi fece uscire dall’anonimato in cui mi sentivo rinchiusa. Fu così che la mia prima impressione si frantumò, lasciando il posto all’idea che dietro (ma neanche tanto…) si celava una persona sensibile e attenta, magari solo un po’ riservata ed estremamente educata.

Non ricordo se in quell’anno o nel successivo mi spinse a frequentare un corso di aggiornamento di inglese per poter insegnare in modalità CLIL. All’inizio accolsi l’invito poco convinta, ma poi ho rinnovato l’iscrizione per quattro anni consecutivi, arricchendo lo studio con l’esperienza in famiglia all’estero per tre estati consecutive.

Questo è stato per me quel raro caso di headmaster (dopo il corso di inglese ormai chiamo così i Presidi!) che se lo incontri per le scale la mattina prima di iniziare, ti fa cominciare bene la giornata.

E allora posso dirlo a voce alta: “Non tutti i Presidi vengono per nuocere!”

Khalida

Una ragazza pakistana riesce a evitare il matrimonio combinato a Islamabad e trova la sua strada grazie all’aiuto della scuola

di Roberto Ceriani

Questa è una storia vera. I nomi e i riferimenti sono inventati per non rendere riconoscibili i protagonisti.

…………………

Khalida era una ragazza pakistana di 17 anni nata in Italia; parlava perfettamente italiano.
Morto suo padre, Khalida viveva con la madre. Per tradizione del suo Paese il fratello del defunto, lo zio di Khalida che viveva a Islamabad, era diventato il capo famiglia. La madre dipendeva da lui e doveva comunicargli i comportamenti di Khalida.

Un giorno Khalida si legò a un compagno di scuola, immigrato da un altro Paese. Ricevuta la grave notizia, lo zio pretese che Khalida tornasse immediatamente sulla buona strada, ma Khalida sembrava irrecuperabile. Inoltre Khalida si rifiutava di trasferirsi in Pakistan dove lo zio le aveva trovato un marito.

Lo zio venne a Milano per rimproverare la madre di Khalida e fare un ultimo tentativo per fare desistere la ragazza dalla vita peccaminosa.
Vista l’inutilità di qualsiasi sforzo, lo zio e un amico caricarono Khalida in macchina e la portarono a forza a Malpensa.

Tenendola rigidamente sotto controllo, la condussero al check-in e le diedero la carta d’imbarco per Islamabad e il passaporto. Khalida era senza bagaglio e non aveva con sé nemmeno un euro, una penna o un foglio di carta. A Islamabad la aspettava il futuro marito.

Pochi minuti prima dell’imbarco Khalida, seduta da sola su una panca vicino al gate, scoppiò a piangere e si avvicinò a una poliziotta: “Io non voglio partire”. Chiamati i colleghi, i poliziotti l’ascoltarono e, mentre l’aereo era già in pista, le chiesero se c’era qualcuno di cui si fidava.

Khalida ricordava a memoria il numero di telefono di un suo professore. Un poliziotto lo chiamò col suo telefono personale e il professore si precipitò a Malpensa. Contattato il Magistrato e sbrigate le pratiche necessarie, il giorno seguente Khalida era già ospite di una struttura protetta, il cui indirizzo era sconosciuto anche a sua madre.

Per andare a scuola e tornare nella residenza protetta fu organizzato un percorso di sicurezza con la cooperazione fra scuola e servizi sociali. I compagni di classe non sapevano nulla e anche fra i docenti la vicenda era nota solo quel poco che bastava per proteggerla. Per mantenersi Khalida lavorava di sera in nero in un bar.

Dopo qualche mese, verso l’ora di fine lezioni, fu notato fuori dalla scuola un tipo sospetto; una bidella che aveva intuito qualcosa lo fotografò di nascosto. Vedendo la foto Khalida sbiancò in volto: “E’ mio zio! E’ tornato!”.

Una professoressa che veniva a scuola con una specie di furgoncino caricò Khalida sul retro e la fece uscire passando proprio vicino allo zio che, nel frattempo, veniva identificato dalla Polizia.

