L’ultima fila

di Luca Chieregato

Nei primi anni in cui lavoravo a scuola entravo con il cappello dell’animatore teatrale. Animare: dare vita.

Me lo ripetevo tutti i giorni. L’energia, Luca, l’energia l’energia. Porta la tua energia, alza la temperatura del gruppo classe, non farli respirare, non dare loro il tempo di pensare, se no poi stanno nella testa, fai succedere cose, fai succedere qualsiasi cosa ma non lasciar cadere la palla.

Come ogni cosa, in questa energia alta abita una luce e un’ombra. Col tempo, ho smesso di entrare a scuola come animatore e mi sono trasformato sempre di più in educatore. Cosa significa, per me? Può voler dire tante cose, ma una in particolare mi sovviene: il tempo.

Adesso, se entro in classe e faccio una domanda – magari una domanda difficile, aspetto. L’animatore che è dentro di me frigge. Sta cadendo la palla, dai, allora, ci muoviamo? Ritmo! Non è il solo a friggere. Anche la docente, spesso, frigge con il mio animatore interno. Allora, bambini? Su. Il cantastorie vi ha fatto una domanda. Dai. Io, invece, aspetto.

Il ritmo casca, è vero.
Anzi, per dirla tutta: se ne va proprio a farsi friggere (insieme all’animatore e alla docente).
Ma quello che ne guadagno è la risposta dell’ultima fila.

Se tengo alto il ritmo, di sicuro risponderanno i primi della classe: i reattivi, i creativi, i semprepronti, quelli che ci danno sempre un sacco di soddisfazioni. Ma ho imparato – non accade sempre, ma spesso – che se mi do il permesso di aspettare, arriverà un regalo dalle retrovie.

E quel tempo, quel silenzio, sarà vissuto come un’opportunità da coloro che non gridano, non reagiscono, non sono semprepronti. Da quell’ultima fila vera o metaforica ho visto piovere risposte memorabili, che non sarebbero mai arrivato se avessi ascoltato il mio animatore interno: ritmo! Invece così, alle volte, ho ricevuto doni inaspettati dai bambini invisibili, lieti per una volta che qualcuno avesse disegnato uno spazio e un tempo in cui potersi esprimere, senza per forza dover mettere la mano al pulsante.

Una bambina in quarta elementare mi chiese: da dove arriva la fantasia?
Aspettai un istante, e invece di rispondere chiesi: chi lo sa? Silenzio.
Poi una mano, due occhi neri vividi, dal fondo: dal fatto che la vita non è come vuoi tu e così te la inventi.

In terza media, dall’ultima fila, una ragazza mi chiede: perché i genitori si preoccupano così tanto per noi?

Piccoli esempi, schegge di intelligenza e di sensibilità. Non capita sempre, e non sempre sono capace di aspettare. Ma a volte sì. Chi c’era in ultima fila, in classe mia, quando ero alle medie? Non lo ricordo.

La prima volta

di Luca Chieregato

La prima volta che sono entrato a scuola da adulto avevo ventiquattro anni.

Era la scuola elementare di Zibido San Giacomo: ricordo ancora che, nel varcare il cancello, ebbi un pensiero che poi ho capito essere negli anni un’intuizione. Questo è il primo giorno di tanti, sussurrò al mio orecchio la mia intuizione, e aveva ragione. Oggi, che di anni ne ho quarantacinque, ancora varco la soglia scolastica pensando di entrare in un luogo magico, dove possono avvenire cose incredibili, non tutte bellissime.

Non sono un insegnante. Sono uno scrittore, un attore, un cantastorie; a scuola ci entro con un cappello speciale, sicuramente più vantaggioso di quello indossato dal docente.
Arrivi, fai la magia, e poi vai via; alcuni me l’hanno raccontato così, il mio modo di stare a scuola.

In questi ventun anni a scuola ho insegnato teatro, scrittura creativa, ho condotto laboratori di animazione sociale, coordinato consigli comunali dei ragazzi, recitato e diretto spettacoli, dibattiti, tenuto riunioni. Ma ancora, come il primo giorno, mi sento di entrare in luogo sacro, pieno di persone vulnerabili che hanno diritto al mio rispetto, alla mia cura, alla mia compassione, alla mia comprensione, alla mia creatività.

Spesso ho sbagliato, a scuola: nel rispondere come non dovevo a un docente, nell’interpretare il comportamento di un ragazzo, nell’assegnare piccole punizioni. Mi ricordo quella volta in cui ho rimproverato un insegnante per come rispose a un ragazzo, e non avevo dati sufficienti per valutare; oppure quando pensavo che Davide, in seconda media, avesse bisogno di essere contenuto e invece aveva bisogno di essere ascoltato.

Si fa, si sbaglia, ogni tanto si legge male. Ricordo anche la bambina che non mi diceva il suo nome, ma se le chiedevo il verso della papera mi rispondeva: qua. E tante altre cose: momenti, immagini, fotografie in movimento di tante emozioni.

Questa è la mia esperienza: quella di qualcuno che arriva da fuori, sente la bellezza dell’ambiente in cui passeggia e ne vede la potenza, la fragilità, la forza, la meraviglia.

Ho sempre avuto grande rispetto per gli insegnanti, anche quando mi è parso di avere di fronte qualcuno che non sapeva per quale motivo fosse lì. Uno dei motivi del rispetto è, per certi versi, il rovescio della medaglia di ciò che dicevo prima: loro non fanno la magia e poi vanno via. Loro fanno la magia alla prima ora, alla seconda ora, e poi ancora domani, e dopodomani… non è facile, per loro.

Ogni tanto, nel guardarli lavorare, mi sono domandato se ricordassero la loro esperienza di bambini, di studenti, prima che di docenti. La prima volta di tutto è sempre un bellissimo mistero.

Straniero a chi?

di Marzia Dolci

Confesso che il primo giorno che portai a scuola mio figlio rimasi parecchio turbata.
Abito a sudovest di Milano e la scuola di quartiere è, per intenderci, la stessa che frequentarono mio padre e mia zia. Allora era chiamata “la scuola dei pugliesi”, per evidenti ragioni di migrazione dal sud Italia.

Un edificio possente con ampie scalinate di marmo e con un’estensione tale che non è difficile perdercisi dentro. Una scuola di frontiera, in un quartiere da sempre molto popolare, il Giambellino.

Certamente conoscevo la composizione etnica del posto dove vivo, che concentra un numero sempre crescente di abitanti dal Nordafrica, Egitto e Marocco, principalmente. Ma l’impatto di quel primo giorno fu grande: ricordo che io e mio figlio arrivammo con molto anticipo nel vialetto che costeggia la scuola, e avvicinandoci sentivamo un rumore crescente che molto somigliava a quello del mercato del giovedì, quello con la frutta e la verdura.

C’erano bambini ovunque, di tutte le taglie, passeggini piramidali che contenevano anche quattro marmocchi alla volta, perché proprio di fronte alle elementari c’è la scuola materna.

Milano. Quartiere Giambellino negli anni ’60

Mi sentivo circondata da persone diverse da me, donne principalmente, che erano per lo più velate e già si conoscevano fra loro, chiacchierando a gran voce senza curarsi dei bambini che spesso ruzzolavano a terra, piangendo disperati.

Mi aggiravo in quel mondo che non conoscevo, straniera nel mio quartiere, cercando volti conosciuti o similari al mio, salvo imbattermi in una ragazza bionda con una bimba dell’età del mio, e chiederle se anche per lei era il primo giorno.

“Noi suntem nou la școală”:

mi ha risposto in rumeno (“Siamo nuovi della scuola”).

Mio figlio per un anno ha avuto un solo compagno con famiglia italiana, e in prima classe i bambini che parlavano e capivano l’italiano erano dieci su 21. Confesso che pensai di cambiare scuola, più e più volte in quei primi giorni.

Ma, come spesso accade, il destino ci mette sulla strada persone giuste al momento giusto. Per una serie di coincidenze conobbi Sara, una giovane donna di origine egiziana nata e cresciuta a Milano, a Porta Genova.

Ricordo che una mattina ci trovammo in coda al Centro per l’impiego, e io mi lagnai con lei di non riuscire a trovare lavoro nonostante il diploma e tanta esperienza. Lei timidamente mi disse che aveva le stesse difficoltà, nonostante la Laurea e la conoscenza di cinque lingue. Chapeau.

Sara fu il mio ponte e la mia guida in quel lembo di città che sembra il Medio Oriente. Mi spiegò tantissimo sulla religione musulmana, sul corretto approccio alle mamme che vedevo davanti a scuola, tanto che io divenni Presidente del Comitato dei Genitori quello stesso ottobre, e la primavera successiva riuscimmo a farci sovvenzionare dal Municipio una serie di letture in doppia lingua, italiano e arabo, nella biblioteca scolastica.

Milano. La scuola del Giambellino

Fu un’emozione incredibile, finalmente quei bambini sentivano la lingua parlata a casa anche a scuola, e facevano a gara a spiegare cosa significasse questo o quello, e le differenze che c’erano tra il marocchino e l’egiziano. Mimavano, interpretavano e partecipavano, tra lo stupore degli insegnanti e dei bambini italiani, che hanno vissuto il tutto come una bizzarra kermesse teatrale.

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Questo è il sesto anno per me e i miei figli nella scuola del “quartiere dei fiori”. Abbiamo organizzato decine di feste e altrettante iniziative di conoscenza e scambi culturali, e piano piano le famiglie italiane stanno tornando a iscrivere qui i propri figli.

Dallo scorso settembre un’altra Sara, figlia di una maestra che ha insegnato da noi per quarant’anni, condivide con me le gioie e le difficoltà quotidiane di questo mondo unico, dove viene da chiedersi: “Straniero a chi?”

Insegnare Italiano ai tempi del Covid

di Capelli Bianchi

Una chiacchierata con Capelli Bianchi, ex-insegnante di Italiano che, per non dimenticare decenni di esperienza in aula, vuole ripensare al lavoro che ha fatto con centinaia di studenti.
Ne escono preziosi suggerimenti per le nuove generazioni di insegnanti, invitati a evitare l’errore di tenere la Scienza lontano dalla Letteratura.