Dopo varie settimane Khalida compì 18 anni e, di mattina presto, aveva l’appuntamento all’Ufficio Immigrazione per ottenere la cittadinanza italiana.
A fine mattinata il Preside sentì bussare al suo ufficio. Entrò una bellissima ragazza con lunghi capelli neri che le cadevano sulle spalle.

Buongiorno! Cosa desidera?”
Ma come, Preside, non mi riconosce?”
No, mi scusi io non…”
Sono Khalida! Sono cittadina italiana!”
Erano solo cinque parole, non una di più. Cinque parole pronunciate con enorme sicurezza, orgoglio, decisione, forza, speranza
Cinque parole che sembravano profumare di futuro…
Cinque parole che si scolpirono indimenticabili nella mente del Preside…

Mentre le pronunciava, Khalida sfoderò un meraviglioso sorriso luminoso che sembrava luccicare sulla sua pelle scura. Il Preside sentì tremare le gambe; con fatica si alzò dalla sedia per andare vicino a Khalida. “Khalida? Ma sei veramente tu? Non ti avrei mai riconosciuta… Così, senza il velo… I capelli…
Ma sai che hai dei bellissimi capelli…”

Quel giorno per Khalida fu una tappa fondamentale del suo percorso di liberazione e la scuola si rivelò essere un tassello decisivo di questo percorso.
Ora Khalida vive in una grande città europea e forse pensa ancora alla sua vecchia scuola in Italia.

Per lei la scuola è il numero di telefono di un professore, per lei la scuola è una bidella fotografa, per lei la scuola è il furgoncino di una professoressa, per lei la scuola è un Preside che trema di fronte ai suoi bellissimi capelli neri.
Anche questo è la scuola…

Ti mando dal Preside

di Aldo Tropea

Questa è una storia vera, che brevemente riassumo cambiando solo il nome della protagonista.

Preside, scusi, c’è una ragazza che è stata inviata da lei dalla professoressa X. Può entrare?” Così una mattina il bidello incaricato di sovraintendere l’atrio antistante il mio ufficio introdusse l’arrivo di una ragazza mentre io stavo lavorando alla formulazione di una circolare sui criteri per la misurazione delle prove e sui rapporti con la valutazione deliberati dal Collegio Docenti.

Si certo. Un attimo”. La ragazza entrò e timidamente restò in piedi di fronte alla scrivania, aspettando che finissi il mio lavoro al computer.

Siediti pure. Come ti chiami?”
Martina B.”

Allora, cosa è successo?”

Niente, Preside. Solo sono stata rimproverata dalla professoressa perché non stavo attenta e quando ho chiesto a voce un po’ alta una cosa alla mia compagna di banco mi ha detto che siccome spesso non capivo i suoi inviti, era meglio che mi facessi spiegare dal Preside il senso della disciplina a scuola
Ah, ma allora non era la prima volta che succedeva!”

Rossa in volto, dopo qualche esitazione la ragazza balbettò: “No, in effetti è capitato qualche altra volta.”
Ti rendi conto di avere sbagliato? Non solo non seguivi la lezione, ma hai disturbato anche la tua compagna! E perché non eri attenta?”
Perché la lezione era molto noiosa e avevo voglia di pensare ad altro chiacchierando un po’ con le mie amiche.”
Guarda, capita di distrarsi perché una lezione non è particolarmente interessante, ma potevi anche sopportarlo ed evitare di disturbare i compagni di classe, soprattutto se eri già stata richiamata per questo… Piuttosto dimmi: al di là delle lezioni a volte noiose, c’è qualche altra cosa che non ti piace in questa scuola?”

Visibilmente imbarazzata, Martina trovò qualche parola di scuse e mormorò che quanto alla mia domanda doveva pensarci. Allora io feci il mio dovere, ricordandole che lo studio può anche essere faticoso a volte ma è sempre necessario e alla lunga soddisfacente come tante altre cose nella vita. Poi le proposi un patto.

Ascoltami, Martina. Tu oggi sei venuta qui perché hai fatto un errore e io ti ho rimproverato per questo. Vorrei però che tu mi facessi una cortesia. Torna qui da me quando vuoi per dirmi liberamente cosa c’è in questa scuola che ti disturba, a cominciare dai miei modi di fare il Preside per poi toccare tutti gli argomenti che vuoi. Sicuramente ci sono molte cose da correggere e se qualcuno me lo fa presente e mi offre dei suggerimenti mi aiuterebbe molto. D’accordo?”