Sono questi gli anticorpi necessari per fare crescere gli studenti consapevoli dei tesori che la Cultura, umanistica e scientifica insieme, mette loro a disposizione per difendersi dalle future pandemie e non solo. Ecco cosa risponde Capelli Bianchi a qualche semplice domanda.

Perché oggi a scuola non basta insegnare Italiano?

Nelle nostre scuole non si insegnano Educazione all’igiene e Storia delle scienze, cioè la storia del lavoro che il progresso della Medicina è costato a medici e ricercatori. Sono insegnamenti interdisciplinari che richiedono competenze scientifiche, storiche e umanistiche.

Ma Covid non è la prima pandemia…

E’ vero, ma nei manuali di storia si dedicano vari capitoli alla Grande Guerra.; Invece, se va bene, è riservato un solo paragrafo alla pandemia di Spagnola e all’eroismo delle infermiere e dei medici che si sono sacrificati per curarla. La Spagnola, un tristissimo corollario di quella guerra, ha mietuto più vittime della guerra stessa (sembra 50 milioni).

Oggi siamo stati colti impreparati al Covid. Davamo per scontato che se hai un po’ di febbre e mal di gola ti prendi un antibiotico e il giorno seguente torni al lavoro. A scuola non ci viene ricordato che fino a pochi anni fa le cose erano ben diverse.

Quando ero piccola, tante famiglie piangevano la morte di bambini uccisi in tenera età dalla difterite per mancanza di antibiotici e vaccini. Oggi invece nessuno teme questo killer.

Milano, Piazza Luigi Cadorna, generale italiano (1850-1928). Principale merito: avere mandato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro. E’ la piazza di interscambio più importante di Milano: una stazione ferroviaria, due linee di metropolitana, sei linee auto-tranviarie, partenza del Malpensa-Express, una grande installazione artistica. Piazza conosciuta da tutti i milanesi, dai pendolari e dai turisti

Milano. Via Alexander Fleming, biologo inglese (1881-1955). Principale merito: avere salvato dalla morte miliardi di persone. Strada periferica lunga circa 100 metri. Via sconosciuta ai milanesi che non abitano lì vicino

Eppure a Fleming, che con la scoperta della penicillina ha salvato miliardi di vite, Milano ha intitolato una viuzza periferica nota solo a chi ci vive. Viali e piazze del centro sono intitolate a potenti e a generali più o meno vittoriosi, che hanno guidato migliaia di giovani a uccidersi fra di loro.

Nella letteratura si parla di pandemie?

Fin dalle origini della nostra tradizione letteraria, il fragore delle armi ha riscosso più interesse di quello dedicato alla guerra silenziosa che l’Umanità ha sempre combattuto contro le malattie. L’hanno combattuta uomini e donne (spesso perseguitate come streghe) cercando rimedi naturali.

Nel Primo Libro dell’Iliade Omero dedica una decina di versi alla pestilenza che stava decimando il campo degli Achei. Invece in tutti i 24 Libri di questo sterminato poema si snodano descrizioni particolareggiate di battaglie, duelli, fabbricazione di armi e celebrazioni di eroi.

Dante colloca Ippocrate e Galieno con grande onore nel Limbo, ma i libri di storia ci dicono pochissimo di questi antichi medici. Eppure ancora oggi i medici pronunciano il Giuramento di Ippocrate all’atto della Laurea e i farmaci preparati dai farmacisti si chiamano ancora galenici.

Cattedrale di Anagni: Ippocrate Galeno, XII secolo

Anche se studiamo la storia di Atene e le imprese di Giustiniano, conosciamo pochissimo della peste di Atene e di quella di Giustiniano. Quel poco che studiamo a scuola lo dobbiamo a grandi narratori come Boccaccio, Manzoni e Camus.

Manzoni, in particolare, è il primo che capovolge il rapporto tra lo spazio dato alla guerra e quello assegnato alla pestilenza. Dedica un paio di capitoli alla guerra di successione al ducato di Mantova e alla calata dei Lanzichenecchi che diffuse la peste in Lombardia. Invece alla peste dedica sette lunghi capitoli, fra i più potenti del Romanzo.

Sono capitoli intrecciati fra Storia documentata e invenzione narrativa (ma la Storia prevale), che ci mostrano le sofferenze della popolazione, il coraggio e il sacrificio di grandi medici come Tadino e Settala, l’abnegazione dei Cappuccini che curano i malati al Lazzaretto, le misure prese dal Cardinal Federigo Borromeo per contenere quel flagello, le dinamiche sociali perverse come la caccia agli untori.

I ragazzi possono capire il senso di questi scritti?

Se oggi mi trovassi ancora di fronte agli studenti farei loro ascoltare le bellissime registrazioni pubblicate da La Repubblica sulla pagina web https://www.repubblica.it/salute/dossier/noi-e-loro/ .

Sono letture di testi letterari tenute dai bravissimi attori Sonia Bergamasco e Neri Marcorè, commentate dal Dott. Alberto Mantovani, uno degli immunologi più importanti al mondo.

I ragazzi potrebbero così ascoltare quello che duemila anni fa Tucidide scriveva sulla peste durante la guerra del Peloponneso e interpretare quel testo con gli occhi della scienza moderna.

Lo stesso potrebbero fare, sullo stesso sito web, anche con i testi di Lucano, Lady Mary Montagu, Giuseppe Parini, Albert Camus e Voltaire. Sono opere di grande pregio pre-scientifico che, interpretate scientificamente da un grande scienziato, assumono un valore storico e documentale che può arrivare diritto al cuore e alla testa dei nostri studenti.

E’ possibile a scuola capire il ruolo culturale della scienza?

Per rispondere bastano un paio di esempi. I nostri Istituti Tecnici preparano ottimi Periti Chimici, ma pochi di loro conoscono la storia della chimica. Per esempio, molti ignorano la vita di Maria Sklodowska Curie, distrutta dalle radiazioni che studiava e di cui l’odierna medicina si serve.

Esemplare è la storia del medico ungherese Semmelweis. A metà dell’Ottocento si rese conto che molte donne povere, che partorivano in ospedale in perfetta salute, morivano poco dopo per le infezioni puerperali.

Semmelweis capì che venivano infettate dai medici che le aiutavano a partorire senza prima essersi lavati le mani con cui avevano toccato malati e cadaveri. Per questo introdusse la disinfezione obbligatoria delle mani, ma l’invidia e l’insipienza dei suoi colleghi lo ridussero a morire in manicomio.
Fu la tristissima sorte di un uomo che aveva salvato la vita di innumerevoli donne, ma oggi igiene e antisepsi sono imprescindibili in qualsiasi luogo di cura.

Cosa dire poi di farmaci e vaccini? Oltre a quello antidifterico, occorrerebbe un trattato per parlare di Pasteur, Jenner, Koch, Sabin e cento altri.

Albert Sabin


Pochi di noi ricordano che a scienziati come loro dobbiamo essere grati se oggi non abbiamo più paura del vaiolo, della poliomielite, della tubercolosi e di altre malattie che fino all’ultima guerra erano endemiche in Italia e in Europa.
Purtroppo lo sono ancora in Paesi meno fortunati.

Come possiamo parlarne con i giovani?

Nel 1972 si è introdotta nelle scuole italiane la vaccinazione contro la Rosolia per tutte le bambine e le ragazze non ancora mestruate; in seguito la vaccinazione è stata estesa a tutti i bambini entro i 15 mesi di età.
Prima di allora, le donne che contraevano la rosolia in gravidanza correvano un rischio terribile: il feto poteva subire malformazioni gravissime. Oggi invece nessuna mamma in attesa deve più patire questa angoscia.

Contemporaneamente, i nati nel 1972 sono stati gli ultimi obbligati a vaccinarsi contro il vaiolo perché, grazie ad anni di vaccinazione di massa, il vaiolo era stato sconfitto definitivamente, dopo aver seminato morte e sfigurato volti fino a metà Novecento.

Analogamente, nel secolo scorso si è sconfitta la tubercolosi. Tuttavia, fino a 30 anni fa studenti, insegnanti, e altri lavoratori a diretto contatto col pubblico, erano tenuti a fare periodicamente la schermografia del torace, o il test Mantoux per isolare gli eventuali portatori del bacillo di Koch.

Se oggi tutto questo venisse studiato a scuola, pochi ragazzi snobberebbero la mascherina e nessuno si sognerebbe di andare ad ammassarsi in discoteca, non lavarsi accuratamente le mani e ritenere inutile la vaccinazione.


Non vedremmo sui social le scene penose di giovani che insultano e minacciano di morte la prima infermiera che si è fatta vaccinare contro il Covid, una ragazza che l’ha fatto per il bene non solo suo, ma di tutti i suoi pazienti e degli stessi insultatori via web.

Cosa possiamo dire ai giovani del vaccino?

Il vaccino ci salverà, ma solo se ci sarà per tutti, non solo per i Paesi più ricchi. Papa Francesco lo ripete nei suoi accorati appelli alla pace e alla solidarietà: non ci si salva da soli, ma insieme.
Questa pandemia ci insegnerà a sostituire la cultura della competizione, dell’accaparramento, della morte, con quella della condivisione, del rispetto della Casa comune, della vita?

Il vaccino è arrivato: i media l’hanno presentato con un po’ di inevitabile retorica, ma anche con la sincera commozione di medici e infermieri che in questi mesi hanno visto morire troppe persone e che meritano tutta la nostra riconoscenza.

Ci hanno curato e continuano a curarci, mettendo a rischio la loro stessa vita, salvando molti di noi. Adesso accettano di essere vaccinati per primi, per proteggersi, ma anche per darci un esempio di coraggio e un motivo di speranza. Eroi li abbiamo spesso definiti, ma il Paese smemorato si ricorderà di loro quando il pericolo sarà passato?

Purtroppo la nostra memoria è corta, soprattutto per quanto riguarda le cose veramente importanti, come l’impegno e i sacrifici di chi ci ha permesso, nel corso della storia, di migliorare le nostre condizioni di vita, di allungare il nostro futuro, di difenderci sempre meglio dagli agguati che la natura, madre ma spesso anche matrigna, ci ha teso e continua a tenderci.