Stupita, Martina mi guardò come se stesse elaborando dentro di sé una lunga serie di domande sullo strano andamento del colloquio e rispose con un sorriso perplesso.
Sì preside, d’accordo. Lo farò.”

Ci rivedemmo da allora qualche altra volta, ma non spessissimo. Mai più per rimproverarla.

Ricordo questo episodio perché, in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione della scuola che ho diretto fino al 2000, il docente incaricato della pubblicazione di un libro per la ricorrenza chiese una serie di testimonianze, tra cui – lo scoprii leggendola – quella di Martina. Non viveva più in Italia e raccontava di quell’incontro in presidenza come di un episodio che aveva completamente cambiato il suo modo di vivere la scuola e il rapporto con gli adulti, facendola profondamente maturare verso la logica della responsabilità.

Io invece me ne ero completamente dimenticato e quella testimonianza diventò per me la cosa più preziosa di un libro che di cose belle ne diceva parecchie.

Così, poiché questo è un sito di “storie di scuola”, ho pensato di raccontarla.

Lavorare come psicologa nelle scuole

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Nelle tre storie precedenti (Reverie, La strana maestra, Vita dura), corrispondenti alle tre fasi della mia vita scolastica, ho indirettamente parlato di come possa avvenire la nascita della motivazione all’apprendimento, dell’importanza del suo consolidamento e di come il successo scolastico conseguente contribuisca all’acquisizione di un buon livello di autostima nell’area scolastica, che in genere rappresenta uno degli elementi costitutivi dell’autostima globale e quindi della fiducia in sé.

In altri termini, si tratta dell’importanza nel corso dello sviluppo psicologico individuale, dell’integrazione del Sé scolastico, ossia del passaggio da una concezione dello studio come obbligo esterno a una motivazione personale e, di conseguenza, all’assunzione di una responsabilità in merito. In genere questo passaggio avviene alle Medie ma può arrivare anche successivamente e a volte mai.

In base alla mia esperienza, un atteggiamento attivo dell’insegnante sia nei termini di stimolo a un apprendimento creativo e non passivo e sia di gratificazione degli aspetti di funzionamento, assieme ad altri fattori esterni (per esempio la famiglia o come è strutturato psicologicamente lo studente) possono dare un notevole contributo.

Anche la gratificazione da parte dell’insegnante, assunto come figura adulta significativa che a volta affianca in modo complementare e altre volte si pone come alternativa ai genitori, funziona da rinforzo positivo nei confronti dell’apprendimento stesso. Si tratta di insegnante attenta/o al clima emotivo che si crea in classe, come fattore che è stato dimostrato essere fondamentale per l’apprendimento. 

Nel mio racconto ho indirettamente parlato anche dell’influenza dei fattori ambientali come elementi che possono disturbare, essere fonte di trauma, crisi e depressione e influenzare negativamente il successo scolastico.

Anche in questi casi si evidenzia la necessità, soprattutto nella scuola Primaria e Secondaria di primo grado ma, perché no, anche in quella di Secondo Grado, di un/a insegnante attento/a e attivo/a nel cogliere quegli elementi di fragilità connessi agli stati d’animo in generale e in particolare al disagio adolescenziale. So anche bene che questa è una questione controversa.

Credo che sia successo, sulla scorta di questi ricordi, del loro impatto emotivo e della loro elaborazione che nel 1993 sono stata entusiasta del programma di educazione socio-affettiva e sessuale promosso dall’Azienda Sanitaria Locale per cui lavoravo. Da allora ho tenuto diversi corsi di formazione sulla comunicazione agli insegnanti di scuola primaria e secondaria di primo grado e in due Centri Educativi Permanenti del Comune contro la dispersione scolastica (non mi è mai riuscito di portarli nelle secondarie di secondo grado).