E’ nostro dovere dirlo ai giovani. E’ dovere degli insegnanti parlarne nelle classi, in presenza e a distanza.

Presidi indimenticabili

di Roberto Ceriani

In mezzo secolo di lavoro nella scuola ho conosciuto un numero enorme di Presidi. Ne ho conosciuti quando ero insegnante e poi ho fatto progetti insieme a loro quando lavoravo all’IRRE Lombardia. In seguito ne ho conosciuti molti facendo io stesso il Preside e poi facendo il valutatore di scuole e di Presidi. Tutto senza contare poi le decine di convegni.

Ma come sono fatti i Presidi? Esattamente come gli insegnanti: anche loro sono di solito competenti e capaci, ma anche fra i Presidi non manca qualche imboscato specialista in fancazzismo. Niente di nuovo sotto il cielo…

Qui racconto alcuni episodi vissuti con vari Presidi, mascherando le storie in modo da non rendere riconoscibili i protagonisti. Per questo sono storie semi-vere.

Teatro a tempo perso

Ero un giovane insegnante e lui era un bravo Preside, serio e incoraggiante. Un giorno scoprii che era anche attore in un importante teatro. Diceva di essere un Preside che recita a tempo perso.

Una sera andai a un suo spettacolo e lo vidi recitare in modo meraviglioso. Era uno dei migliori attori che avessi mai visto recitare.
Il giorno seguente gli dissi “Lei non è un Preside che recita a tempo perso, ma un attore che fa il Preside a tempo perso!”. Mi sorrise e, senza dire una parola, mi portò al bar per offrirmi una birra

Vietato fumare. O no?

Lo conoscevo di fama come un ottimo Preside, molto capace e di grande umanità. L’avevo visto alcune volte di sfuggita, ma non l’avevo mai conosciuto personalmente.

Un giorno, per una breve riunione di lavoro, ebbi l’occasione di entrare nel suo ufficio. Mi accolse gentilmente e subito notai una cosa strana: tutte le finestre erano spalancate! Era pieno inverno e in Presidenza faceva un freddo terribile. Si giustificò dicendo che pativa il caldo quindi…

Tenendo sempre addosso il cappotto, a metà riunione chiesi di andare in bagno e mi indicò i servizi riservati alla Presidenza. Appena entrato in bagno vidi un posacenere pieno di decine di mozziconi di sigaretta. Ecco scoperto il segreto: il Preside fumava di nascosto e apriva le finestre per non far sentire l’odore di fumo! Proprio come i ragazzini! Ma i suoi studenti lo sapevano? Chissà cosa dicevano quando venivano beccati in bagno a fumare…

Signori si nasce (ma qualcuno non lo nacque)

(testo tratto da un post su FaceBook del 14 novembre 2020)

Avevo partecipato al concorso per ricercatori didattici IRRSAE/IRRE Lombardia su suggerimento di una collega che mi aveva segnalato il bando su una fotocopia illeggibile trovata su una sedia in aula insegnanti. A mia insaputa partecipò allo stesso concorso anche il mio Preside di allora, che però non lo superò.

Non essendo esattamente un gran signore, piuttosto arrabbiato il Preside mi convocò in Presidenza per dirmi che lui conosceva bene i membri della Commissione Esaminatrice e sapeva che non capivano nulla. Io, che neanche sapevo esistesse una Commissione, ho così appreso che la graduatoria era stata pubblicata e che il mio nome era il primo nell’elenco.
Grazie Preside per l’informazione…

Aborto 1

Non occorrono indagini scientifiche per sapere che gli studenti vanno a scuola con il loro corpo. Corpo come quello di chiunque. Corpo che a volte crea problemi.

Era stata approvata da poco la Legge sul diritto di aborto. Una studentessa incinta si rivolse al Giudice Tutelare per abortire. Qualcuno l’aveva informata che l’art. 12 della Legge 194 prevede questo caso per le minorenni, che così possono abortire senza farlo sapere ai genitori.

Un’insegnante di CL venne a saperlo. A dispetto della privacy, prontamente diffuse la voce fra i colleghi ciellini e insieme si rivolsero al Preside per evitare questo “delitto”. Mr. Ponzio Pilato non prese posizione, ma convocò i genitori della ragazza perché “c’erano state varie assenze”. Durante il colloquio fece emergere un sospetto e, piano piano, la verità venne a galla.

I docenti ciellini parlarono con i genitori e tutti insieme fecero pressione sulla ragazza fino a quando l’aborto venne evitato. Gli insegnanti ciellini festeggiarono la notizia in aula insegnanti esclamando a voce alta “Ha vinto la vita!”.

Dopo pochi mesi la ragazza abbandonò la scuola. In seguito si separò dal padre di suo figlio e, per mantenere sé stessa e il figlio, iniziò a lavorare facendo le pulizie nelle case.  
Non so se puliva anche le case dei docenti ciellini…

Aborto 2

In anni recenti una ragazza minorenne andò dal Preside “Domani abortirò con l’autorizzazione del Giudice. Non voglio che i miei genitori lo sappiano, ma domani sarò assente e a loro arriverà l’SMS automatico mandato dal Registro Elettronico. Le chiedo di evitarlo”.

Il Preside, che aveva mille difetti ma almeno non si chiamava Ponzio Pilato, cercò inutilmente di contattare il Giudice, senza però riuscirci. Come fare?

Il giorno seguente un misterioso e inspiegabile guasto ai servizi informatici della scuola impedì la trasmissione di tutti gli SMS alle famiglie dei ragazzi assenti. Il giorno successivo, come per miracolo, il servizio informatico riprese a funzionare. I tecnici non hanno mai capito la causa di quel misterioso guasto.

Questa volta “non vinse la vita”, ma almeno la ragazza finì il Liceo e in seguito si iscrisse a Medicina. Forse un giorno, come Dottoressa, farà vincere la vita in un altro modo…

Non conosco nessuno…

Era un Preside appena arrivato a Milano. Un suo insegnante doveva mandare in Provveditorato la richiesta di partecipare a un convegno o qualche cosa di simile, quindi andò in Presidenza per fare firmare la domanda.

Il Preside accolse l’insegnante gentilmente, ma si rifiutò di firmare la richiesta dicendo che “era appena arrivato in città e non conosceva nessuno in Provveditorato”. Il povero docente spiegò che non occorreva conoscere nessuno; si trattava solo di spedire una lettera firmata.

Il Preside si mostrò molto dubbioso e chiese se a Milano è possibile mandare una lettera a un destinatario che non si conosce personalmente. Dopo un po’ di trattativa si convinse a firmare e la segreteria inviò la lettera che arrivò regolarmente e la richiesta contenuta fu accettata. Forse il Preside doveva ancora capire la differenza fra Provveditorato e Babbo Natale…

Camionisti focosi

Lei era una brava Preside, puntigliosa e determinata. Un po’ autoritaria, pretendeva sempre di tenere tutto sotto il suo controllo. Era molto orgogliosa del suo ruolo e ne aveva ottime ragioni: la sua scuola funzionava benissimo e gran parte del merito era suo.

Un giorno ricevette la telefonata di un genitore che chiedeva l’autorizzazione per fare uscire anticipatamente la figlia per una visita medica urgente. Accordato il permesso aveva continuato il suo lavoro.

Nei giorni seguenti l’episodio si ripeté con un’altra ragazza. Poi, sempre avendo le due stesse ragazze come protagoniste, ricevette altre telefonate simili e sempre fece uscire le diciasettenni.

Dopo un po’ di settimane la Preside ebbe qualche dubbio e attivò alcune verifiche. Non le fu difficile scoprire che, più che Preside, il suo ruolo era diventato quello di tenutaria di una casa d’appuntamenti. Infatti le due povere ragazze erano finite in un giro di prostituzione minorile e i clienti erano camionisti in sosta a un Autogrill lungo la Tangenziale.

Dopo essersi ripresa dallo shock, la Preside coinvolse la Polizia e i servizi sociali, senza dimenticare di fare una circolare per i genitori, con cui proibiva i permessi d’uscita in base a semplici telefonate…

Piccoli episodi di grandi Presidi

(testo tratto da un post su FaceBook del 6 novembre 2020)

Per vari anni ho insegnato “Matematica e Fisica” in vari Licei Scientifici milanesi. Molti Licei erano ancora senza nome: si chiamavano il VI, il VII… fino al XIV (praticamente erano come i nomi dei Papi).

Di quegli anni sono ancora in debito personale e professionale con due grandi Presidi che mi hanno insegnato la passione per la scuola: Giorgio Levis e Romeo Brambilla.

Molti consideravano Levis un pazzo, ma quel bravissimo pazzo mi ha insegnato la passione per l’innovazione didattica e ha dato grandi spinte alla mia formazione professionale.

Non era molto diplomatico; anzi era piuttosto burbero. Indimenticabili quelle volte che in corridoio si incazzava con un insegnante o con uno studente: i vetri della scuola tremavano e tutti scappavano nelle aule temendo lo scatenarsi di un conflitto a fuoco!

Da Brambilla ho imparato l’attenzione agli studenti e alle loro fragilità. Era ancora più burbero di Levis, ma quanta sensibilità nascondeva dietro quella folta barba!

A quei tempi a scuola si fumava senza neanche il bisogno di nascondersi; molti insegnanti fumavano persino in aula. Nonostante l’enorme pancia, Brambilla correva nei corridoi per raggiungere gli studenti che fumavano.

Con il suo vocione tenebroso urlava dicendo che il fumo faceva male e loro dovevano spegnere la sigaretta. Urlava tutto sudato, avvolto dal fumo puzzolente del suo sigaro toscano perennemente acceso…

Il primo giorno di scuola

di Laura Crisafulli

Una delle fortune di essere insegnante è che ogni anno puoi rivivere il primo giorno di scuola!
In realtà ci sono due primi giorni di scuola: quello come docente solo con i colleghi e quello in cui entri in classe con gli alunni.

Lasciamo perdere tutto quello che c’è stato sempre “dietro” il mio primo giorno (attesa della nomina, posti disponibili, punteggi e precedenze, ricorsi, ecc.).