In particolare ero rimasta affascinata dal Metodo Gordon (Insegnanti Efficaci o Genitori Efficaci – Thomas Gordon – Ed. La Meridiana) che ho percepito come una folgorazione sulla via di Damasco utile anche nella vita, nelle relazioni interpersonali e nella risoluzione dei conflitti sociali. A questo metodo si aggiungeva inoltre la tecnica del Circle Time (o Tempo del Cerchio), particolarmente utile per favorire la comunicazione e un buon clima emotivo in classe.

A questo metodo dopo il 2000 si aggiungeva, in modo complementare, il programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1994 sulle Life Skills (Abilità per la vita), atto a favorire nei bambini e nei ragazzi le competenze cognitive, personali e interpersonali; un lavoro formativo molto intenso emotivamente per gli insegnanti, basato sull’apprendimento attivo ed esperienziale.

Mi è piaciuto molto operare nelle scuole. Ho lavorato con entusiasmo e passione. E’ stata per me un’esperienza professionale e umana importante. Ho trovato insegnanti affaticati da un lavoro molto duro e poco riconosciuto, ma sensibili e affamati di strumenti che li aiutassero a gestire meglio i problemi in classe e con meno stress.

Mi piace pensare che il mio lavoro sia servito a qualcosa perché tutto ciò che ho fatto, una mole enorme di studio, preparazione, incontri, collaborazioni con colleghi, a giudicare dai feed-back, è stato per me fonte di grande soddisfazione e gratificazione in linea con la mia esperienza personale scolastica, ciò che ho ricevuto e ciò che mi è mancato.

Vita dura

di Mimosa Gialla

Nota della redazione.
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

In realtà, dalle scuole serali in poi, non fu affatto semplice. L’impatto col lavoro, le difficoltà logistiche, la mancanza di tempo per studiare, i rapporti rarefatti con gli insegnanti (ne ricordo veramente pochi) furono veramente un grosso ostacolo alla concentrazione.

A quei tempi la si conquistava l’autonomia molto più facilmente di adesso, ma questo voleva dire anche essere sbalzati in un mondo di solitudine in cui dovevi assumerti le tue responsabilità e farti carico in toto dei tuoi problemi.

I miei genitori si limitavano a essere informati su quanto accadeva a scuola e lasciavano fare senza coinvolgersi più di tanto. Per loro avere una figlia che studiava ancora ovviamente faceva piacere, ma era tutto grasso che colava poiché non ne vedevano la necessità. 

Fu così che in quarta venni rimandata per la prima volta, in Diritto, una materia tecnica che non stimolava affatto i miei interessi che erano rivolti soprattutto alle materie umanistiche e alle lingue.
E in quinta, complici alcuni problemi adolescenziali e la malattia di mia madre, ma anche la mia prima relazione d’amore importante, persi la capacità di studiare e alla maturità feci un esame orale decisamente mediocre.

Questa fu una fase cruciale nella mia vita alla quale sono tornata spesso con la mente e di cui mi è rimasto il ricordo di una difficoltà, di una solitudine e di una mancanza che hanno avuto grosse ripercussioni sul mio rendimento scolastico, fonte di piacere e di autostima, di sicurezza che in quel momento vennero a mancare.

Quando si parla di disagio adolescenziale, che successivamente studiai approfonditamente, penso sempre a questa fase complessa in cui mi imbattei, tuttavia non mi lasciai scoraggiare.
Decisi di lasciare decantare questa sfiducia, questa sorta di delusione narcisistica, questo trauma e, trascorso un anno, mi iscrissi all’Università per seguire la passione che era nata in me: la Psicologia

La strada maestra

di Mimosa Gialla

Nota della redazione:
Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Anche successivamente usufruii dei benefici di quell’esplosione creativa: alle medie l’educazione artistica era una delle mie materie preferite, insieme a quelle umanistiche. 

Non ero una secchiona ma studiare mi piaceva e mi riusciva facile (o forse era il contrario) e i risultati erano buoni.

Ricordo che ci fu un momento di particolare gratificazione quando, forse in seconda media, alcuni dei miei insegnanti lodarono le mie qualità nella pittura a tempera (complice anche il fatto di avere un padre molto bravo a disegnare), nella scultura, in quelle che si chiamavano attività manuali e pratiche, oltre che nei temi.