Fino all’anno scorso ogni primo giorno era una scoperta: dove si trova la scuola? Come si raggiunge? In quanto tempo? Superati i primi interrogativi entri e….ti senti persa! Tutti, più o meno, si conoscono, sono appena tornati dalle vacanze, si salutano, si baciano, si abbracciano e tu sei lì, con un sorriso di circostanza che non sai che fare, non sai neanche dov’è la “sala prof”!

Poi al collegio docenti ti guardi attorno, ascolti, cerchi di capire fin dall’inizio le dinamiche del gruppo (che più o meno sono sempre le stesse in ogni scuola, cambiano solo i protagonisti). Ti devi fare forza e coraggio, si ricomincia sempre da capo…


Lo stesso con gli studenti, non sai come sono, loro non sanno nulla di te, devi conoscerli e devi farti conoscere. Un avvicinamento lento, un adeguamento mirato e non sempre facile e spontaneo.

Quest’anno sono io a salutare, abbracciare e baciare ex colleghi dopo le vacanze. E’ una sensazione bellissima. Soprattutto per chi la prova per la prima volta. Sì perché oggi è, ancora una volta, un primo giorno di scuola! Sono felice, dopo tanti anni di attesa; non voglio perdermi neanche un istante e godermi fino in fondo questo momento prima di iniziare la frenesia del nuovo anno scolastico.

Mi guardo di nuovo intorno ed ecco che incontro qualche sguardo nuovo che vaga spaurito, gli rispondo con un sorriso, mi avvicino e gli propongo, dopo il collegio, un breve tour nella scuola, nei luoghi più importanti: sala prof, servizi e ovviamente bar e macchinette. Ora sono di casa.

Buon anno scolastico.
1 settembre 2016

La storia del bruco è la nostra storia

Spesso si pensa che il bruco nel suo bozzolo passi del tempo in attesa della sua trasformazione. Ma il bruco non attende. Lavora. Costruisce. Proprio come noi in queste storie di scuola durante il Covid

di Maria Falivene
(appunti scritti durante la quarantena da Covid)

Ci sentiamo come dentro un bozzolo, il nostro bozzolo che ci protegge da tutto quello che ci circonda, ci minaccia, ci spaventa. Siamo chiusi, ma non siamo fermi e neppure a riposo. Come il bruco, in questo grande e lungo momento difficile stiamo costruendo le nostre ali!

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La scuola non è chiusa, no non è chiusa! I non addetti ai lavori, gran parte dell’opinione pubblica, le famiglie, tanti pensano che sia tutto fermo! Non è così. Stiamo trasformando un periodo estremamente difficile in un momento di duro lavoro, con mille problemi ma mille e una motivazioni per affrontare questo cambiamento a testa alta.

Quante persone che conosco sono state contagiate dal virus! Colleghi, studenti con le loro famiglie, amici e conoscenti. In tanti ce l’hanno fatta. Qualcuno purtroppo è andato via, senza neanche una carezza.

Ce la stiamo mettendo tutta. Tavolette grafiche, Meet, videolezioni registrate. Ma come tutti, soprattutto ora, abbiamo bisogno di una certezza: non dobbiamo accontentarci. Oggi, 4 gennaio 2021, non sappiamo ancora quale sarà il nostro “destino”: presenza? distanza? quale sarà l’efficacia degli scaglionamenti orari? e dei mezzi di trasporto?

Tra tutti questi “forse” la sicurezza è in noi stessi, nel nostro lavoro, nella nostra testardaggine. Ho conosciuto colleghi che hanno continuato a lavorare tra difficoltà pazzesche. Ho visto ragazzi appassionarsi alla materia di Educazione Civica con un entusiasmo che non avevo mai visto. Ho ascoltato storie di sofferenza terribile mista ad un’invincibile speranza.

Ora il vaccino è arrivato. La scienza sta per vincere la sua ennesima battaglia. Grazie a giovani ragazzi che qualche anno fa erano sui banchi di scuola a sperare un giorno di cambiare il mondo.

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Grazie a giovani ragazzi che qualche anno fa erano sui banchi di scuola a sperare un giorno di cambiare il mondo. Avevano ragione: ce l’hanno fatta. E con loro ce l’hanno fatta tutti quelli che credono nelle loro scoperte, che decideranno di vaccinarsi e lo faranno sentendosi infinitamente fortunati.
I nostri sforzi adesso sono per loro. Sono per la loro trasformazione in meravigliose farfalle.  

Le mie prime supplenze

di Roberto Ceriani

(testo tratto da un post su FaceBook del 5/11/20)

Le linee celeri dell’Adda (oggi metro M2)

Uscito nel 1969 dall’ITIS Feltrinelli di Milano come Perito Elettrotecnico, mi ero iscritto a Fisica a Milano. Dopo un paio di mesi lavoravo in fabbrica come disegnatore di impianti elettrici. Ero orgoglioso di aver progettato l’illuminazione della sala comandi dell’impianto petrolchimico di Gela, ma poi il petrolchimico è fallito (che siano rimasti al buio?).

La prima supplenza non si scorda mai

Lavoravo frequentando l’Università un po’ sì e un po’ no. Dopo un anno non reggevo più il ritmo di studente-lavoratore, oltretutto condito con intense attività politiche e studio serale di inglese e russo. Ho allora cercato supplenze nelle scuole.