Questo non toglie che una volta mi sentii particolarmente umiliata dalla professoressa di lettere che mi rimproverò per non avere studiato “L’Infinito” di Leopardi dandomi della pigra! Mi misi anche a piangere. Nonostante quella mia “pigrizia”… (in realtà mi piaceva molto anche giocare con gli amici), uscii dalle medie con Ottimo.

Poiché ero particolarmente capace nei temi, un giorno l’insegnante di Lettere mi propose di partecipare a un concorso per una borsa di studio. Si trattava proprio di fare un tema. Lì per lì fui perplessa e risposi ingenuamente che io non avevo bisogno di una borsa di studio perché i miei genitori non erano poveri. Ma l’insegnante disse che certamente non erano ricchi e quindi mi suggerì di cogliere questa opportunità.

Beh, anche questo mi servì per consolidare la mia autostima scolastica perché inaspettatamente quella borsa di studio la vinsi davvero.

Quest’esperienza mi ha fatto capire nel tempo l’importanza della gratificazione, una soddisfazione che non sentii mai più nella mia vita, soprattutto nella scuola professionale. Non capii mai il perché di questa mancanza di soddisfazione, dato che anche lì i risultati scolastici furono ottimi.
Questo però non fece crollare la mia motivazione allo studio e quando cominciai a lavorare, a 17 anni, continuai a studiare alle scuole serali e successivamente mi iscrissi all’Università.

Reverie

di Mimosa Gialla

Note della redazione.
1) Dall’Enciclopedia Treccani: rêverie ‹revrì› s. f., fr. [der. di rêve «sogno»]. – Fantasticheria, come condizione di chi si abbandona al fantasticare e come opera che riflette questo stato: Alberto si era inabissato in una rcosì profonda da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico (Capuana). È usato in italiano soprattutto nel linguaggio della critica letteraria, artistica e musicale

2) Questa storia fa parte di un gruppo di tre storie (Reverie, La strana maestra, Vita dura), con cui l’autrice rivede la sua storia scolastica dall’infanzia in poi. Le tre storie sono seguite da una riflessione professionale (Lavorare come psicologa nelle scuole) con cui l’autrice, da Psicologa, riflette sulle storie presentate e sul significato che hanno poi avuto nella sua vita personale e professionale.

Ricordo come in un sogno. Ero in quarta elementare, quindi era il 1965. La nuova insegnante era rimasta a casa per gravidanza e l’aveva sostituita una giovane donna dai capelli lunghi e rossi; credo che si chiamasse Ornella.

Era molto dolce e, per la mia prima comunione, mi aveva regalato un quadernetto dalla copertina bianca con un lucchetto. O forse no; forse vi aveva soltanto scritto una frase di buon auspicio. Ma questo non ha importanza.

Avrà avuto non più di 27 anni e portava con sé una ventata di rinnovamento, probabilmente dovuta alle più recenti idee della pedagogia di quegli anni. 

Ricordo che una mattina ci fece mettere i banchi a isole, a quattro a quattro. Piano piano tutto si trasformava: il modo di fare lezione dell’insegnante, il lavoro in classe, i compiti a casa. Non so dire se fosse già lavoro di gruppo ma la creatività, la libera espressione, era alla base di tutto.

Ricordo alcuni disegni personali: per la storia un castello costruito su della carta da pacchi, il disegno di San Francesco, di Carlo Magno. Per l’educazione artistica il laboratorio di marionette di carta pesta. Per le scienze coltivazione in classe di semi.

Non ricordo molto di più nello specifico se non che probabilmente nasceva la motivazione scolastica: un interesse, un’energia che si sprigionava dentro di me. Non avrei perso la lezione di scienze per niente al mondo… e una mattina ero particolarmente angosciata perché ero in ritardo! Ma, più in generale, non c’era una materia che non mi piacesse.

Una motivazione ad apprendere che non mi avrebbe più abbandonato.

Lei era dolce, non particolarmente ciarliera, sempre incoraggiante. Si andava verso il ’68 e probabilmente risentiva delle nuove idee di pedagogia libertaria di quei tempi.