A quel tempo c’era una tale penuria di insegnanti che, anche se ero solo uno studente al secondo anno di Fisica, mi hanno assegnato la prima supplenza il 5 novembre 1970, (il 4 novembre era festa nazionale per ricordare la prima vittoria dopo le guerre puniche).

Insegnavo Elettrotecnica al Professionale Cesare Correnti di Milano, nella sede staccata di Gorgonzola, sul canale Molgora, dove “La ghéra nà scighera che la se pùdea tajà cűnt el curtéll” (Per i non milanesi: “C’era una tale nebbia che si poteva tagliarla con il coltello”).

Uscivo di casa alle 6 per raggiungere la scuola con il leggendario trenino giallo delle Linee Celeri dell’Adda (oggi metro linea 2). Giocando con l’orario scolastico riuscivo a frequentare un po’ l’Università e guadagnare le 130.000 lire al mese che mi permettevano di vivere e pagare gli studi.

Quando portavo gli studenti a visitare una centrale elettrica (sull’Adda ci sono stupende centrali idroelettriche di inizio ‘900), l’ENEL chiedeva l’autorizzazione scritta dei genitori degli studenti perché erano minorenni. Io nascondevo la mia età perché ero minorenne anch’io! Avevo 20 anni e a quel tempo si diventava maggiorenni a 21.

Le supplenze sono come le ciliegie: una tira l’altra

Insegnare mi piaceva, così ho continuato a farlo per tutti gli anni successivi di Università, tranne i 13 mesi in divisa da soldato semplice. Ho fatto poche supplenze nelle scuole medie; ne ho fatte invece molte negli ITIS e nei Professionali.

Insegnavo Matematica, Fisica ed Elettrotecnica. Ho persino insegnato (si fa per dire…) “Disegno di Costruzioni Meccaniche” nei corsi serali di un ITIS, frequentati da lavoratori che di giorno usavano il disegno meccanico e di sera lo spiegavano a me…

La tentazione da insider trader

Agli esami di settembre mi pagavano le “propine esame”. Era un misterioso regalo (in spagnolo propina significa mancia) di circa 70 lire per ogni studente esaminato. Un anziano segretario mi spiegò che dagli anni ‘30 le propine erano una speciale indennità per le spese di risuolatura delle scarpe dovute al percorso a piedi per raggiungere la scuola sede d’esame. Ammetto di avere avuto la tentazione di rimandare a settembre una decina di studenti e guadagnare così 700 lire, ma ho resistito alla tentazione, anche perché mi sarei rovinato troppe scarpe…

Vita da supplente negli anni ‘70

di Roberto Ceriani

(testo tratto da un post su FaceBook del 6/11/20)

Facendo supplenze nella scuola, frequentavo l’Università un po’ di giorno e un po’ nei corsi serali (esistevano veramente!).
Dopo la naja mi sono laureato nel 1975. Mi ero presentato alla commissione di Tesi con in dote una modesta media di 102 punti scarsi, quindi non ho mai capito da quale cappello sia uscito il 110 e lode.
Forse si sono confusi con lo studente che mi aveva preceduto…

Sex and school and rock and roll

Finalmente, da laureato, potevo aspirare a supplenze più facili da ottenere. La prima che trovai fu in un ITC linguistico di sole studentesse.

Avevo nove classi. Erano circa 260 ragazze di 16-19 anni. In quella scuola c’erano solo professoresse, segretarie, bidelle e la Preside. Unici maschi eravamo io e il prete. Avevo 25 anni e ammetto di avere avuto qualche difficoltà relazionale, ma posso giurare sulla mia castità. Su quella del prete invece non ho informazioni attendibili.

Insegnando si impara

Seguirono poi due anni di supplenza di “Matematica e Fisica” all’Ottavo Liceo Scientifico di Milano (oggi Liceo Bottoni). Fu una svolta nella mia vita per due motivi.

Infatti in quella scuola:
– ho conosciuto la giovane supplente che insegnava nel corso a fianco al mio e l’ho felicemente sposata
– ho maturato un’esperienza professionale-sindacale che mi è rimasta per sempre come un imprinting indelebile

In quel Liceo del centro di Milano c’era un forte gruppo di insegnanti politicamente di sinistra. Persone di alto livello culturale e professionale che oggi classificherei come tipica media borghesia progressista milanese.

Quella scuola era una fucina di idee e di progetti. Questi ottimi colleghi mi hanno “adottato” e fatto crescere professionalmente e politicamente. A loro devo molto e li ringrazio ancora oggi.

Quando oggi sento dire che “…una volta a scuola si insegnava, mica si facevano progetti!”, penso a quanti progetti invece ho fatto in quei due anni indimenticabili. E’ vero, non si chiamavano ancora progetti e non erano pagati, ma erano veri progetti di didattica sperimentale, spesso molto avanzati.
Per esempio, durante la crisi energetica dedicavo vari mesi ad attività didattiche multidisciplinari sull’energia, coinvolgendo gli insegnanti di altre discipline. Oggi è una cosa banale; allora non era banale.