Rimase solo per quell’anno. Purtroppo. Ma mi sono convinta che tutti, nella vita, dovrebbero avere almeno un’opportunità di questo genere.

Credo che questa esperienza maieutica, quella libertà creativa, quel rispetto, mi abbiano dato molta fiducia in me stessa e fatto nascere l’idea di fare l’insegnante, ambizione che non si poté realizzare perché i miei genitori mi indirizzarono verso altro. Ma più avanti, molto più in là nel tempo, di occuparmi di scuola in modo indiretto.

Maestro per caso

di Luciano Berti

Domenica 10 ottobre 1971 ero uscito con gli amici. Non ricordo il film, ricordo la sera al ristorante
La secchia rapita” dalle parti di viale Marche o giù di lì.

In qualche modo era un “all you can eat” antesignano.

Prima di cominciare, ti portavano arachidi. Non erano velocissimi; tu chiacchieravi e mangiavi arachidi.
Quando arrivavano le pietanze, non è che avessi ancora tanta fame. Il dopocena era da Giancarlo, casa di ringhiera in via Melzo, libera perché sua madre andava a ballare.

Brava donna e generosa, il sabato andava al supermercato (la prima Esselunga, quella in viale Regina Giovanna) e comprava per noi le tavolette di cioccolato svizzero (tre incelofanate) lo Strega originale e il Cynar, sottomarca contro il logorio della vita moderna.

Giusto così, non eravamo certamente logorati. Avevamo meno di vent’anni. 
Strega, Cynar e cioccolato, sopra le arachidi.

Che storia di scuola è?

Calma mo’ arriva la scuola.
Non fu una bella notte.
Non tra la via Emilia e il West, a meno di non chiamare via Emilia il letto e West il cesso.
La mattina non andai all’università.
Verso le 10 ero seduto nel West. Suonò il telefono.
Il telefono era a East.

Mi piacerebbe dire che corsi con tre balzi a rispondere, invece lo raggiunsi camminando veloce con passettini da gheisa. Le mie caviglie erano fasciate dai pantaloni.

“Lei è Luciano Berti?”
“Sì”
“Accetta una supplenza nella scuola di Piazza Gasparri? “
“Va bene, quando devo presentarmi?”
“Prima delle 12,30. Deve fare la attività parascolastiche, mensa e doposcuola, dalle 12,30 alle 16,30”

Mi vestii in fretta e furia (si fa per dire), presi la mia Prinz celeste ereditata da mio padre e mi avviai cantando “Imodium all the people…”

Visto che alla fine sono arrivato a scuola?

La neve d’inverno

di Rosaria Tricomi

Anni Settanta. Inizio della mia carriera scolastica.
Allora non avevo la macchina e, per raggiungere la mia scuola, dovevo percorrere a piedi parecchia strada, sia con il bel tempo sia con il brutto tempo.

Una mattina d’inverno nevicava fortissimo. Uscii di corsa con la speranza di riuscire ad afferrare al volo il primo pullman. Provai una grande delusione nel constatare che era già passato e così mi avviai a piedi per raggiungere la mia scuola, situata in un altro comune. Calzavo degli stivali di gomma bianchi che però lasciavano passare l’acqua, anzi la neve. Arrivai a scuola, con i piedi congelati oltre che bagnati.

Mi venne incontro un’anziana collega che, guardandomi, mi chiese di seguirla. Un po’ preoccupata le andai dietro. Entrò in una stanza e ne uscì con un paio di pantofole. Me le diede dicendomi che erano nuove e di non preoccuparmi se non avevo le scarpe o gli stivali giusti.

Ricorderò sempre le sue parole: “L’importante è quello che sei e ciò che sai fare“. Per un momento rimasi lì stupita, ma subito mi cambiai ed entrai in classe.

Presto mi resi conto di quanto quella saggia e anziana collega avesse ragione: i bambini non notarono le mie pantofole e fu una delle giornate più importanti non solo per me, ma anche per gli alunni che uscirono felici.

Spesso diamo troppa importanza all’apparenza, tralasciando la parte più importante di ognuno di noi. Quella collega aveva proprio ragione!